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Ultimo aggiornamento: Lunedì 16 Ottobre - ore 22.30

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Il calcio è poesia - Pasquale Bruno ed il Miedo escenico

Il calcio è poesia - Pasquale Bruno ed il Miedo escenico

- Il Bernabeu non è uno stadio ma un pensiero, corale, per 90 ed oltre, di gente che rotola insieme al pallone ed al fianco dei calciatori. Non tutti hanno retto questo stadio, non possono. Ci vuole gente che viaggi su lunghezze d’onda diverse, che non pensi o non voglia farlo. Pasquale Bruno era uno che si faceva ammonire e poi ti rispondeva:”Quando ci vuole ci vuole”. Poi però giocava come sa giocare ed adoperando anche classe nell’anticipo, classe della quale sembrava essere diventato avaro dopo che aveva iniziato a recitare a soggetto. Classe che a modo suoi si è portato anche al Bernabeu. Perché questi due poli una sera si sono perfino uniti. Scrisse Jorge Valdano in un saggio chiamato Miedo Escenico, su Revista de Occidente, luglio-agosto 1986, parlando di quello stadio:”Ogni mercoledì europeo un carnevale fuori stagione, rumoroso e orgogliosamente vestito di bianco, ci aspetta nel nostro feudo con una fiducia quasi irresponsabile nelle nostre possibilità. Risultati clamorosamente sfavorevoli sono stati ribaltati contro gloriose rappresentanti di potenze del calcio come Germania, Italia o Belgio, grazie a prestazioni poco meno che miracolose, però perfettamente spiegabili facendo appello a fattori che vanno al di là di ciò che è strettamente calcistico. Le ragioni tecniche, tattiche e anche fisiche che danno a una squadra una fisionomia e che ne definiscono lo stile derivano in primo luogo dalle qualità di ogni giocatore e, in second’ordine, dalle richieste dell’allenatore. Si dipende da uomini che svolgono funzioni circoscritte nel tempo, e perciò mutevoli. Ma una squadra, prima di tutto, è uno stato d’animo”. Bruno ha sfidato una sera quello scenario, e ce lo ha raccontato, a modo ancora suo:” Era l’1 aprile del 1992, ci fecero fare una strada particolare per arrivare al tunnel di ingresso del mezzo, ma come era scontato ci assaltarono il pulmann, entrammo nel Bernabeu e spensero le luci nel sottopassaggio; sentivamo solo grida. Avevo Parretti il preparatore atletici impaurito al fianco e pieno di sangue. Era Real-Toro semifinale dell’Uefa. Io guardai Poli (Policano) e dissi solo:”Siamo nel nostro’. Non avevo affatto paura. Poi ci fecero entrare sul terreno di gioco quando lo stadio stava riempiendosi. Non trovai di meglio che entrare a braccia alzate. Scoppiò un casino unico, Mondonico ci fecero rientrare negli spogliatoi e poco dopo nel silenzio sentii un rumore. Era Lentini che con un phon si aggiustava la messa in piega. Gliel’ho spaccato: al tensione era massima data anche dal fatto che fuori sentivamo solo grida. Rientrammo e questa volta la gara iniziò. Lotta su ogni pallone, la gente addosso, uno stadio a spingere i madrileni. Poli picchiava e verso al metà del secondo tempo Mondonico dalla panchina mi chiamò pregandomi di richiamare il collega. Andai da Policano e gli dissi ‘ calma’ e lui mi rispose solo ‘qui? Al Bernabeu? Fatti i cazzi tuoi’. Poco dopo l’arbitro austriaco Forstinger lo buttò fuori. I gol arrivarono uno dietro l’altro come in un film che non finiva mai: Hagi, Casagrande, Hierro. Resistemmo come si resiste al Bernabeu, nel casino generale. Lì fai calcio vero, da uomini, lì ti rendi conto di cosa sia un pubblico feroce. E noi eravamo una squadra a modo nostro feroce. Io Annoni e Policano, la fabbrica della scarpata ci chiamavano. Ma quello era il Bernabeu. Perdemmo 2-1 ma ci avevano insegnato molto quella sera, al ritorno vincemmo 2-0 noi. E c’era gente incredibile in quel Toro: il numero nove dell’Uruguay, il numero nove del Brasile, il numero dieci del Belgio ed il numero dieci della Spagna. Eravamo forti”

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