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Ultimo aggiornamento: Venerdì 18 Agosto - ore 21.04

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Il calcio è poesia - Rigore al Picco

Il calcio è poesia - Rigore al Picco

- “Chi ha inventato il calcio di rigore?”, scrisse anni fa il collega Paolo Carbone. Ma soprattutto perché tanti campioni non hanno mai battuto un rigore? E senza i rigori gli scudetti avrebbero cambiato o no padrone? Sembra che la storia nacque il 2 giugno del 1891, in un già moderno hotel di Glasgow, quando un gruppo di signori per la verità già attempati decisero la regola, senza spiegare, anche a così tanto tempo di distanza che rigore non è necessariamente goal.
Perchè ci vuole fegato per segnarlo, coraggio, le piote devono rimanere ferme e non frementi, il piede deve esser legiferante ed il portiere soprattutto deve avercene voglia. Ma un rigore al Picco è roba delicata, un rigore sotto una curva di gente che ti guarda, che ti scruta.
Se segni diventi un fenomeno, se sbagli un vecchio scarpone.
Mi è capitato in anni di cronismo, di viaggi tra piacere e dovere, tra letteratura e tifo, esprimendo un giornalismo spesso solidale con i predatori della domenica, di vedere rigori calciati al Picco e di vederli anche sbagliare.
Ne ricordo uno calciato da Bonfadini, che non era un molosso e che arrivò qui dal Brescia per chissà quali vie. Chiamò la palla come si chiama l’ostia in chiesa sicuro di battere la sagoma di Jascin. Si fece parare il tiro dall’ultimo carneade. E poi vidi Telesio sbagliare all’ultimo minuto un rigore contro il Rimini, quando sapeva che se lo avesse fallito avrebbe spedito a casa il suo allenatore Giampiero Ventura, allora giovanotto. E lo mandò a casa, anche se ha sempre riconosciuto che fu un errore clamoroso. Ho visto Pisano battere un rigore che avrebbe rilanciato un campionato, all’ultimo secondo , contro un portiere alto e grosso che si chiamava Di Sarno e giocava nella Pro Patria. Lo sbagliò e pianse, per se e per tutti. Ho visto Rubini parare un rigore a Scazzola in un ultimo secondo di partita. Poi ho visto Catellani e Nenè litigare per tirare un rigore e Chichizola pararne uno a Nicola Ferrari, sempre in un ultimo secondo. Ho visto Sergio Ferretti battere i rigori quasi sempre contro la Reggiana. E Saverino battere Pegolo sotto una curva strapiena, sempre dal dischetto. E poi Leali eliminare il Genoa con una balzo. Non ho mai visto battere un rigore a Renzo Aldi, centravanti o giovanotto:”O un signorino, il senso è quello lì”, disse nel gennaio del 1960 Stanislao Ruzic, allenatore dello Spezia. E solo perchè non ero semplicemente nato.
“Per battere un rigore al Picco ci vuole fegato e basta”, continuò Ruzic al tempo. Il signorino, come il tecnico di origini dell’est lo aveva chiamato, era proprio Aldi, toscano di Orbetello, che allora non aveva neanche 19 anni. Ruzic, una volta rientrato nello spogliatoio, di uno Spezia-Legnano finito 0-0, gli aveva riversato il mondo addosso; a lui, quel rigore sbagliato contro i lombardi dal “signorino”, non andava proprio giù:”Benedetto di un ragazzo. Ci sa fare, ma certe volte se vuole può far meglio. Gli avevo detto te la senti? Un rigore al Picco? Ed allora spara forte, e lui, così zacchete (e fa il pugno chiuso per mostrare l’atto: ndr) ti esegue il tiretto, al Picco, ..il tiretto. Tutta esperienza”. Il signorino non battè ciglio, forse abbagliato dalla responsabilità di un penalty delicato; Ruzic invece continuò imperterrito:”Non è un impavido, scatta e va dentro, questa stagione dovrebbe fargli bene, la sua medicina migliore è solo quella di non provarci più da quel dischetto”. Aldi giocò ancora nello Spezia, 33 gare totali, e nella stagione ‘60-‘61 finì all’Inter, che lo mandò presto a Cesena, a farsi le ossa. Non osò mai più sfidare il dischetto del Picco.

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