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Il primo dopo guerra e quelle migliaia senza un lavoro

di Bert Bagarre

sprugoleria
Il primo dopo guerra e quelle migliaia senza un lavoro

- Dopo la grande guerra il lavoro, si sa, scarseggiava assai e tanti erano i disoccupati che non sapevano come mettere insieme il pranzo con la cena.
La cosa interessa anche il quotidiano della Sprugola che fa condurre ad una delle sue giornaliste che generalmente si occupavano di questioni femminili, una veloce inchiesta: il dernier cri della moda, l’eleganza della casa, le toilettes delle signore alle prime del Politeama. È Marga, nickname con ogni probabilità di una Margherita, che sulla questione ci fa su un pezzo che esce quando infuria la calura estiva suscitando un vespaio di critiche.
La nostra redattrice scrive che, girando per il centro, non può fare a meno di sbirciare dentro alle porte socchiuse degli uffici dove vede bellissime figliole abbigliate all’ultimo grido, sedute davanti a una Remington, spesso intente a ritoccarsi le labbra o a rimirarsi allo specchietto.

Sono tutte, lei garantisce, elegantissime a cominciare dal “piedino calzato con scarpetta da cento lire in su” alla testolina agghindata dal meglio coiffeur della landa. Queste ragazze che vanno sul posto di lavoro con cappelli a fiori indossando costosissime calze di seta, sembra addirittura che si rechino ad un convegno d’amore invece che a tenere una complicata partita doppia. Però, il loro aspetto è di uno chic che incanta chi le guarda a cominciare, è ovvio, dal principale che non resterebbe così affascinato se avesse davanti agli occhi “la spalle quadrate e la faccia rude di uno smobilitato”.
Addirittura, asserisce Marga, ne ha vista una che cammina come se fosse su una passerella e detiene il record dell’eleganza: per la fattura dei suoi abiti e per la frequenza con cui li cambia. La domanda, a giudizio della giornalista, è inevitabile: ma se spende così tanto per vestirsi, che bisogno ha di lavorare? Non farebbe meglio a lasciare il suo posto ad un uomo che magari ha una famiglia da mantenere e dopo la trincea non riesce a trovare lavoro?
Sono gli interrogativi che girano per la testa quando si acuiscono le contraddizioni della società che non trova facile spiegarsi gli scompensi che si creano al suo interno.

Nel nostro caso (ricavo le notizie da una copia de Il Tirreno del 1920) rimbalzano sulla vita quotidiana le conseguenze della guerra. Il conflitto aveva chiesto tanto, ma tutto quello che aveva promesso era arduo accontentare. Il lavoro dipendente era stato chiamato a rischiare la pelle, la donna aveva preso il posto dell’uomo nel lavoro, tante energie erano state liberate e non si riusciva a contenerle. Oggi, fatti i dovuti paragoni, non viviamo una situazione analoga?

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