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L’assalto a Montalbano

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
L’assalto a Montalbano

- Il Varignano, destinazione primitiva dell’Arsenale, fu scartato per più motivi fra cui il pericolo di attacco dal mare aperto. L’impianto militare fu spostato nell’area di San Vito ma non venne meno la necessità di tutelare opportunamente lo stabilimento. Nelle alture che circondano il Golfo furono installate batterie ed erette fortificazioni: solo nell’area della città se ne contano ben quindici.
La più imponente fu nell’interno il forte alzato a Montalbano che sta sulla verticale del colle dei cappuccini. La costruzione, fondamentale nel sistema difensivo, era anche ricovero di munizionamento e polveri.

Per questo, nel turbolento 1920 che dopo la fine della guerra amplificò ogni contraddizione di quella società, divenne meta ambita da chi, desideroso di cambiamenti, voleva fare provvista di materiale bellico, Un po’ quanto successe negli anni di piombo quando diverse caserme furono assaltate per impadronirsi di armi e proiettili.
L’assalto a Montalbano si verificò nella notte di mercoledì 30 giugno quando un gruppo di “briganti” (così li definisce Il Tirreno, quotidiano difensore dell’ordine costituito) tentò un attacco anche per saggiare la capacità di resistenza della guardia. Questa era costituita da un drappello di fanti del Ventunesimo, quelli che stavano nella caserma diventata ora complesso scolastico “2 Giugno”; alla sua testa c’era un sergente.
L’attacco, riferisce la stampa, è eseguito con competenza militare per cui si ipotizza che alla guida dei “rivoltosi” ci sia qualche ufficiale straniero che si adombra anche possa essere jugoslavo: all’epoca i rapporti fra le due penisole dirimpettaie, italiana e balcanica, non erano dei migliori.

Gli “agitatori”, si noti la progressione delle definizioni, avanzarono protetti dal bosco che arriva fino ai reticolati posti a protezione del forte. Nessuno se n’era accorto per cui poterono cominciare a tagliare gli sbarramenti. Non avevano, però, fatto i conti con il cane di guardia che, tipo oche del Campidoglio, si mette ad abbaiare dando l’allarme. Così allertata, la guardia, guidata dal sergente e da due caporali, sale prontamente sugli spalti dando inizio ad un fuoco intenso cui gli aggressori, armati di fucili pistole moschetti, rispondono prontamente. Insomma, ci fu una vivace sparatoria in cui fortunatamente nessuno fu colpito, forse per l’oscurità o per scarsa mira. Gli attaccanti alla fine scappano anche perché sopraggiungono aiuti dagli altri forti avvisati per telefono. Oltre al Tirreno, dà la notizia Il Popolo che incolpa esplicitamente gli anarchici. Ma chi tentò il colpo di mano è ancora ignoto.

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