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Il chiosco delle granatine di tutti i colori

di Bert Bagarre

sprugoleria
Il chiosco delle granatine di tutti i colori

- Dopo un ginnasio assai sudato, licealino neofita, fingendo di studiare velocemente, passavo i pomeriggi allo stadio Montagna tutto intento a fare colpo sul mio primo amore.
Dai fianchi flessuosi e graziosamente arrotondati, faceva Maxima di nome e di mestiere lo strumento per giocare il tennis. Anche se Maxima mi ha sempre tradito, il mio sentimento si è mantenuto fedele più di un carabiniere, fino a quando, dopo oltre vent’anni di un’infelice passione, l’ho abbandonata, consapevole che ormai più che racchetta era ormai diventata solo una racchietta.
Devo dire, però, che, nonostante tutto, ora che vedo la progenie maschile cimentarsi con l’attrezzo (e con qualche successo, devo dire), l’antica fiammella ha ripreso un po’ del suo antico vigore. È il segno che il primo amore non muore mai: anche se pare definitivamente estinto, la brace si mantiene vitale sotto la cenere che sembra averla sepolta.
Ma, dovendo oggi dire di altro che non i miei trascorsi amorosi, vengo all’argomento.

Quei pomeriggi al Montagna avevano tutti l’identico epilogo. Cacciati dallo stadio che ormai non ci si vedeva più, tutti in gruppo percorrendo viale Fieschi c’incamminavamo verso il semaforo di corso Cavour. Infatti, là, giusto all’incrocio, c’era un chiosco che serviva delle granatine così saporite e stuzzicanti che ancora oggi, a tanti anni di distanza, ne assaporo il gusto che mi fa tornare alla mente tante cose. Un po’ l’identico effetto che in quel tale suscitava il ricordo dell’aroma dei biscotti della nonna.
La granita poteva essere di tanti gusti a seconda dello sciroppo che veniva versato sopra il ghiaccio raschiato con la grattugia del parmigiano (non è caso che a Roma il delizioso intruglio si chiami grattachecche). Chi lo serviva, ci chiedeva di quale gusto lo preferissimo, ma noi non lo sceglievamo per il sapore, in fondo erano tutti uguali, bensì per il colore che era brillante, appetitoso, invitante, quasi il simbolo del futuro che ci aspettava. Non riuscivamo ad immaginare quale esso potesse essere, ma ce lo fantasticavamo così: da divorarselo.

Del resto, a chi sono mancati i sogni mentre controllava quanto cresceva la barba sulle guance? Oltre ad essere giovani, eravamo anche belli ma poveri e quando il prezzo della granatina salì da venti a venticinque lire, abbandonammo, sia pure molto a malincuore, l’abitudine serale. Oggi in quell’angolo di corso Cavour-via Garibaldi, circondato da negozi con occhi a mandorla, del chiosco non resta più neppure l’impronta: dissolto come lacrime nella pioggia come diceva quel tale, sparito come le nostre ingenue fantasticherie.

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