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Ultimo aggiornamento: Sabato 19 Agosto - ore 23.06

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Il forte sulla collina

di Marcello Albani

Il forte sulla collina

- I Vecchi dell’Università della scogliera, d’altro scibile rispetto agli atenei, sostituivano la esse ad una zeta e... strònso era quasi un complimento, sinonimo d’umanità pulsante, quasi l’esatto contrario di abelinà.
Bastardo, detto da un nazista, era una cosa; detto da Loro – bastardo – era ben altra.
Quando ispezionavano le fasce di un lattante che aveva appena prosciugato la tetta della mamma, mica dicevano: “Quarda, ha fatto la pò–pò... quarda, ha fatto la pù–pù... guarda, ha defecato.”
Più prosaicamente esclamavano: “... i à cagà.”
Esaltavano il sacrificio dei soldati – che vivevano nei forti umidi, senza riscaldamento, intonacati con la sabbia della spiaggia, che sputava sale all’infinito – riconoscendo loro l’esclusivo diritto di espletare, lì, la privativa più segreta: “Drènto ar fòrte i ghe càgo i sordàti.”

... La strada s’inerpicava dopo le prime case delle Grazie, la circondava la macchia del nostro golfo con i suoi ulivi, gli arbusti, la steppetta bassa colorita di borragine e papaveri spontanei.
Ad ogni curva a gomito si mostrava un pezzo da incanto, un’ansa di mare, una collina ombreggiata da una nuvola estiva, la lingua di terra di Santa Maria, un pezzo di diga; tutto, però, frammentato dagli aghi dei pini come se sua maestà la natura gradisse mostrarsi solo dal buco della serratura.
Si arrivò infine alle muraglie del forte – seconda metà dell’ottocento – e lì lasciammo l’auto per salire a piedi.
La lunga cinta di pietra grigia, verso est, era cieca d’aperture e scostata dalla strada di cinque, sei metri. La vegetazione copriva metà della sua altezza, un fregio d’arenaria la percorreva da cima a fondo, accentuandone la forma oblunga.
Poi girammo l’angolo, a nord est, ed apparve il basamento dell’opera, prima occultato dai rovi, con il fossato e le feritoie a mitigare la monotonia della spessa cortina.
Infine la costruzione centrale con il suo piazzale, posta sul crinale del monte, ove l’orografia selvaggia e primitiva e la proiezione della vista, ad angolo giro, erano tali da mozzare il fiato.
La pietra bugnata, il tutto tondo dell’arco dell’aggettante portale, il rilievo delle angolature conferivano alla cinta, seppur diruta, un mix di semplicità e raffinatezza, una possanza ed una leggerezza da porla in armonia con quell’ambiente, tanto facile all’oltraggio.
Il golfo solcato, a levante, dalle scie delle vele e con le Apuane che fungevano da quinta, si mostrava oltre gli spiaggioni, sino alla foce della Magra.
Al mezzogiorno il castello genovese vigilava sul Porto di Venere e l’isola Palmaria appariva come una gigantesca testuggine con l’isolotto del Tino, semicoperto, a farle da testina.
A ponente dove la montagna, con strapiombi danteschi, di testa si tuffava giù nel mare, lo scoglio Ferale pavoneggiava la sua sagoma aspra.

... Il Vecchio universitario d’a scogèa de Santerenso, giunto lì provato dalla lunga camminata, sedette davanti a quel portale, fece una carezza alla lupetta che, riconoscente, gli leccò la mano, e cominciò a sfogliare la “Nazione” di quel venerdì 24 giugno.
Letta la sfilza dei beni dismessi, a um a um, dal ministero Difesa, così poetò la sua tesi: “na vòta... drènto àr forte i ghe cagàvo i sordati adè la ghè nà gran Signoa mogè d’e... che nvece de quela ròba la càga i bìgne...”
Ritagliò accuratamente l’articolo in questione, per la bacheca d’a scogea, e sollevate quindi le ossa stanche, rimise in moto le giunture scricchiolanti e proseguì il suo cammino per giungere davanti all’altra fortezza... di fronte alla torre della Scola... quella Prigione sconsacrata del retaggio d’ambasce, di sofferenze e voglia di morire di quei marinai costretti, di quei forzati traghettati, all’alba, a picconare; di quei disperati in attesa di un treno per Dachau... ora ludoteca per dissertare del mare lorum.
Tese le orecchie, il Vecchio universitario della scogliera, e dalle celle le più orride e fredde, quelle della bassa forza... quelle verso nord... udì il loro lamento che, come una tromba marina, si avvitava verso i palazzi dell’alta forza che, non sempre, poi così alta appare.

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