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Il calcio è poesia-Rosario, Kempes y el gol

Il calcio è poesia-Rosario, Kempes y el gol

- Per Eduardo Galeano, Mario Kempes era, in fondo, solo un puledro, inarrestabile nella corsa, uno che aveva galoppato con la chioma al vento sopra un prato imbiancato di coriandoli. E che aveva vinto un Mundial, quello del 1978. Uno di quei cavalli che quel giorno, quando ci fu da alzare la coppa e riceverla dalle mani dei Generali ed ella dittatura, si rifiutò di salutare i capi dell’Argentina più dura. Per quelli del Rosario Central era un Dio che aveva mancato la parola e che riuscì a farsi perdonare. Kempes, al Central, che lo aveva pagato 100 mila pesos, divenne un grande, un uomo da gol ma non proprio da area di rigore, un puledro al quale piaceva correre ovunque, e far correre la gente allo stadio. Tre anni magnifici, un matrimonio con la gente, con le strade di Rosario, che vive il calcio con sangue e sudore, si nutre di un gol. Chiude il triennio al Rosario Central con 89 reti in 107 partite, ma segna anche nel derby, in ciò che segna la storia di un giocatore di Rosario, i gol negli spareggi per la qualificazione alla Coppa Libertadores, contro Newell's Old Boys. Per decenni rimarrà il miglior marcatore nella storia del Rosario nei campionati di Primera División. Il Valencia lo cerca, la trattativa non decolla subito e viene un po’ osteggiata da tifosi soprattutto e dalla stampa locale, i supporters che gli vanno anche sotto casa. Alla fine vincono i soldi, 600 mila dollari nell’estate del 1976 sono tantissimi. Gioca due anni fantastici, anche se non decolla subito. Dicono i tifosi del Rosario, ‘dimenticando casa’. Nel 1978 ha un motivo per tornare in Patria e vestire la maglia della sua nazionale, finchè. Finchè un collega, Roberto Bettega, non gli va a complicare la vita. Nell’ultima partita del girone, l’Italio vince a sorpresa a Baires con uan rete dello juventino, e fa spostare di sede l’Argentina, che aveva preparato tutto, bagagli compresi, lasco indoli in albergo nella capitale. Quando Kempes guarda il nuovo calendario ed il cambio di programma, scopre che la prima gara è proprio a Rosario. I giornali si scatenano, e si preoccupano più di questo che della sconfitta di Menotti e del proseguo; lui dicono non si preoccupi neanche un secondo, anche se i giornalisti lo braccano come lupi affamati. Kempes che torna a Rosario, l’uomo che preferì i soldi, i dollari e la Spagna. Il 14 giugno del 1978 alle 19 e 15 locali, le squadre entrano in campo, una parte del pubblico di Rosario inizia a fischiare, non tutti per la verità, la gara inizia ed il grido è solo Ar- ge- nti- na, Ar-ge-nti-na. Poi, il Dio del calcio, decide che c’è qualcosa che può ripulire tutto da ogni male, ed abbellire ogni cosa col bene, quello che fa coincidere il genio e la tecnica: un gol. Dopo soli 16 Mario segna, trasportando la gente dove voleva lui, e raddoppierà al 71 facendo dimenticare a tutti cosa fossero i dollari, il Valencia. Finisce in una lacrima ed un abbraccio solo. Rosario, Kempes y el gol, titoleranno i giornali il giorno dopo. Per sempre questa volta.

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