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Ultimo aggiornamento: Sabato 20 Ottobre - ore 17.45

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Il partito preso delle cose

Riflessioni sulla fotografia di Alessio Gianardi. Di Francesca Cattoi

Le migliori intenzioni
Il partito preso delle cose

- Questa volta, la rubrica è dedicata ad una persona che considero un amico. Ho incontrato Alessio, da cui mi dividono 15 lunghi anni, nel 2011 e mi è stato presentato da Roberta Bazzoli. Abbiamo lavorato insieme ad una mostra dal titolo Box 2 Box, che ha inaugurato il 22 giugno 2012 in uno spazio vuoto in via della Canonica alla Spezia. Condivido con Alessio pensieri e azioni sull’arte contemporanea, viaggi e incontri che sicuramente hanno arricchito entrambi. Poiché apparteniamo a due generazioni diverse, grazie a lui ho avuto la possibilità di conoscere alcune, ma non tutte, le persone che compaiono in questa rubrica e comunque confrontarmi quotidianamente con chi ha una prospettiva sul futuro diversa dalla mia. Ho seguito il suo percorso artistico da allora e questa è un’ottima occasione per presentare la fase attuale del suo lavoro.

Caro Alessio, iniziamo, come al solito, dall’inizio. Che studi hai fatto?
"Qualche tempo fa leggevo il curriculum vitae di Luca Bertolo, artista che torna spesso nei nostri discorsi, perché lo stimiamo, e lui stesso si definisce “quasi laureato”: ecco io sono quasi laureato in Nuove Tecnologie dell'Arte, facoltà che ho frequentato presso l'ABBAA di Carrara; parallelamente studiavo da privatista chitarra classica e ho conseguito il diploma di Teoria e Solfeggio presso il Conservatorio “Giacomo Puccini” della Spezia. Successivamente, grazie a un bando svolto in collaborazione tra Fondazione Carispe, CAMeC e Fondazione Fotografia Modena, ho vinto la borsa di studio per il master biennale di Alta Formazione sull'Immagine Contemporanea, che ho frequentato e concluso dal 2014 al 2016".

Come hai capito che volevi intraprendere un percorso dedicato all'arte?
"Mi ricordo delle immagini sulle guide turistiche che mia nonna mi portava dalle sue gite; la raccolta di quei libercoli costituiva un ipertesto, seppur limitato per quegli anni, di sapere da acquisire e memoria da ricordare. La mia domanda era: quel libro era solo un souvenir (ricordo) o la testimonianza, l'attestazione che lei avesse visto tutte quelle cose? Piero della Francesca ad Arezzo, Cosme Tura a Ferrara, la Cappella degli Scrovegni a Padova...
Nemmeno troppo erroneamente, per molto tempo, per lo meno fino a quindici anni, ho pensato che il comunicare tradizionalmente attraverso il mezzo fotografico fosse sufficiente a sfamare/alimentare le mie “questioni irrisolte”.
Fin da bambino a Manarola, paese dove sono nato e cresciuto, ho frequentato i corsi di fotografia di Sergio Fregoso: allora Manarola era ancora il suo paese e, prima di lui, di Renato Birolli e Antonio Discovolo, un luogo dove menti sensibili sapevano riconoscere nella genuina semplicità di una società contadina la genialità rispettosa di un sodalizio fatto col territorio (Telemaco Signorini nei suoi diari descrive Riomaggiore come una fogna a cielo aperto, ma nonostante tutto sarà il suo soggiorno per molto tempo). I terrazzamenti delle Cinque Terre, risultato di una profonda forzatura dell’uomo sulla natura - che oggi si riprende, talvolta con forza, il suo posto - poteva quasi rappresentare una sorta di opera di Land Art inconsapevole, certo un’invitante attrattiva a chi ci viveva dentro. Più volte insieme a te e Alessandro Ratti, in occasione del muretto al CAMeC, abbiamo parlato di questi argomenti. Voglio solo dire che durante la mia formazione, ero sensibilmente ispirato su più fronti, non di meno di un ragazzo cittadino più avvezzo alla mondanità.
Negli anni dell'adolescenza ho continuato a interessarmi alla produzione di “fotografie”, a frequentare corsi per assimilare una tecnica e, in seguito, collaborando a progetti artistici in ambito locale.
Con il Master a Modena ho capito definitivamente che della fotografia in senso tradizionale non mi importa, bensì di ciò che si cela dietro a un linguaggio fotografico: di cos'è fatta un'immagine? Perché si fotografa quel soggetto? Il tempo di un'immagine... Mi viene in mente il Giovane che guarda Lorenzo Lotto di Giulio Paolini (1967), del transfert consustanziale, corporale, temporale e spaziale che avviene attraverso la riproduzione (la fotografia) di quel quadro...
Direi che a questo punto possiamo ricongiungerci alle immagini delle guide turistiche di nonna: e pace sia fatta! (per modo di dire...). A volte bisogna studiare tanto per capire che non si è interessati...".

