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L'Amazzonia è di tutti noi

di Giorgio Pagano

L'Amazzonia è di tutti noi

- I signori della morte
hanno detto sì,
l'albero più bello
è stato abbattuto,
I signori della morte
non vogliono capire,
non si uccide la vita,
la memoria resta.
Così l'albero cadendo,
ha sparso i suoi semi
e in ogni angolo del mondo,
nasceranno foreste.
Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l'uomo,
perché l'uomo non può vivere
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace,
mai vero amore,
finché l'uomo non imparerà
a rispettare la vita.
Per questo l'albero abbattuto
non è caduto invano,
cresceranno foreste
e una nuova idea dell'uomo.
Ma lunga sarà la strada
e tanti gli alberi abbattuti,
prima che l'idea trionfi,
senza che nessuno muoia,
forse un giorno uomo e foresta
vivranno insieme,
speriamo che quel giorno
ci sia ancora.
Se quel giorno arriverà,
ricordati di un amico
morto per gli indios e la foresta,
ricordati di Chico.


Questo è il testo di una delle tante bellissime canzoni dei Nomadi. E’ del 1991, si intitola “Ricordati di Chico”. E’ dedicata a Francesco Chico Mendes. Chico era un raccoglitore di caucciù (seringueiro) di Xapurì, nello Stato brasiliano dell’Acre. Cresciuto in un ambiente dove predominavano analfabetismo, abbandono, isolamento e povertà, diventò leader dei seringueiros e legò il proprio nome alla lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica. Guidò le manifestazioni pacifiche davanti ai bulldozer per impedire la deforestazione ed entrò in conflitto con gli interessi dei latifondisti (fazendeiros). Venne assassinato da un fazendeiro la vigilia di Natale del 1988, a 44 anni, davanti a casa.
Da allora Chico Mendes è un simbolo. Quello che forse non si poteva prevedere è che sarebbe stato un pontefice cattolico, sulla scia di Chico Mendes, a rimettere l’Amazzonia al centro dell’agenda politica mondiale, predicando la “felice sobrietà” contro la “morte dell’umanità”. Perché, come dice Papa Francesco, “Dio perdona sempre. Gli uomini a volte. La natura non perdona mai”.
L’Amazzonia sta bruciando. Non da ora, mi spiega l’amico Claudio Rissicini, che per anni ha fatto il cooperante in Amazzonia. Nel 2019, fino ad agosto, si contano 39.918 incendi. Erano 22.774 l’anno scorso, ma 91.085 nel 2007. L’Amazzonia brucia perché i proprietari di terra vogliono “rubare spazio” alla foresta ed aumentare l’estensione dei loro terreni per gli allevamenti intensivi o per la coltivazione della soia. Ma così brucia il nostro polmone, che tiene intrappolato il carbonio, fornisce il 25% delle piante usate in medicina e ne ospita decine sconosciute alla scienza. La deforestazione è un crimine contro l’umanità.

POSSIAMO FARE QUALCOSA
Rissicini ha lavorato ad un progetto di cooperazione per lo sviluppo sostenibile di un’area dell’Amazzonia. La cooperazione è importante: perché per bloccare la deforestazione occorre anche offrire un lavoro, per esempio nel campo del turismo, a ragazzi senza speranza. Perché ci sono anche i roghi dell’anima: in Amazzonia bruciano gli alberi e bruciano i giovani, persi nell’alcol e nella droga.
Possiamo dunque fare qualcosa. Certamente possono farlo i governi. Che devono finanziare progetti di cooperazione. E che devono agire sul governo brasiliano, come è successo nei giorni scorsi. Il Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, amico dei latifondisti, prima ha fatto dell’ironia, poi si è rimangiato tutto e si è impegnato a spegnere gli incendi. Lo ha fatto perché l’Unione europea ha minacciato di non ratificare il trattato di libero scambio con i Paesi dell’America Latina. I nostri leader liberisti hanno riscoperto vent’anni dopo le posizioni degli alter-globalisti di Seattle e Porto Alegre, che chiedevano la modifica dei trattati per inserire clausole ambientali. Forse è un salutare ravvedimento. Ma certo non basta un vertice europeo per salvare l’Amazzonia.
C’è l’industria degli allevamenti e della carne, che ha gravi colpe: si deforesta anche in nome dei pascoli e del foraggio che servono per la carne che mangiamo. Ridurne il consumo sarebbe già un primo passo. Lo ha capito il Sindaco di New York, Bill De Blasio, che ha annunciato i “lunedì senza carne” nelle scuole pubbliche. E’ solo un piccolo esempio della svolta radicale che dobbiamo fare: abbandonare al più presto i progetti, le attività ed i consumi responsabili della “morte dell’umanità”.
Possiamo poi fare un’altra cosa, come ho scritto in questa rubrica il 4 agosto scorso (”Lasciamo un’impronta verde”) e come propone, molto più autorevolmente, lo scienziato Stefano Mancuso: “coprire di alberi qualunque superficie del pianeta possa accoglierli”. Soprattutto le nostre città: “Non soltanto negli spazi deputati: parchi, giardini, viali, aiuole, ecc., ma dappertutto letteralmente: sui tetti, sulle facciate dei palazzi, lungo le strade, negli stadi, sulle scuole”.
Ma ciascuno di noi può fare qualcosa di più diretto ancora per fermare la deforestazione. Insieme ad altri: nelle scuole, nelle chiese, nelle associazioni, nei sindacati, nelle imprese. Possiamo dar vita al più importante dei crowdfunding del nostro tempo. Lo ha proposto Mauro Perini, Presidente della Water Right Foundation, l’associazione a cui collaboro: “Compriamo noi, noi tessuto democratico, noi popolo, compriamo noi migliaia e migliaia di ettari di terreni degradati, diventiamo latifondisti collettivi del futuro:
COMPRIAMO TERRENI
COMPRIAMO TERRENI DEGRADATI IN AMAZZONIA
COMPRIAMO TERRENI UNICAMENTE PER PIANTARE ALBERI”.
Difendiamo le foreste. Per l’Amazzonia e per l’aria di casa nostra. Perché l’Amazzonia è anche mia, tua, vostra, di tutti noi.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torino, Parco della Colletta (2012) (foto Giorgio Pagano)


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Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
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