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Il flop del Jobs Act, la generazione voucher e la rivoluzione nell'economia

di Giorgio Pagano

Il flop del Jobs Act, la generazione voucher e la rivoluzione nell´economia

- A che punto è l’occupazione? Che effetti hanno avuto il Jobs Act e gli incentivi alle imprese del Governo Renzi? Dallo studio delle fonti ufficiali (dati Istat, Inps e Ministero del Lavoro) emerge un risultato molto modesto, soprattutto se si raffronta alla mole di miliardi investiti: i nuovi posti di lavoro creati nel 2015 (escluse quindi le trasformazioni) sono solo centomila, di cui ben il 60% sono contratti a termine. La spesa complessiva per partorire questo topolino: una montagna di 6,1 miliardi di euro. Di fatto ogni posto di lavoro aggiuntivo rispetto all’anno precedente è costato alle casse dello Stato, nel 2015, 60.000 euro. All’incirca il costo di due dipendenti pubblici neoassunti. Se volessimo utilizzare le stesse risorse in investimenti pubblici e per creare direttamente occupazione si potrebbero certamente creare molti più posti di lavoro!
Sento subito nell’aria l’accusa di “gufare”. Ma sono in buona compagnia. Poco tempo fa il New York Times è giunto alle stesse conclusioni: “Renzi’s jobs act isn’t getting Italy to work”. E nel marzo 2016 è arrivato il primo studio della Banca d’Italia: quel poco di incremento sull’occupazione del 2015 è attribuibile, quasi totalmente, alla decontribuzione. Un incremento lieve e costosissimo in termini di risorse pubbliche, il cui consolidamento è tutto fuorché scontato. Ce lo ha detto l’Istat nell’aprile 2016: i dati occupazionali aggiornati al febbraio 2016 parlano di 97.000 occupati in meno, il 92% dei quali a contratto permanente. Sta esplodendo, dunque, la “bolla occupazionale”. Finita la corsa agli incentivi, le imprese tornano rapidamente allo standard post-crisi del 2008: senza domanda e investimenti non c’è nessuna ragione per assumere. Il che la dice lunga sulla fine che faranno i contratti attivati o trasformati beneficiando della decontribuzione e che vedranno la stessa terminare completamente a fine 2017. In realtà l’andamento dell’occupazione si regge sull’unico vero boom: 900.000 lavoratori over 55 costretti dalla legge Fornero a restare al lavoro. La legge Fornero ha aumentato l’occupazione più del Jobs Act, a scapito del turn-over fisiologico tra lavoratori e dell’ingresso dei giovani.
C’è poi un secondo boom: il numero dei “voucheristi”, la nuova generazione del precariato. Un milione e 392 mila persone hanno lavorato con i buoni per il lavoro accessorio, senza alcuna tutela in termini di previdenza, malattia o maternità. Hanno guadagnato in media 633 euro in un anno. Solo lo 0,4%, pari a circa 5.000 persone, ha guadagnato oltre i 5.000 euro. E’ una mutazione strutturale dei rapporti e delle forme di lavoro, perseguita per anni e realizzata dal Governo Renzi. Viene da riflettere sulla potenza delle campagne mediatiche: il Jobs Act è stato presentato come una riforma che promuove l’occupazione stabile, ma ha dato esiti del tutto opposti.
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L’insieme dei dati fornisce l’ennesimo preoccupante quadro del lavoro italiano: alla crescita della disoccupazione si aggiunge la tendenza dell’occupazione a concentrarsi in servizi a basso valore aggiunto e a basso contenuto tecnologico, a testimonianza della pericolosa involuzione del nostro processo produttivo. Non c’è nessuno sforzo delle imprese in termini produttivi. Gli investimenti continuano a diminuire e di un rinnovato interesse per lo sviluppo di processi innovativi non si vede alcun segno. La nostra distanza dall’Europa aumenta invece di diminuire, perché la qualità del nostro sviluppo è di basso livello. Gli incentivi dati alle imprese per assumere tendono a essere utilizzati per sostenere la produzione già in essere e per tradursi in profitti. E’ la solita politica dell’imprenditoria nazionale che punta essenzialmente alla competitività di prezzo. Servirebbe una rivoluzione produttiva: “Cambiare il motore della macchina senza fermarla”, diceva il socialista Riccardo Lombardi. Ma il Paese non ha ancora trovato né l’imprenditore innovatore di cui scriveva l’economista austriaco Joseph Schumpeter, né la politica che lo incentivi. Dario Guarascio, dell’Istituto Superiore di Economia della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna, usa il termine “rivoluzione copernicana”: “La struttura produttiva italiana, profondamente indebolita dopo sei anni di crisi (tra il 2008 e il 2013 si è perso quasi il 20% della capacità produttiva manifatturiera), è su una traiettoria involutiva molto pericolosa. Per invertire una simile tendenza è necessaria una rivoluzione copernicana nella politica economica, in grado di recuperare termini come ripubblicizzazione di imprese e settori strategici, uso della domanda come strumento di politica economica, rafforzamento della dinamica salariale, investimenti massicci nella scuola e nell’università pubblica”. Aggiungo un altro termine da recuperare: “lavorare meno, lavorare tutti”, la riduzione dell’orario di lavoro per creare nuova occupazione.
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Ma la riflessione sul che fare, di fronte ai dati, deve affrontare anche un altro punto chiave: il mondo del lavoro che abbiamo e avremo sarà profondamente diverso da quello che avevamo. Stanno cadendo le classiche distinzioni tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, tra lavoro operaio e lavoro impiegatizio, tra lavoro stabile e lavoro precario. Si stanno affermando, scrive l’esperto di economia Aldo Carra, “un’idea e una pratica del lavoro come momento di una vita lavorativa variegata, multipla e mutevole, che cambia in rapporto al mercato, all’impegno, alle occasioni che di volta in volta si presentano”. Sono un lavoratore a progetto dal 2007 e conosco la “nuova condizione del lavoro indipendente”, che riguarda le partite Iva, i lavoratori parasubordinati e tutte le forme di intermittenza lavorativa. Oggi il lavoro è una transizione tra condizioni contrattuali, lavorative, occupazionali diverse che si susseguono più volte nella vita, facendo saltare i confini tra occupazione, disoccupazione, precarietà. In questi anni sono stato più volte in tutte e tre le condizioni. La “Coalizione 27 febbraio”, che si batte per una carta dei diritti del lavoro indipendente, propone una riforma universalistica del welfare basata su un “reddito minimo garantito” a tutela dei periodi di non lavoro -il “quantitative easing for the people” lanciato dal laburista inglese Jeremy Corbyn- e una riforma della previdenza che introduca la “pensione minima di cittadinanza”. Sono misure indispensabili, se si vogliono tutelare tutti gli indipendenti.
Ma, si dirà, come trovare le risorse, sia per gli investimenti che per la riforma del welfare? I modi sono tanti: da una riforma della fiscalità in senso progressivo a una vera tassa sulle transazioni finanziarie, dalla lotta all’evasione fiscale ai tagli per grandi opere dannose o per spese come gli F35. Il pensiero unico di una scienza economica spacciata per la sola possibile (come se non esistessero versioni e correnti alternative)alimenta la rassegnazione fatalistica alle “forze del mercato”. Dobbiamo reagire rimettendo la centro il pensiero critico, la creatività e la libertà.

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Principe, roca di Belomonte (2015) Giorgio Pagano


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