Quali sono le tematiche fondamentali su cui si fonda la tua pratica artistica?
"L'indagine ha origine dallo studio della fotografia, partendo dalle forme con cui questa si manifesta, per arrivare ad analizzare i metodi attraverso i quali l’immagine si fissa sul supporto materico. Il risultato di questo procedere artistico è presentare l’immagine come materia, partendo dall’osservazione attenta e discreta e mantenendo il fulcro sul processo che viene attivato e controllato. L’analisi sul linguaggio presuppone una profonda conoscenza delle tecniche fotografiche, delle reazioni chimiche innescate dai materiali e dispositivi meccanici utilizzati, per giungere ad indagare a fondo tutte le possibilità della luce di impressionare la materia.
La riflessione è volta all’indagine del perché le cose accadono, un entrare nelle pieghe dei meccanismi della riproduzione di un’immagine per ritrovare quello stupore originario che è alla base della nascita e dello sviluppo della fotografia stessa".

Quali sono le esperienze professionali più significative che hai fatto?
"Per risponderti, descrivo un lavoro che ho condotto nell’autunno 2016. A settembre di quell’anno, sono stato ospitato in residenza presso lo Stills – Centre for Photography di Edimburgo per approfondire le mie tematiche di ricerca. In quel periodo stavo studiando le potenzialità della cianotipia, reduce da un lavoro riguardante l'ossario del cimitero San Cataldo di Modena realizzato da Aldo Rossi (l'opera in questione, Testimone (2016), è stata acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena). La cianotipia è un'antica tecnica di stampa caratterizzata da una dominante blu, messa a punto da Sir John Herschel a pochi anni dalla nascita “ufficiale” della fotografia; essa sfrutta la fotosensibilità di una soluzione ottenuta mescolando due sali di ferro e ha come unici agenti rivelatori la luce (solare) e l'acqua: un passaggio potenzialmente possibile senza azioni umane, attraverso l’alternanza atmosferica di sole e pioggia.
In Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow (titolo preso in prestito dal famoso soliloquio di Macbeth, atto 5 scena 5, di William Shakespeare e ambientato nella Scozia del Seicento a pochi chilometri da Edimburgo) la cianotipia, attraverso i suoi procedimenti, diventa un indicatore, laddove vi è la volontà di segnalare un luogo, contesto o situazione, interessato da un mutamento in fieri. Come il tempo atmosferico e il tempo astronomico determinano la trasformazione degli eventi, la soluzione cianotipica muta per opera dell’azione di luce ed acqua in un intervallo di tempo sufficientemente necessario da permetterne la nostra presa di coscienza sulla storia.
Nel caso specifico mi sono relazionato con una formazione rocciosa del vulcano spento Arthur’s Seat, che domina la città. La soluzione fotosensibile pone l’attenzione sul palcoscenico di un paesaggio sconvolto in passato da catastrofi geologiche, ma che col tempo è diventato abitabile: in un giorno di sole la radiazione luminosa ha impressionato la roccia precedentemente sensibilizzata col cianotipo e il giorno successivo (per il quale il meteo aveva previsto pioggia) l'acqua ha sviluppato la soluzione conferendo alla roccia un’intensa colorazione blu. È un'azione che cattura la luce di una giornata scozzese, parla della fotografia in maniera tautologica, evidenziando gli elementi organici che la costituiscono: acqua-sole / chimica-fisica / spazio-tempo. Il risultato del mio intervento e il lavoro svolto sono esemplificative del mio agire artistico".

