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Ultimo aggiornamento: Martedì 22 Agosto - ore 08.00

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Il calcio è poesia - La lezione di Leonidas

Il calcio è poesia - La lezione di Leonidas

- Paulo Machado, che tutti chissà mai perché chiamavano Teixerina, abitava in una via stretta tra i sassi, chiusa nella parte finale da un muro che il sole non aveva illuminato mai. Lui si chiedeva perché ogni giorno, ma non lo riusciva a capire. Andava a scuola, ascoltava il padre, lo seguiva in una piccola fattoria, dove si comprava bene e lui ci guadagnava sempre qualche cosa. Lo avevano già portato allo stadio, aveva solo 8 anni, e qualche mese per la precisione. Papà avrebbe voluto che Paulo avesse fatto il portiere, «digno emulo dos Carrizzo, Vacca, Soriano!» diceva lui.«Un arqueiro digno», ripeteva a voce alta davanti al bambino ed ai parenti. Ma Paulo non ne voleva sapere di stare fermo tra i legni. Quando voleva il pallone, lo voleva tra i piedi, spesso scalzi, da colpire con movimenti da indio. Tic toc, passetti piccoli, neppure la polvere a disturbare, tocchi impenitenti, qualche guizzo con dribbling, passi straordinari per un bambino così piccolo. Giocava con il cuore con i suoi compagni, con l’impegno operaio, con la grinta del piccolo grande uomo. Paulo Machado a scuola ci andava per forza, ma con il pallone in testa, convinto che un giorno sarebbe stato grande fisicamente da poter sfidare tutta quella folla, quella degli stadi pieni e della gente aggrappata alle reti di recinzione. Papà un giorno conobbe su un campetto Aristas de Oliveira, del San Paolo FC. A Paulo quell’uomo era sembrato impacciato, pronto a mordersi tutte le dita delle mani, adoperando le antiche gengive. Papà non aveva secondi scopi, la chiacchierata era solo amichevole, la voglia di pallone del bambino non interessava al genitore. Paulo, mentre i due parlavano, continuò a palleggiare con la sua sfera gialla anche fuori dal negozio, mentre Aristas lo osservava. Ma non fece nulla per attirare la sua attenzione, finchè un uomo che era a fianco di quest’ultimo si mosse a passi lenti, con zigomi invecchiati verso di lui, chiedendo il palleggio. «Mas, mas». Aristas era l’uomo di fiducia di quella persona, rimasta quasi nella penombra. Era Leonidas, il famoso attaccante brasiliano più comunemente conosciuto con il nome di diamante negro. Paulo Machado palleggiò ancora, offrì divertito ed incuriosito lo scambio, ma era soprattutto intento a capire quando papà sarebbe uscito dal negozio e cosa avrebbe comprato. Leonidas proseguì nel palleggio, diede ancora la palla a Paulo, la colpì con la testa docilmente. Affondò i colpi ed animò il duetto, tanto che dopo poco divenne quasi una partita parrocchiale a due, con tanto di vescovo. Poi decise di sedersi. Quando papà e Aristas uscirono, si misero a parlare con Leonidas. Fitto fitto, con grande sentimento. Leonidas tornò cupo: una lettera scritta dai giocatori del San Paolo, aveva di fatto escluso solo pochi giorni prima Leonidas dalla guida tecnica della squadra. Una lettera aperta affidata ai giornali, che aveva avuto grande risonanza.Leonidas, incapace di impartire lezioni a tavolino, non molto comunicativo, a San Paulo sembrava solo un uomo triste, forse quanto era severo ed autoritario con i suoi giocatori. Viveva nell’ombra, con incarichi di fiducia da parte della società, muoveva le pedine senza averne l’aria. Poi si staccò dai due, cominciò a palleggiare ancora più forte con Paulo. Il bambino con il piede sporco, lui con quello pulito e con la scarpa. Andarono avanti a lungo, finchè papà gridò di raggiungerlo ed andarono a casa. Il giorno dopo, erano le quattro del pomeriggio, lo attendeva il sole del campetto Paranà. Una partita sette contro sette, che iniziò di volata al fischio del signor Felipe. Il gol di apertura degli avversari bruciò anche Paulo, poi il portiere avversario cominciò a sembrare un fenomeno deviando sui legni di un unghia un tiro scagliato a bruciapelo dal compagno di reparto di Paulo, Augusto. Verso la fine lo stesso esegue un traversone alto, imperiosamente contratto dalla testa di Secundo, ma per il portierino c’è ancora una presa da manuale. Pareggiano solo alla fine del primo tempo, anche perché l’arbitro Felipe, serioso e familiare al tempo stesso, decide che è ora di essere generoso, varca e rivarca il campo fino a pescare un rigore che forse non c’è. Paulo Machado è con quelli di San Paolo, gli avversari con le maglie della Palestra Italiana. Nel secondo tempo (tra il primo e la ripresa 3 minuti scarsi di riposo) Paulo conduce l’attacco, ma ha il viso da gatto rabbuiato. Nessuno lo cerca ed il gioco è improvvisamente lento. Gli avversari non fanno nulla ma non si segna, finchè a pochi minuti dalla fine Canotinho indovina la fuga giusta, e con uno slancio fiondante riesce ad entrare in area porgendo la palla a Paulo Machado. Questa arriva a mezz’aria, Paulo la stoppa, poi effettua come un palleggio ed una finta che sbilanci il diretto avversario. Ancora in palleggio va verso la porta e scarica il destro. Un gol di rabbia e di passione, tutti ad abbracciarlo come merita. Paulo sente di aver trovato coraggio da vendere e nella circostanza più indicata ha ritrovato anche il gol , che nel suo caso viene dalla strada. Fischio finale attesissimo, è finita come Paulo voleva. Al rientro nella baracca che fa da spogliatoio si sente chiamare e quando si gira trova gli stessi zigomi invecchiati di Leonidas che, in silenzio, ha seguito la sua partita, dal primo all’ultimo slancio. Allunga la mano per complimentarsi, ma poi chiede il pallone e lo rilancia a Paulo, che palleggiando lo restituisce. Ora il contatto diventa reale, Leonidas abbraccia Paulo, sotto gli occhi di papà.«Nada poter fazer», dice Leonidas riferendosi al portiere ospite. Poi saluta il ragazzino e se ne va. Quanto passi della storia di Paulo da quel momento lo diranno i fatti, visto che diventerà calciatore e percorrerà strade che portano alla gloria, fino a quel giorno in cui qualcuno lo avvisò della morte di Leonidas, avvenuta chissà dove ed in che circostanze. A lui Paulo ha pensato diverse volte, senza capire quello che successe veramente quel giorno, quando il grande vecchio palleggiò con lui con un pallone giallo che poi divenne d’oro.

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