Genova 24 La Voce del Tigullio Città della Spezia La Voce Apuana
LA REDAZIONE
Telefono redazione La Spezia 0187 1852605
Fax redazione La Spezia 0187 1852515
PUBBLICITA'
Telefono pubblicita La Spezia 0187 1952682

Ultimo aggiornamento: Venerdì 30 Ottobre - ore 22.31

previsioni meteo la spezia
Facebook Città della Spezia Twitter Città della Spezia Instagram Città della Spezia

Instantly Elsewhere

Il dominio dell’immaginazione nella scrittura e nei disegni di Lorenzo Palloni - di Francesca Cattoi

Le migliori intenzioni - Immigrati
Instantly Elsewhere

- Questa è la prima intervista di quello che mi piace definire uno spin off della rubrica “Le migliori intenzioni”. Se finora la caratteristica principale delle persone intervistate era il luogo di nascita o di crescita, cioè La Spezia e la sua provincia, ho pensato di fare un tentativo in senso inverso, forse spinta dallo spirito dei tempi: cercare chi, pur rimanendo nell’ambito generazionale dei Millenials, abbia deciso di lasciare la sua città natale per vivere alla Spezia. Degli immigrati, insomma, delle/degli spavaldi giovani che hanno deciso di venire a vivere in questa città per dare una possibilità al loro futuro. La prima scelta è stata piuttosto facile e vicina all’ambito culturale e artistico che sto tentando di far emergere in queste interviste. Lorenzo Palloni (Arezzo, 1987) si è trasferito alla Spezia due anni fa per dare vita allo Studio Traccia, il luogo fisico dove i Mammaiuto (vedi intervista a Samuel Daveti qui) hanno la loro sede ufficiale e dove Lorenzo, con Samuel e Alessio Ravazzani, vivono la loro quotidianità lavorativa. Lorenzo si è aggiudicato ultimamente diversi premi prestigiosi per la sua produzione creativa e quindi mi divertiva il fatto che tutto questo lavoro premiato a livello nazionale ed internazionale fosse stato realizzato prevalentemente nella nostra città. Così ci siamo incontrati allo Studio Traccia, ma per vincere il freddo (purtroppo il vecchio studio non ha il riscaldamento), ci siamo trasferiti, passando attraverso una bella piazzetta, che non avevo mai notato, in Via Santa Caterina, all’O’scaineto, un bar di quartiere all’angolo tra via Genova e via Monfalcone. Fuori pioveva, i clienti incuriosivano, o forse eravamo noi ad incuriosire loro. Comunque, dopo poco più di un’ora avevamo parlato di un po’ di argomenti e avevo il materiale necessario per l’intervista che qui segue.

Caro Lorenzo, dove sei nato? Che studi hai fatto? Dove?
“Sono nato e cresciuto ad Arezzo. Ho fatto le scuole elementari e medie nel mio quartiere, Saione, per poi finire al Liceo Classico, nel centrò della città. La scuola per me è stata una guerra, nel vero senso della parola. Ogni tipo di imposizione mi è sempre risultata ostica da accettare, la scuola in primis, e non ho mai avuto fortuna con insegnanti e compagni di classe. Persone orrende che mi stimolavano solo ad essere oppositivo, a trovare i modi più furbi per trovare scorciatoie e fare quello che volevo: leggere e disegnare. Ero un bambino solitario, più affascinato dalla fantasia che dal mondo vero, cosa che poi è cambiata, grazie al cielo. Certo, alle elementari ho conosciuto quelli che tutt’ora sono i miei migliori amici, la famiglia di Arezzo che mi sono scelto. Dopo il liceo sono scappato a Firenze, a fare quello che volevo da sempre: la Scuola Internazionale di Comics. Lì ho avuto fortuna: insegnanti eccellenti. La mossa giusta. Contemporaneamente ho fatto qualche anno di università ad Arezzo che non ha avuto molto senso, se non per farmi conoscere la ragazza con cui ho avuto la mia storia più importante e darmi spunti per racconti futuri”.

