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Ultimo aggiornamento: Domenica 26 Marzo - ore 22.46

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Il calcio è poesia - Lettere d'amore dal Picco

Il calcio è poesia - Lettere d´amore dal Picco

- Storie di calcio, semplici e perfette come perfetta è la sfera di cuoio. Una ce la regala nientemeno che un bambino, 5 anni, si chiama Valentino. Suo papà, Mario Bellesi, dirigente calcistico, dopo molte insistenze lo porta finalmente al Picco, deve vedere lo Spezia e la curva per la prima volta nella vita. Entra per un problema di parcheggio solo al 12’, quando Pablo Granoche ha già segnato due gol, fatto 100 e 101 in Italia, ma la prima è la prima. Un sogno. Raccontava Riccardo Carapellese, ala della nazionale, del Milan, della Juventus, del Torino ma soprattutto dello Spezia, parlando di quella maglia e di quello stadio, che ”Al Picco bisognerebbe sempre andare con i figli, mai da soli, per tramandare una passione, per unire l’oggi alla certezza del domani”. Molti papà, non solo Valentino, lo sanno, e le insistenze erano troppe a sentir parlare di quella leggendaria squadra (a 5 anni ogni squadra è semplicemente leggendaria). La prima di Mario e di un bambino in curva ferrovia? Tutta da raccontare, una raffica di domande e di risposte il più sensate possibile, se si può. Papà perché in curva si urla di continuo? Perché sono lontani e sennò non ti sentono. E perché quelli (indicando la tribuna) sono al coperto? Perché li costa di più, se piove noi dobbiamo aprire l'ombrello. Papà ce l'abbiamo l'ombrello vero? Poco importa che abbia visto solo i due gol del Trapani. Chi sceglie la curva, fin da bambino, va oltre il risultato, questo te lo spiegano a casa. Tutto il tempo, recupero compreso, sorrideva e scalciava come stesse sognando e giocando. Un altro aquilotto conquistato. Raccontava Eduardo Galeano che il calcio ricomincia ogni volta che un bambino calcia per strada qualcosa, anche solo un sasso. O che un Valentino entra nello stadio, meglio se un Alberto Picco.
Risponde un tifoso, Andrea, dagli stessi gradoni:
A Valentino
L'arbitro che fischia.
Globuli bianchi, rossi e piastrine iniziano a correre dentro di me.
Io non me lo ricordo quello che ho provato in quel freddo pomeriggio di Spezia-Sorso del 1985 mentre Ferretti sceglieva di colpire il palo dagli undici metri. Ma è' dentro di me.
Non mi ricordo dei consigli di mio padre.
Non mi ricordo del gusto che avevano le noccioline degli anni ‘80 o chi presentava la Domenica Sportiva. Non mi ricordo neppure la maglia che aveva il Sorso o se il rigore c'era.
Non mi ricordo se già sognavo. Non mi ricordo se già soffrivo.
Quello che ricordo è che mentre i pannolini ormai mi andavo stretti, capii che quella maglia, stretta, non la sarebbe stata mai. Mai.
Mi ricordo la scoperta del far parte di qualcosa di più grande. Di appartenere, se non a qualcuno, almeno a qualcosa.
Ad una maglia.
Bianca. Con calzoncini e calzettoni neri.
Ah, se me lo ricordo.
Mi ricordo delle trasferte in dieci, degli amici che sono andati a tifarci dal cielo insieme a Cappelletti, Ponzo e qualche altro che l'ha davvero onorata.
..Quella maglia è mia. È tua. E da Ieri è di Valentino.
Quella maglia che non ha mai perso con la Juve. Trovatene un'altra.
Quella maglia che ha vinto il campionato sotto le bombe. Trovatene un'altra.
Quella maglia che ha mostrato le scritte di alcuni degli sponsor più indegni che la nostra povera Repubblica possa dimenticare ma che rimane la stessa maglia che ha vinto a Marassi, al San Paolo, a Torino e soprattutto che ha espugnato tutta la Toscana.
Quella maglia che Valentino indosserà per il resto dei suoi giorni anche senza metterla. Quella maglia che ha indossato suo padre Mario e prima di lui, altri figli di pirati.
Certo ci sono cose più importanti. Spiegatemele però visto che l'unico posto in cui non mi sono mai sentito solo è l'Alberto Picco.
Valentino, te lo dico subito, ti deluderà e non capirai. Piangerai per un gol di di sabato che ti farà retrocedere o esulterai per un tap in di Chiappara che ti farà piangere di gioia ma mai, riuscirai a toglierla dal tuo DNA. Mai ti farà sentire solo.
Da ieri tifi la tua città.
Cambieremo presidente.
Cambieremo Società.
Ma, il nostro abito, bianco e nero resterà.

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