Vivi tra Torino e Manarola. Come hai scelto questa seconda città per continuare a sviluppare il tuo lavoro?
"Dopo i due anni a Modena, l’idea di tornare a Manarola non era molto invitante. Le Cinque Terre non sono più quelle dei soggiorni di Alighiero Boetti e Michelangelo Pistoletto, potrebbero tutt'al più essere oggetto di studi sociologici da parte di qualche fedelissimo adepto di Zygmunt Bauman. Riconoscere il potenziale che sta dietro al fotografare la fotografia del paesaggio che sciami di orientali vedranno da lì a pochi minuti “dal vero”, è un timido amplesso che si prova le prime volte e che cede a poco a poco il passo a identificarlo in un gesto compulsivo, vorace e perverso: osservo la scena per la millesima volta e sento sferzarmi addosso la scudisciata della bellezza unita a quella dell'intelligenza; su di me, per l'umanità tutta.
Comunque, ho scelto Torino perché mi piaceva l'idea di un posto culturalmente attivo, ma allo stesso tempo sentivo il bisogno di un ambiente che parlasse anche la “mia lingua” (“fin da Alessandria si sente il mare” dice Ivano Fossati, ed è vero...); le acciughe salate, di orgoglio ligure, non solo sono l'ingrediente fondamentale del piatto più tipico piemontese (la bagna càuda), bensì lo stesso metodo di salagione (e quindi di conservazione) è frutto di un evento casuale avvenuto per opera di contrabbandieri piemontesi che nascondevano, nei barili, il sale sotto uno spesso strato di acciughe: siamo complici e alleati, e parenti.
Quindi eccomi, dal baricentro (più o meno) del bacino del Mediterraneo al fulcro del bacino idrografico del Po: fino a pochi mesi fa vivevo alla confluenza della Dora Riparia con il Po. L'acquaticità nella vita come nel lavoro".
 
Con quali realtà cittadine ti confronti o ti sei confrontato?
"Dopo pochi mesi dal mio trasferimento a Torino sono stato coinvolto in un progetto presso il PAV – Parco Arte Vivente, un centro sperimentale di arte contemporanea concepito dall'artista Piero Gilardi: partendo dal concetto di “ambiente”, di difficile definizione univoca, in che modo un artista si può relazionare ad esso? E quindi, quale potrebbe essere una personale definizione del termine o un più ampio discorso che scaturisce dall’idea di ambiente? Questa è la questione che Giulia Mengozzi ha deciso di sollevare per la collettiva Teatrum Botanicum in mostra al PAV nel giugno 2017. L'opera Ho un'idea di contatto sfrutta passaggi sottratti al controllo umano: sole, pioggia, tempo. È costituita da fogli di gelatina di pesce (non a caso, uno dei primi collanti utilizzati per “attaccare” i sali d'argento alle carte e pellicole fotografiche) che fanno da supporto alla soluzione cianotipica e assumono, grazie agli agenti atmosferici, la forma di ciò su cui sono appoggiati – in questo caso un tavolo, La table de Circé, ex scenario di una performance di Brigitte De Malau. Il risultato visibile è qualcosa che oscilla tra la volontà di ottenere un calco dell’oggetto (il tavolo), rinnovando la relazione ambigua negativo/positivo, e la creazione di un oggetto subordinato ad esso (una tovaglia) rincarando la questione negativo di chi? / positivo di chi?
Il lavoro è rimasto fino a naturale decadimento, che è un po' la politica di tutte le opere ospitate presso la collezione d'arte ambientale del PAV".