Quale consideri la tua esperienza formativa più importante per la tua professione?
“Difficile a dirsi. I tre anni di Scuola di Comics, fra il 2006 e il 2009, sono stati uno stimolo continuo e mi hanno sicuramente portato a capire come raccontare. Ma forse è quella in cui sono immerso ora, l’esperienza più formativa per la mia professione: quella di collaborazione con i miei colleghi di Mammaiuto, persone più grandi di me che, al tempo della fondazione dell’associazione, sono riusciti a farmi capire l’importanza del racconto, cosa raccontare e perché farlo. Mi hanno insegnato l’onestà di una vita che non è solo mestiere, ma più di quello. E il continuo confronto, diretto fino allo stremo e scevro da ogni tipo di invidia, è continuamente formativo. Se mi circondo di persone migliori, sarò migliore, e l’esperienza continua a dimostramelo”.

Quando hai capito che avevi talento per la scrittura e il disegno a fumetti?
“Non credo nel talento. Credo in certi stimoli che ci formano in modo da essere poi più ricettivi ad altri stimoli simili, e quindi più adeguati poi a rimasticarli. Ho capito che volevo raccontare storie solo da studente della Scuola di Comics, prima sapevo che volevo disegnare supereroi e, sì, facevo storie brevi, scrivevo racconti in prosa. Ho addirittura scritto un libro quando avevo undici anni, un violentissimo sequel alla saga di Die Hard ambientato in un posto dove una volta sono andato a sciare. Tutto scritto a mano, in corsivo. Che delirio, a ripensarci, chissà che fine ha fatto il manoscritto. Ma non ho mai, casualmente, connesso le cose. Il primo tema che ho scritto in seconda elementare riguardava il futuro, e scrissi: “io farò la Scuola di Comics a Firenze e diventerò un fumettista”. Tutto viene da mia mamma, che, maestra elementare, mi ha stimolato bene nei periodi di vita giusti. Ricordo questi immensi fogli bianchi che lei metteva per terra e io, minuscolo, ci strisciavo sopra per scarabocchiare personaggi e storie. A sette anni già leggevo libri per adulti, pieni di violenza e cinismo, questo sicuramente mi ha fatto sviluppare un gusto per la lettura differente da quello dei miei coetanei. Ero precoce sulla narrazione, indietro su tutto il resto. Creavo storie anche quando giocavo con le action figures, ma non sapevo fosse quella la mia strada. La struttura, il dialogo, il concetto da esprimere, il messaggio da lasciare ad un lettore. Uno fa tutto senza pensarci, capisce crescendo”.

Quando, come, dove hai incontrato Mammaiuto e Samuel Daveti?
“Ho conosciuto Sam (Samuel Daveti) nel 2009, mentre con alcuni giovani insegnanti della Comics stava portando avanti l’esperienza di Double Shot, associazione culturale ed editore fiorentino ancora attivo. Entrai come disegnatore in un antologico, “Fascia Protetta”, presentato dal mio primo sceneggiatore, Angelo Farinon. Con Sam continuammo a frequentarci e collaborare su piccoli progetti, mentre lui e gli altri andarono via da Double Shot per divergenze creative. Stacco, estate 2011, in riva al mare, telefonata di Sam: “vuoi fare una cosa nuova? Vuoi fondare con noi un’associazione culturale? Faremo fumetti, nient’altro”. Mi ricordo l’orgoglio che provai. Erano i miei insegnanti e volevano che fossi con loro. Non sapevo cosa avrebbe voluto dire per me, che i fumetti mi avrebbero portato un’altra famiglia. Così abbiamo firmato, messo cinquanta euro a testa (i primi e unici soldi che abbiamo messo nell’associazione, che si autosostiene da allora) ed è nata Mammaiuto, un’associazione culturale che in realtà è un collettivo che ha le dinamiche di una famiglia”.

