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L'Ubaldo politico: massone e repubblicano

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
L'Ubaldo politico: massone e repubblicano

- Se la puntata scorsa ho detto dell’Ubaldo Mazzini intimo, oggi dico dell’Ubaldo pubblico che fu mazziniano anche se gli mancò la sensibilità sociale che stemperava nel Mazzini Giuseppe la sua visione multiclassista della società.
Non dimenticando che aderì sempre alla Massoneria (è nei registri della Loggia “Spezia”affiliata al Grand’Oriente d’Italia, matricola 9763), il nostro Mazzini era nel vasto gruppo che pensava che il problema sociale, cioè l’eliminazione delle disuguaglianze, si poteva affrontare solo avendo risolto il problema politico, il cambio istituzionale.
Repubblicano, dunque, fu l’Ubaldo, ma ben presto in lui subentrò la delusione.
Un suo racconto del 1891 narra l’amore di una dama bellissima per un re. Lei, però, è soggetta al malvagio principe delle due corone e inutilmente un eroe biondo e bello tenta di liberarla. Solo alla fine la bella dama riesce ad andare dall’ambito sovrano, ma presto subentra il disincanto: le speranze restano sogni e la signora può solo chiedersi se sia valsa la pena di tutto quell’ambaradan per liberarla.
L’allegoria è trasparente: Roma vuole unirsi a re Vittorio, Garibaldi tenta invano di sottrarla al Papa Re, quando infine c’è l’Unità, i bei progetti si rivelano fumo.
Sono convinto che l’Ubaldo è deluso perché la neonata Italia fu forgiata come Stato accentrato in cui naufragano le ipotesi federaliste che erano l’altra faccia delle velleità unitarie.
Lui resterà fedele solo a Prospero De Nobili, il politico che capì la bontà della sua penna e lo volle nel suo clan.
Mazzini attaccherà sempre gli avversari dell’amico facendoli zimbelli della sua verve polemica.
Denigra Paita, cavallo di razza rivale di Prospero, sbeffeggiandolo per la parlata campagnola. Ma il Giobatta è politico troppo accorto per stare al gioco rispondendo alla presa in giro.
Non è così Erminio Pontremoli, Sindaco nel 1890 di una Giunta in cui Prospero è Assessore. Sono entrambi massoni e repubblicani, ma quello è mazzinianamente avverso all’intervento pubblico nell’economia, mentre questo si attira l’elettorato popolare calmierando affitti delle case operaie e costo dei tram.
Non è solo giustizia sociale, si tratta di dotare di basi solide la borghesia locale che contrasti l’egemonia della Marina, fondi un nuovo sviluppo, si eriga a classe di governo.
Per supportare l’amico Marchese, l’Ubaldo infuria con la penna contro il Sindaco. Questi, non saggio come Paita, reagisce con pari pesantezza tirando in ballo gli insuccessi del padre di Gamin la cui risposta è adeguata, firmata, raro sigillo, con nome e cognome a bollare la miseria dell’attacco.

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