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Il folklore spezzino raccontato da Mazzini

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Il folklore spezzino raccontato da Mazzini

- Nell’agosto 1918, in piena guerra, i giornali locali informano che il Prof. Cav. Ubaldo Mazzini R. Ispettore dei Monumenti e Scavi per il Circondario della Spezia e per il Mandamento di Aulla e Commissario di Belle Arti per le Province di Genova e Porto Maurizio, appena insignito del titolo di Commendatore della Corona d’Italia, ha pubblicato un saggio sul folklore spezzino: 175 pagine in cui l’Ubaldo sembra essere tornato il Gamin de na vota, dice Il Popolo. La distanza fra testata e studioso è superata dalla comune consapevolezza che sapere il proprio passato rende coesa la comunità la cui fondazione è recente.
Nel libro Mazzini ricerca l’identità persa ritrovandola in giochi fanciulleschi, canzonette infantili, ninne nanne, preghiere, scioglilingua, burle e dispetti in una recherche che riporta a galla tradizioni che si vanno smarrendo e fa rinascere il piccolo mondo antico fatto di fainà, bòrgoi, rostìe, farinata e castagne lesse e rostite, di cui restava solo il profumo lontano. L’Ubaldo non conosce Proust, ma il clima è quello, segno di un’esigenza culturale che supera i confini.
Interessa anche come Mazzini conduce l’analisi.
Grande frequentatore di archivi paludati, non esita ad intervistare gli anziani della città e delle campagne, dalla loro viva voce raccoglie le testimonianze sul mondo che non c’è più.
Il libro inizia con un tono erudito, ma le notazioni storiche per meglio inquadrare un fatto o i rilievi filologici per comprendere una situazione, lasciano presto il campo alla vecchia favola o al proverbio arguto, la cantilena infantile che cinguettando i suoi versi s’alterna alla leggenda che ripercorre percorsi antichi, la preghiera recitata con devozione fa il paio con l’ingiuria che cela l’innocenza.
Così dalle pagine del libro salta fuori un rustico mondo paesano che fa conoscere gli angoli della Spezia che il ritmo demolitore dei tempi nuovi e moderni ha immerso in un precoce oblio.
A farli rinascere è il dialetto che, sebbene si stesse già perdendo e contaminando, rimane l’unica possibilità, lo notano già i commentatori del tempo, per rendere integralmente i colori del passato grazie alla schiettezza arguta e vivace del vernacolo rude e colorito. Ed è così che il favoliere spezzino dell’Ubaldo diventa una vera e propria opera d’arte a giudizio di chi ne parla cento anni fa, ed una testimonianza preziosa per noi da utilizzarsi anche oggi per scoprire radici che possono essere comuni.
Oggi direbbero che non ha usato le “fonti primarie”, quasi che un’informazione dipende dal luogo dove è collocata e non dalle informazioni che fornisce.

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