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Il calcio è poesia - Sivori e quella finestra su Portovenere

Il calcio è poesia - Sivori e quella finestra su Portovenere

- Tre amici, una storia, tango e ricordi. Hugo Rubini, Antonio Canese ed Omar Sivori accorciavano da anni le distanze del mondo. C’è un tavolo alla Marina, il ristorante di Portovenere, che resta idealmente vuoto da qualche anno. A San Nicolás de los Arroyos, Sivori era nato ed è morto, nel febbraio 2005. Ma a quel tavolo era affezionato. Lì lui sedeva con il suo calcio e di suoi pensieri, ed anche le sue poesia che si sono, pare, perse, almeno per la maggior parte. Portovere ed un sinistro divino, sembrava un quadro. La scomparsa di Sivori fu dodici anni fa qualcosa che colpì, perché in fondo è stato il primo vero Maradona del calcio, nel genio e negli eccessi. Un giorno a Napoli, i suoi tifosi, scrissero a grandi lettera:”Pelè, la “uallera” è Sivori”, letterale “testicolo” ,che più o meno significava che tra l’uno e l’altro c’era tanto, in favore dell’argentino. A San Nicolas, la città a circa 200 km da Buenos Aires, c’è un altro tavolo, in un bar di periferia, che rimane idealmente vuoto; è dove lui andava spesso, anche in vecchiaia. Antonio Canese, amico di sempre da anni, da Portoverene aveva cercato di sentirlo per l’ultima volta pochi giorni prima della dipartita:”Non è il caso”, gli aveva detto Nestor il figlio. Canese non è il solo che alla Spezia deve amicizia all’ imprevedibile mancino del River e della Juventus. Nell’ultima estate vissuta, nell’ultima visita in Italia di Sivori, l’angelo dalla faccia sporca, proveniente da Roma, con i segni addosso del male, aveva chiamato Antonio Canese.”Ti raggiungo a Portovenere nel ristorante, si mangia. Lasciami il solito tavolo”. Da lì aveva poi voluto chiamare il suo vecchio Pupillo, Hugo Rubini, il portiere dello Spezia, che lui aveva portato in Italia, alla ricerca di un sogno.”Un giorno, quando avevo 15 anni -narrò Hugo- venne allo stadio del River, convocò una selezione di giocatori, una ventina; alla fine ne mise tre da parte, io, Labrozzi e Talarico, che poi giocò nel Boca. Ci offrì la possibilità di giocare in Italia, chiese subito di fare presto per ottenere il passaporto ( Hugo è ancora oggi sia cittadino italiano che argentino). Ci portò alla Viterbese, ma ci stette vicino come un padre. Poi, quando i miei due compagni di viaggio tornarono indietro delusi, mi mandò alla Primavera della Juventus. E da lì ho cominciato la mia carriera. Proprio il giorno della morte di Charles, ci siamo sentiti”. Hugo è tornado in Argentina, vive a Baires. Il tavolo a Portovenere resta mestamente vuoto

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