Anni fa organizzavi una manifestazione d'arte a Manarola. Ce ne puoi parlare?
"Diciamo che nel passato ho fatto diversi tentativi di sensibilizzazione all’arte, spesso in collaborazione con altre persone che in quel momento condividevano con me pensieri e riflessioni. Per esempio, ricordo le tre edizioni di “Artesotterranea” (dal 2005 al 2007) con Sara Fregoso, dove la galleria che unisce la stazione al paese, luogo di transito obbligato per chi viene e chi va, veniva trasformato in “galleria d'arte” e che vantava il coinvolgimento di artisti italiani e non; poi ci sono state le due edizioni di “umana Emersione” (2010 e 2011). La manifestazione era organizzata all'interno dell'Associazione umana con l'aiuto di Enrico Formica, con il quale abbiamo selezionato gli artisti. È stato un tentativo per cercare un punto d'incontro tra gli abitanti e i turisti e che insegnasse qualcosa ad entrambe le parti: ai primi una maggiore fiducia e ai secondi la discrezione.
La manifestazione prevedeva, infatti, che Manarola aprisse le porte delle proprie cantine ed affidasse ad alcuni artisti il compito di tradurre visivamente ed emotivamente la natura misteriosa e oscura di questi luoghi, attraverso installazioni specifiche. Le cantine, per chi vive nelle Cinque Terre, non sono semplici antri scavati nella roccia, sono una tradizione, luoghi della memoria, simboli dell’identità di un territorio diventato Patrimonio dell’Umanità, percorso ogni anno da migliaia di turisti provenienti da ogni angolo del Mondo, ma che, al di là della globalizzazione, vuole mantenere la propria “intimità”, i propri segreti. La gelosa protezione di queste cantine, sottratte generalmente agli occhi più o meno indiscreti dei turisti, è il riflesso tangibile di un’intangibile, ma fortissima, identità cultural-popolare, che gli abitanti delle Cinque Terre tengono molto a proteggere, difendere e tramandare.
Da un lato quindi c’è la volontà di escludere il resto del Mondo dall’essenza della propria identità, dall’altro c’è l’amore del resto del Mondo per le Cinque Terre e la loro cultura, non solo il loro paesaggio mozzafiato.
La seconda edizione di “umana Emersione” vede la nascita del Collettivo Parisse, un progetto di arte pubblica e relazionale, che si appoggia all’Archivio della Memoria di Manarola custodito da Anselmo Crovara, una ricca raccolta di testimonianze della storia locale. Il progetto ha l’obiettivo di contrastare gli effetti collaterali dell’incessante afflusso turistico a cui il delicato territorio delle Cinque Terre è soggiogato da più di un decennio: di fronte al fallimento di questa modernità, il Collettivo Parisse cerca nella storia una nuova coscienza per i gesti di oggi. Nel Collettivo partecipano attivamente un numero variabile di persone, artisti e non, che collaborano all'analisi e stesura di temi ritenuti importanti per la dimensione identitaria delle Cinque Terre".

Vogliamo fare il punto sulla scena artistica spezzina? Quali realtà possiamo individuare come riferimenti?
"Ricordo un'esposizione su Vasco Rossi a Modena presso il Foro Boario, sede espositiva della Fondazione Fotografia; in questo momento al Museo di Villa Croce di Genova è in ostensione la Coppa Italia, vinta dalla Sampdoria; sono solo due esempi riguardanti spazi per l'arte contemporanea gestiti dai Comuni, ma l'elenco di questi casi-mostre può essere molto lungo.
Analogamente anche al CAMeC della Spezia più volte ci siamo chiesti come sia possibile che gravitino contemporaneamente una mostra di Giulio Turcato e un convegno politico.
La confusione rispetto agli spazi dedicati all'arte contemporanea significa non avere un progetto chiaro su questo argomento da parte delle amministrazioni pubbliche, che dovrebbero identificare figure professionali, garanti di creare le condizioni di un rapporto proficuo tra arte dell’oggi e pubblico, tra chi lavora ogni giorno per rendere visibile una propria visione del mondo e chi dovrebbe ricevere e scoprire queste visioni. La mancanza di competenze e linee guida su questo, lascia spazio al “tutto va bene” e riempie (si fa per dire...) i musei di persone disinteressate con mostre-escamotage, che pretendono di coinvolgere più di cento (!!!) artisti locali (...non scherziamo su, siamo alla Spezia, un proliferare di artisti così ampio ci paragona, in proporzione a New York o a Berlino!). Selezionare non vuol dire limitare la creatività, in quanto sentimento e attitudine personale e insita in maniera originale in ogni essere umano, ma proprio per questa ragione e poiché per fare arte non serve nessun titolo accademico, è necessario uno sguardo attento che nobiliti le voci più meritevoli e che possano aiutare i colleghi a fare sempre meglio.
Ultima roccaforte era il Circolo Culturale “Il Gabbiano” degli amici Fernando Andolcetti, Cosimo Cimino e Mario Commone, che dopo cinquant'anni di perseverante, onesta e virtuosa attività giunge ora al capolinea.
Altri luoghi del contemporaneo rivolto all’arte visiva in generale, sono NOVA, presso la ex Ceramica Vaccari a Ponzano Magra, mentre nel campo commerciale possiamo citare la Cardelli & Fontana artecontempornea a Sarzana, altro non saprei.
(La risposta a questa domanda è frutto di una condivisione di prospettiva e pensiero tra me ed Alessio, quindi attribuibile ad entrambi)".

