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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Agosto - ore 19.00

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Il calcio è poesia - Questa è la mia partita

Daniele Orsato, storia di un arbitro

Il calcio è poesia - Questa è la mia partita

- Una storia di calcio, dall’altra parte della luna, di corsa, ma con la stessa passione. Magari con una giacca diversa e con un lavoro che ha uno scopo sicuro: farsi odiare, nessuno che ti applaude. Una storia ed una vita da arbitro come quella di Daniele Orsato, il numero uno dei fischietti italiani, internazionale, 160 gare in A, uno di quelli che soffia i venti della fatalità del destino dei grandi campioni. Un gramde arbitro, che riesce nell’incontro con i colleghi, organizzato dall’Aia provinciale (presieduta da Loris Pedroni) al Santa Caterina di Sarzana, a trasmettere un altro vento, quello della sua passione.”Non ho da insegnarvi nulla oggi, meglio andare spesso in sezione e farsi spiegare dai grandi vecchi, io non arrivo dalla luna”. Orsato dirigerà nel fine settimana Fiorentina-Palermo, viene da un trittico che dice tutto: Roma-Inter, Milan-Juventus, Roma-Napoli. Si racconta, analizza, spiega situazioni di gioco, ma parte da quello che è l’obbligo che ogni arbitro ha in campo: correre, galoppare tutto il tempo, sfiancandosi come un cavallo, o se volete, come un elettricista:”Giocavo a calcio -dice davanti ad una platea di oltre 100 colleghi- a 18 anni la mia società fallisce. Io vengo da un paesino ad 800m di altezza, quando non piove nevica, non c’è nulla. Inizio a fare l’elettricista, cavi, fili impianti. Mi interessava che la lampadina facesse luce. Proprio il mio primo giorno del nuovo lavoro, un collega mi riconosce e dice di avermi visto giocare. Lui arbitrava”. Lì scatta la scintilla della vita:”Perchè non vai a fare l’arbitro?, dice. Ne parlo in casa, a Vicenza c’è un corso è lontano, meglio Schio. Lì comincia la mia vita, lavoro dalla mattina alle 6 poi si finisce tardi e si va in strada a correre. Oggi al mio paese ci sono cinque arbitri, molti li vedo correre come me per strada la sera, magari con la maglietta che gli ho regalato. E è una gioia”. C’è qualcosa però di predestinato nella sua avventura, contraddistinta da quel mare di sudore che fai quando devi inseguire palla e giocatori che va e viene ma tra i piedi altrui:”Chiedo subito al presidente di sezione quanti anni ci vogliono per andare in A? lui fa due conti i mi dice 16. Vado a casa e avviso mia madre di quello che avverrà. E’ il dicembre del 1992. Nel luglio 2006 ricevo un pomeriggio una telefonata da Agnolin, vai in A. Quasi non ci credevo, troppo contento. Scendo dall’impalcatura, stavo lavorando, vado a casa a raccontarla. Non ho vinto io, la mia passione si; ma io le mie partite me le ricordo tutte, fin dagli esordienti, tutte. Era anche un modo per potermi allenare su piste, in qualche stadio, fino ad allora la strada, e magari lo spazzaneve che ti faceva largo ai bordi. La mia era una filosofia, una passione, con gli amici fuori, a divertirsi, ma alle 24 a casa, specie se dovevo poi arbitrare. Il sabato e la domenica a fischiare su un campo da calcio, il lunedì alle 6 e 15 sveglia ed al lavoro”. Il suo non è un proclama ma una realtà, che però ha qualcosa che si può correggere.”Nel 2016 gli arbitri dovrebbero venire da noi, non noi andare a cercarli, è una professione bellissima. Se io ce l’ho fatta ce la faranno in tanti. Non tutti gli arbitri possono diventare grandi, ma un grande arbitro è potenzialmente dentro ognuno di voi. Non è uno sport di squadra, ma poi diventa una squadra, quando sei in A e tra i grandi”. Niente ha spaventato Orsato, e la sua splendida carriera nemmeno l’inglese o i campioni:”Una sera mi chiama a casa il designatore. Come stai ad inglese? So poco. E dove ti mando se diventi internazionale?. Mi rimette in fretta suo banchi di scuola, prendo un’insegnante, mi iscrivo a corsi. La vita è la medesima, sveglia la mattina, lavoro, poi allenamento, in più lo studio. A 30 anni faccio di nuovo lo scolaro. Questo dovrebbe insegnare ai giovani a non essere permalosi ad ascoltare i vecchi, a guardare con i loro occhi. Un giovane arbitro non deve aver paura di sbagliare, non deve essere maleducato e neppure presuntuoso. Scommettete su voi stessi. I campioni? Non è facile dirigerli ma spesso trovi i Maradona di turno anche nei campetti. Però posso garantire che i Cambiasso, gli Stankovic, sono gente di personalità, che ti stanno attaccati ai polpacci. Una sera arrivai al derby di Milano, la gara che tutti sognano. Iniziò la partita, ma già prima Mexes ed Ibrahimovic se le davano. Dopo pochi minuti li chiamai e dissi loro due cose solo ‘Questa è la mia partita, ci ho messo anni per arrivare qui, è la mia gara’. Si calmarono e calmarono tutti”

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