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Ultimo aggiornamento: Martedì 20 Febbraio - ore 23.00

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Il rock dei ravioli

di Bert Bagarre

Il rock dei ravioli

- Come disse Filippo Tommaso Marinetti, con l’avvento dell’Arsenale la Spezia divenne città di futurismo. Ma, siamo chiari, non nell‘accezione con cui talora lo si intende oggi con il trattino separatore dopo la prima sillaba ad indicare un destino tradito, bensì come città dei tempi nuovi e dalle brillanti prospettive.
Sulla Sprugola le cui rive pulsavano di febbrile modernità dinamica, vedevano la realizzazione pratica del loro mondo ideale costruito su movimento ed accelerazione e fondato su velocità e rinnovamento, qualità che condannavano al macero i rimasugli del già stato. Proprio i futuristi hanno inventato la rottamazione che chiamavano passatismo, termine che immediatamente divenne popolare e simbolo di una categoria che racchiudeva schemi non più capaci di interpretare la realtà.
Non faccio politica, sia chiaro; solo penso a Celentano che divide il mondo creato fra rock e lento. I futuristi erano il rock e tutti il resto era il lento.
Questa dicotomia si applicava a tutto, compresa anche, udite udite, la gastronomia.
Tutto succede quando Marinetti, grand maître e gourmet, in una conferenza a Genova bolla le cucine regionali come “stantie, rancide, ammuffite” e bandisce dal menu futurista qualsiasi tipo di pastasciutta al cui posto su ogni tavola deve stare il ‘carneplastico’, una mega polpetta di vitello ripiena di undici verdure diverse da disporsi verticalmente su uno spessore di miele sorretto da un anello di salsicce poggiante su tre sfere di pollo.
Il movimento da sempre pendeva dalle labbra del capo, ma in questo caso si alza la voce dissenziente di una fronda. La corrente di minoranza, brandendo un manuale di cucina ligure che definisce minestra e non pastasciutta i ravioli, sostenendo con sottigliezza filologica che questo piatto non può essere compreso nel diktat del Filippo, della gustosa pasta ripiena continuano golosi ad abbuffarsi.
Il capo della rivolta è Vittorio Osvaldo Tommasini che non è un carneade qualsiasi, ma un importante esponente del movimento. Noi lo conosciamo soprattutto con lo pseudonimo di Farfa che subito adotta per la mania che tanti hanno di celare la propria identità sotto un nome d’arte.
Di nascita Farfa era triestino, ma d’adozione fu sprugolotto tanto verace che, precedendo l’Aeropoema di Marinetti, si rivolse a “l’aerogolfo della Spezia” dicendolo luogo “scintilloso d’idroplani scalpitanti di motori” dove risuonano “canzoni altolibranti”.
Che volete? Il cervello può anche piegarsi alla più ferrea disciplina, ma lo stomaco non rinunzia mai alla sua autonomia.
Poi, dizemose a veità, i raviei, i ne eno forse rock?

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