La domanda che ti dà diritto ad essere presente in questa rubrica: quando e perché hai deciso di trasferirti alla Spezia? Da quanto abiti qui? Dove?
“Altro stacco, estate 2017, a casa con piede rotto, altra telefonata di Sam: “perché non prendi Ravazzani e apriamo uno studio alla Spezia”? Mio papà era morto da poco meno di un anno, e avevo appena assaggiato l’estero con qualche mese di ospitalità alla Maison Des Auteurs di Angoulême, in Francia. Non volevo né potevo più stare ad Arezzo, era il momento di investire davvero nel mio lavoro, che è poi la mia vita, e quindi spostarsi. Dissi di sì. A ottobre 2017 ci siamo trasferiti, io e Alessio (Ravazzani) viviamo in Piazza Brin da allora, insieme a Jacopo Benassi, celebrità spezzina e nostro padrone di casa. Il quartiere Umbertino è una figata, pieno di vita e di raggaeton. E poi sono a due passi dalla stazione, letteralmente, e con la vita raminga che faccio è una postazione perfetta”.

Abbiamo lasciato Studio Traccia in Via della Ghiara 117 (nell'intervista con Samuel). Che progetti avete per il futuro di Traccia?
“Lo Studio Traccia è casa nostra, è il quartier generale di Mammaiuto ma anche la base operativa mia, di Sam e di Ravazzani. Passano spesso anche altri componenti del collettivo, c’è chi rimane di più, come Giusy Gallizia, e chi passa per eventi o feste. Ma sempre casa è, per noi come per gli altri. Abbiamo appena vinto un bando comunale, e ci stiamo per spostare dalla Chiappa a Pegazzano. A brevissimo traslochiamo. Mi mancherà quel quartiere, ma andiamo in un posto che ha il riscaldamento, che è un bel passo avanti!”.

Quali sono i tuoi posti preferiti in città? Come ti trovi? Come è stata l'accoglienza degli spezzini? Come si vive qui da immigrati?
“Io sono un immigrato speciale, in continuo movimento. Mia mamma e i miei migliori amici vivono ad Arezzo, insegno a Reggio Emilia e Firenze, e ogni weekend sono da qualche altra parte per le presentazioni dei miei libri. Non posso fisicamente vivere la città al cento per cento. Ma c’è un momento che cerco di ritagliarmi, una o due volte alla settimana: quando vado a correre, e posso esplorarla, soprattutto le parti che non conosco. Faccio la scalinata Spallanzani, passo per i giardini, scendo al porto, faccio il percorso avanti e indietro. Corro con il mare accanto, non credere che sia una cosa da poco per uno che viene da Arezzo. Ecco, quel momento vale una vita alla Spezia. Poi c’è la vita notturna, che comincia con il miglior White Russian che abbia mai bevuto, alla Loggia, e finisce in Skaletta, dove spesso le ragazze (Daria e Federica Pantani) chiamano i Mammaiuto a mettere i dischi. E poi c’è l’estate, che è impagabile. Lì anche gli spezzini, sulle loro durante l’anno, sembrano sbocciare”.

