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Il calcio è poesia - La maglia e la gloria di Raymond Kopaszeweski

Il calcio è poesia - La maglia e la gloria di Raymond Kopaszeweski

- Scrisse Galeano, che il Real riusciva in un quinto di attacco a riunione le virtù della razza calcistica. Provate ad immaginare: un francese come Kopa, due argentini Di Stefano e Rial, l’uruguagio Santamaria e l’ungherese Puskas. Kopa lo chiamavano semplicemente il Napoleone del calcio; bassino e disinvolto, gente che voleva palla al piede e la otteneva. Gli abbreviarono subito il cognome da immigrato polacco, improponibile, per come era arrivato. Lo consacrarono Kopa, subito così sui campetti dove si allenava nel nord della Francia, perché Raymond Kopaszeweski era troppo difficile e complicato. In Spagna aggiunsero qualcosa, Kopita, ma non aveva lo stesso effetto neanche nel suono, anche se i 168 centimetri di classe e rabbia esprimevano solo nobiltà. Kopa fu il primo pallone d'oro francese, miglior giocatore dei mondiali 1958, tre volte campione d'Europa, ed è morto in questi giorni ad Angers, la monumentale Loira, nella Francia occidentale, a 85 anni. Riuscì in un’impresa che molti giornali anche francesi spiegarono benissimo: prese il pallone d’oro anche se i gol (e la gloria) in quel mondiale del 1958 in fondo li avesse segnati (13) Just Fontaine. Ma senza di lui quei blues non sarebbero andato oltre poche gare di eliminatoria. Un simbolo, visto che altri francesi vinceranno quel premio e - a parte Jean-Pierre Papin - le " ballon d'or" toccò quasi in esclusiva a figli dell'immigrazione: l’italiano Michel Platini o l’algerino Zinedine Zidane. Ansa ha scritto che aveva aveva un gioco ipnotico, una finta, un dribbling che sulla fascia destra ne facevano un piccolo genio. Era qualcosa di più, perché univa la capacità del dribbling stretto ed insistito alla grande mobilità, un ‘ala di corsa e di tecnica come poche. Uno di quelli che magari facevano impazzire qualche tecnico, per l’eccessivo amore per la sfera, perfetta come lui nel giocolare. Corse evince per il Reims nel suo periodo d'oro, quello in cui perse una finale di coppa dei campioni contro la sua futura squadra, il Real. Poi per 52 milioni di franchi, una pazzia al tempo, andò ai madrileni dove vinse la coppa campioni per tre anni di fila, dal 1957 al 1959. Nel mezzo, lo splendido mondiale di Svezia. Dopo soldi e leggenda, Kopa tornò a Reims per poter giocare di più con la maglia dei bleus ma non toccò più i vertici del passato. Ai primi europei, 1960, diede forfait per infortunio, poi litigò come era un po’ nel suo fare, a più riprese con il ct Georges Verriest. Il carattere ribelle, ma geniale, quello era; il calcio lo aveva strappato alla miseria e lui lo sapeva. Una sua intervista ad un settimanale francese della domenica, nel 1963, gli valse una squalifica di sei mesi. Aveva detto, e fu il primo a farlo al tempo, che "i calciatori sono degli schiavi" e aveva denunciato il fatto che le società fossero uniche proprietarie dei cartellini. Visse la tragedia della morte del figlio di 4 anni e mezzo, malato, fu forgiato dal padre minatore, immigrato polacco. Lui stesso, fra i 14 e i 16 anni e mezzo, scendeva con il genitore in miniera e ne riusciva la sera, con la faccia annerita. Perse in quegli anni le falangi di due dita della mano. Con Di Stefano si capivano al volo in campo, ma non si amavano. Anni dopo, in un'intervista, il grande campione argentino espresse tutta la sua ammirazione per Kopa, "perché Raymond - disse - era la miglior ala destra del mondo e ci dava dei palloni strepitosi". Di quelle giornate nelle miniere di carbone di Noeux gli era rimasta la rabbia e la pesante eredità del sacrificio, oltre all’astuzia di una infanzia passata al buio. Non verrà mai dimenticato.

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