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Il padellone delle meraviglie del signor Stoppa

di Bert Bagarre

sprugoleria
Il padellone delle meraviglie del signor Stoppa

- L’angolo de ciassa Brin vicino alla fontanina, angolo vie Roma e Firenze, l’ho sempre visto com’è oggi, con un chioschetto che vende da bere e da mangiare al popolo dell’ampio slargo. Senza distinzione d’età, dai bambinelli a quelli che vanno in giro con il bastone, lì si è certi che si trova il disiato sollievo gastronomico.
Come funziona oggi, sono sincero, non saprei dirlo con sicurezza perché, abitando altrove, non frequento a ciassa come quando avevo i causson corti, ma in quell’epoca ormai lontana ero un habitué del chiosco specie quando mi ci portava mia nonna. Gli avi, sfondo porte aperte, hanno il braccino più lungo di quello dei loro figli e quando mi accompagnava la nonna non avevo esitazioni a piazzarmi davanti al chiosco verso le quattro quando lo stomaco mai sazio cominciava a reclamare la merenda senza preoccuparsi se, come dice il nome, l’avessi meritata oppure no.

Una mezz’oretta prima dell’ora fatidica si sentiva un brontolio provenire da un padellone che, ripieno di olio fin quasi all’orlo, iniziava a soffriggere indicando che era l’ora. Il titolare del chiosco che tutti, a ragione o a torto, chiamavano Stoppa, buttava nello sfrigolio tante pagnottine di pasta che al contatto con l’olio bollente si gonfiavano. Con una schiumarola Gino allora le faceva saltare che diventassero bronzee da ogni parte per poi porle su un canovaccio bianco; alcune le ricopriva con dello zucchero a velo, mentre altre le punturava con una grossa siringa per iniettarvi dentro una sostanza gelatinosa appetitosa al solo vederla. Era crema, quella che quando addentavi ti andava un po’ in bocca e la maggior parte scivolava giù lungo il dito che era tanto buono da succhiare. Insomma, se non lo si è ancora capito, sto parlando del bombolone che a quell’ora del pomeriggio riscuoteva molto più successo dea fugassa o der paneto con a scelta mortadella o stracchino.

Quel buon cibo non l’aveva inventato piazza Brin. Aveva una tradizione culinaria molto più distante provenendo addirittura dalla Stiria che è regione dell’Austria sudorientale. Là lo chiamavano Krapfen che nella loro lingua strogota vuol dire ciambella ma nell’Italia de Ventennio che bandì ogni termine foresto, il buon dolce fu ribattezzato “bomba fascista”, anche se per fare prima e forse anche per non dargli una coloritura politica troppo marcata, fu chiamato bombolone. Ma conta il nome? Come si chiedeva quella tredicenne innamorata, la rosa avrebbe diverso profumo se la si chiamasse in altro modo? Il bombolone resta nella memoria dei sapori. Unico rimpianto è che allora non avevano ancora inventato la nutella.

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