Ultimamente hai raccolto diversi riconoscimenti per il tuo lavoro. Ultimo in ordine di arrivo Miglior sceneggiatore Premio Gran Guinigi di Lucca Comics & Games per La Lupa e Instantly Elsewhere. Alcuni giorni prima ti era stato assegnato il Premio Boscarato come miglior sceneggiatore italiano al Treviso Comic Book Festival. Ci racconti qualcosa della tua produzione artistica di questi ultimi anni che ti ha fatto conoscere ben oltre i confini nazionali?
“Sì, è un periodo fortunato, di sicuro. Mi considero professionista dal 2012, in realtà ho cominciato a vivere di fumetto da quattro o cinque anni, non di più. È una professione dura, richiede sacrifici e abnegazione, ma che con il tempo ti dà soddisfazioni. La mia prima pubblicazione è del 2009. Allora già sapevo che avrei dovuto dividermi tra lavori da autore completo e da sceneggiatore: ho troppe storie, non so da dove vengono, forse dal piacere stesso di raccontare, e quindi ho necessità di collaborare con disegnatori che abbiano un proprio storytelling e che diano l’identità alla storia. Dieci anni di lavoro, sedici libri e un centinaio di pubblicazioni minori. La Francia è stata una bella svolta, con The Corner, scritto da me e disegnato da Andrea Settimo, che mi è valso un altro Boscarato nel 2016. Il mercato francese è enorme e permette di avere il tempo di lavorare bene su un libro, e di avere un editing accurato. È stata una cosa fondamentale nel mio percorso, vedere quanto l’editoria italiana sia piccola e fallimentare rispetto a quella franco-belga. La lupa, invece, è un libro Mammaiuto, colorato e ripubblicato da Saldapress a maggio, ed è uscito poco dopo Instantly Elsewhere, pubblicato da Shockdom un anno fa. Il primo l’ho scritto e disegnato, il secondo l’ho scritto per Alessandro “Martoz” Martorelli, illustratore e fumettista unico per intensità e potenza di segno. Entrambe sono storie per me necessarie, che raccontano la responsabilità di conoscere sé stessi e venire a patti con i propri limiti. Sono cose che devo dire a me stesso attraverso il mio lavoro. Penso sia la necessità che abbia portato alla qualità, e quindi ai riconoscimenti: un premio Boscarato del Treviso Comic Book Festival, e un Gran Guinigi, il premio internazionale di Lucca Comics & Games, come Miglior Sceneggiatore. Oltretutto Martoz ha vinto un altro Gran Guinigi, come Miglior Disegnatore, sempre per Instantly. Martoz è uno dei miei migliori amici, e un gran professionista, e si merita questo e si meriterà i prossimi premi che vincerà. E il fatto che alla base ci sia un’amicizia rende il lavoro di qualità, condiviso, sentito da entrambi. Lui, poi, è un cavallo pazzo. Come ogni grandissimo artista, è ingestibile, quindi devi lasciargli la quantità di briglia giusta perché non parta per la tangente, ma abbastanza da potersi esprimere al cento per cento. Io sono fin troppo logico, ho bisogno di persone come Martoz che rendano calde e umane le idee che voglio su carta. È un privilegio lavorare con lui”.

Pur essendo molto giovane, hai nel settore molta esperienza e parte del tuo tempo è dedicato anche all'insegnamento. Sarebbe interessante avere qui qualche tuo appunto sulle scuole dove insegni e sul tuo rapporto con gli studenti, su quello che per te è importante trasmettere.
“Sì, insegno storytelling e sceneggiatura nelle Scuole di Comics di Firenze e Reggio Emilia. E pensare che ho giurato: non lavorerò mai come insegnante. Ma, al solito, non è lavoro se è un piacere, e mi piace molto condividere quello che conosco su un medium che amo. Anzi, frantumo di chiacchiere e aneddoti i miei studenti, e li “tratto male” quando non usano la testa o si dimostrano pigri. Vorrei trasmettere loro la passione per un mezzo di comunicazione fra i più belli, plastici ed espressivi che l’umanità abbia mai trovato. Mi delude un po’ che pochi fra loro abbiano quel fervore, quell’entusiasmo, quella brama di raccontare le storie migliori che avevamo io e i colleghi della mia età che adesso, come me, sono professionisti e colleghi insegnanti, addirittura. Pochi hanno la voglia di sacrificarsi. Sanno perfettamente quello che va fatto, ovvero mettere sé stessi in secondo piano, e lasciare che la storia esprima sé stessa. È l’unico modo per arrivare al lettore, escludersi dall’equazione, sparire. Ma c’è troppo ego, troppa voglia di “arrivare”, e poca di lavorare prima di capire come raccontare e perché. Si vuole tutto e subito. È una cosa che noto condivisa e generalizzata. C’è sì qualcuno dei miei studenti che ha quella luce negli occhi, quella che penso avessi io quando ero studente, ma non sono molti. E forse è giusto così. Ma cerco di infondere entusiasmo in tutti come e quanto posso. Alcuni li coccolo un pelo di più lo ammetto”.

