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Il tremolar dei palloncini, segnale che a ghe sèmo

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Il tremolar dei palloncini, segnale che a ghe sèmo

- Nel triduo che ha inizio oggi non c’è uno sprugolotto che sia uno, che non scenda al mare per anda-e a-a fèa. Si percorre un tratturo antico, giunti quasi al termine del quale, come diceva quello là, si intravede il tremolar dei palloncini che ondeggiano garrendo al vento. Quello è il segnale che a ghe sèmo, che ormai ci si può immettere nella mega kermesse di colori, sapori e suoni che coinvolge la gente della Sprugola da ben oltre tre secoli.
Quale sia il mistero dell’appeal che non smette di ammaliare, non è cosa facile a dirsi. Certo, la fascinazione ha inizio da subito, da quando i genitori attaccano il primo palloncino alla carrozzina che spingono e gli occhi di chi vi è dentro si riempiono dello sfarfallio nel cielo di quella camera d’aria colorata. È, paragone irriverente, come appendere la medaglietta benedetta, una sorta di battesimo profano che conferisce la cittadinanza sprugolina.
Certo, i palloncini cambiano nel tempo. Quando me a-eo un fanteto, era una sfera monocolore; ai figli compravamo tubi lunghi e corrugati; i nipoti si sono sbizzarriti a far librare nell’aria i protagonisti dei cartoni preferiti. Ogni palloncino è la metafora di un’epoca, ma, anche se cambiano le forme, permane invariata la grande festa popolare, né suona diverso il pianto di chi vede allontanarsi verso il sole la cosa che stringeva nel pugno fino ad un attimo prima.
Dopo il palloncino, per noi, che ci credevamo ormai quasi adulti, il secondo step era a resta de-e nissee, il collier di nocciole con cui adornavamo il petto e che esibivamo orgogliosi assieme ad un boomerang che impugnavamo con presa ferrea. Era una vera e propria arma da combattimento che, dopo essere stata scagliata, faceva sempre ritorno nella nostra mano. Miracolo della tecnologia o abilità nel tiro?
Niente di tutto questo; semplicemente era un sacchettino dai tanti spicchi colorati ripieno di segatura. Una pallina, insomma. Era assicurata al polso da un elastico che ce la ritornava immancabilmente indietro dopo che l’avevamo lanciata contro una prima fantela e poi un’altra e poi un’altra ancora.
Se fortunati, riuscivamo a ricevere in cambio un sorrisetto, ma il più delle volte ci veniva rivolta al minimo un’occhiataccia di disappunto, se non peggio.
Però, anche se non eravamo riusciti nell’impresa di spezzare un cuore, quell’espressione di fastidio non riusciva a incrinare l’intima soddisfazione che si provava per aver compiuto la prima prodezza amorosa andando all’assalto dell’irraggiungibile altra metà del cielo.
Per noi che adé a-semo veci, anda-e a-a fèa era anche un’educazione sentimentale.

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