Le nostre strade si sono intrecciate anni fa e abbiamo anche collaborato in varie forme, e spesso discutiamo d'arte, cultura etc. A me piace ricordare il tempo passato ad ascoltare te e Roberta nelle fasi precedenti alla mostra “Box 2 Box”, oppure l’esperienza significativa del Collettivo Parisse per la costruzione del Muretto al CAMeC; o ancora le intense giornate di lavoro con te e Silvia Benvenuti durante le fasi allestitive delle mostre del CAMeC, quando ero consulente artistico tra il 2013 e il 2015?
"Ricordo Box 2 Box come il momento primigenio della nostra amicizia e del rapporto di conoscenza con Roberta Bazzoli, che stava proprio alla base del progetto. Allo stesso modo le collaborazioni con Silvia Benvenuti e col Collettivo Parisse al CAMeC costituiscono una preziosa collezione affettiva, oltre che un arricchimento professionale. 
Il “Laboratorio per la costruzione e tutela dei muri a secco” nell'ambito della mostra “Brumeggiare. Le collezioni della Spezia tra arte, storia e territorio”, il cui progetto curatoriale coinvolgeva, oltre a te, Tristan Boniver, Lara Conte e Diego Ballani, è stata un evento extra-ordinario all'interno di uno spazio istituzionale. La costruzione di un vero muro a secco all'interno del percorso espositivo, da un lato ha avuto un valore simbolico riconoscendo nel lavoro contadino un'esigenza necessaria (guardare al territorio non solo come patrimonio culturale da preservare, ma anche come alleato da rispettare per essere salvi), dall'altro l'aspetto installativo legato alla realizzazione di un’opera d’arte veniva messo in secondo piano per favorire la comunicazione nell'ambito sociale ed avvalersi di un’identità specifica. Anche in questo caso, come già avvenuto nella mostra “Brumeggiare”, l’arte viene usata strumentalmente per riflettere sulla socialità dell’uomo e sulla sua storia: per questo motivo il Collettivo Parisse invitava tutte le realtà locali impegnate alla tutela e mantenimento dei muretti a secco a unirsi per convogliare le energie in un progetto comune. Le pietre utilizzate per il muretto provenivano dal materiale di accumulo dell’alluvione che ha interessato il territorio spezzino, e in particolare il Comune di Vernazza, il 25 ottobre 2011, catastrofe le cui cause si ritrovano proprio nell'abbandono delle terre per dedicarsi a nuove forme di sussistenza.
Il laboratorio prevedeva diverse fasi: una preliminare di raccolta dei sassi condotta da Anselmo Crovara e Franco Amorese, seguita da quella di trasporto presso il museo; successivamente la costruzione presso il CAMeC è stata realizzata in tre pomeriggi sotto la supervisione esperta di Lauro Bordoni (accanto all'area cantiere un monitor restituiva ogni volta i video delle giornate precedenti). In questo modo i partecipanti sono stati arricchiti delle competenze utili a comprendere la necessità di un reale intervento per la salvaguardia del nostro paesaggio e pronti a proseguire il progetto nelle zone che necessitano di manodopera: durante l'estate del 2014 sono stati recuperati diversi muri nel territorio delle Cinque Terre ed alcuni degli allievi proseguono la loro missione sul territorio tutt'ora.
Guardando questi eventi a un po' di anni di distanza, non posso fare a meno di osservare il desiderio di fare squadra, denominatore comune di tutte queste nostre esperienze: l'amore nel pensiero unito all'amore per le persone".

Cosa vedi nel tuo futuro?
"Anch'io come te mi auguro di poter vivere la mia vita con le migliori intenzioni; spero di poter accettare le mie trasformazioni con la stessa meraviglia e filosofia con la quale guardo un sale ossidarsi".

Qualche anno fa ho regalato ad Alessio un libro di Francis Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi, 1979. È una raccolta di poesie, che avevo comprato per completare la ricerca sulla tesi di laurea e che aprono uno sguardo inedito ed emozionante sugli oggetti quotidiani che ci circondano. Alcune frasi lette così tanti anni fa, mi sono state, e mi sono, care ancora oggi. In fondo al libro, ho ritrovato un mio breve scritto, che rifletteva alcune contingenze del momento e termina con questa frase: “Vorrei poter credere che vivrò la mia vita con le migliori intenzioni”. Il titolo di questa rubrica, che mi è stato suggerito da Alessio proprio pensando a quella frase, vuole essere un augurio per tutti quelli che troveranno spazio in queste pagine.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tomorrow, tomorrow, tomorrow - Alessio Gianardi, 2016 Evan Thomas


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