Domanda di rito: quali progetti hai per il futuro? Dove ti vedi? Cosa significherà La Spezia nel tuo percorso professionale e privato?
“Di progetti per storie da pubblicare ne ho almeno una ventina in work in progress, forse di più. Ma ora sto lavorando a due nuovi libri come autore unico: uno per Sarbacane, la mia casa editrice di riferimento oltralpe, e uno per Mammaiuto. Due noir metropolitani, due storie corali, ma molto diverse fra loro: 6592, un romanzo storico sulle rivolte razziali americane, e Delusi dalla preda, un giallo sociale tutto italiano. Poi ho scritto Terranera, il secondo libro in collaborazione Martoz, in fase di disegno e che uscirà per Feltrinelli Comics, un bel traguardo di cui siamo molto orgogliosi. La prima volta che siamo andati in Fondazione, a Milano, abbiamo anche conosciuto Cristiano Guerri, art director della casa editrice, spezzino (clicca qui). Mi trovo La Spezia ovunque mi giri, allucinante. E poi c’è Dylan Dog per Bonelli Editore. Roberto Recchioni, il curatore della serie, mi ha contattato qualche tempo fa per chiedermi se volevo lavorarci su. Ancora niente di scritto, ma chissà. Non so cosa sarà di me da qui a due anni, so che voglio stare alla Spezia, abitarci e viverla il più possibile. Al momento La Spezia è lo Studio Traccia, è Mammaiuto, è la mia famiglia dei fumetti, è uno stimolo continuo. Lo sarà ancora per un bel po’, mi sa”.

Conosco Arezzo. Per motivi di lavoro ci ho trascorso diverse giornate e serate tempo fa. Scherzando con Lorenzo, gli ho detto che ad Arezzo, nella Basilica di San Francesco, c’è una delle storie a fumetti più incredibile della storia dell’arte, della storia dell’umanità: il ciclo di affreschi che narra Le Storie della Vera Croce, 1452-1466, di Piero della Francesca. Ah, sì, ha detto Lorenzo, e ha sorriso. Non ci aveva pensato a quanto possano essere vicini ai fumetti gli affreschi di epoca medievale e rinascimentale. Piero della Francesca ha lasciato i suoi capolavori sparsi per la città che, costruita su colli, è una bella cittadina toscana dove la storia ha lasciato il suo segno nelle chiese, nei monumenti, nelle piazze e nelle strade. Ma ora Lorenzo è qui alla Spezia, sta costruendo la sua storia e il suo percorso professionale e privato, trascorrendo il suo tempo qui, anche se sempre in viaggio per far conoscere il suo lavoro creativo. Ce lo teniamo stretto e come fa lui con alcuni dei suoi studenti, ce lo coccoliamo. Sono le persone che fanno una città (forse ho già espresso questo concetto in questa rubrica) e penso che sia importante rendere visibile chi alla Spezia si impegna e realizza i suoi sogni. Ora che Studio Traccia consolida la sua presenza in un altro quartiere spezzino, speriamo di incontrarli altre volte e di poter assistere da qui ai loro successi (non solo quelli di Palloni, che i Mammaiuto mietono premi in continuazione!). E chissà magari un giorno ci sarà per loro una bella targa o una bella statua che li ricorda ai cittadini futuri!

FRANCESCA CATTOI

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La copertina di "La Lupa"


Notizie La Spezia

























Testata giornalistica iscritta al Registro Stampe del Tribunale della Spezia. RAA 59/04, Conc 5376, Reg. Sp 8/04.
Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
Contatta la redazione

Privacy e Cookie Policy
Impostazioni Cookie

Per la tua pubblicità su Cittadellaspezia sfoglia la brochure

Liguria News