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Il calcio è poesia - L'autista di capitan Facchetti

Il calcio è poesia - L´autista di capitan Facchetti

- Aveva fatto innamorare i nerazzurri con un gol, il 30 gennaio del 1972, e gli aveva praticamente scucito lo scudetto dal petto. Lo marcava Facchetti e l’Inter a fine anno lo avrebbe preso per provare a ricostruire un centrocampo e qualche sogno in più. Il signor Adelio Moro, oggi distinto signore, allora era quasi un ragazzino che girava con una comoda e larga macchina, che valeva ciò che si guadagnava, il giusto ma senza sprechi, l’Atalanta non era il Real Madrid neanche allora. Una volta all’Inter, lo affidarono ancora a Giacinto, che, non guidando, gli impose da buon capitano di venirlo a prender e portarlo al campo ed una volta finita la storia quotidiana del pallone, a casa. Per la stessa strada maestra. In quella macchina grande e larga, poco Milanese, Facchetti ci stava da Dio, lungo com’era. Ma Moro giocò in quel 1972-73 un’ottima stagione dopo aver ricevuto anche un lauto ingaggio, migliore dei due colleghi che lo avevano accompagnato da Bergamo, Doldi e Magistrelli. Finì così che verso fine campionato, Milano ‘si prese’ Adelio Moro nel senso che lo invitò a godersela un po’. Ed Adelio cambiò auto, una spider fiammante, una cosa alla attenzione del tempo. Faccheti però era sempre quello, capitano e guida di quell’Inter, ma non di una macchina, e Moro sempre suo autista. Con un problema in più: in quell’auto fiammante e veloce, ma piccola, Facchetti e la sua pertica proprio non entravano comodi. La cosa andò avanti qualche settimana finché il capitano portò in un concessionario Adelio e lo convinse a cambiare macchina. Che durò tre anni, giusto fino a che Moro non fu ceduto al Verona. I due non per questo rovinarono la loro splendida amicizia che durò fino al giorno in cui Facchetti spense la luce della vita. “Devo sempre dire grazie a Giacinto – raccontava tempo fa Moro -. È stato un amico caro e sincero. La mia carriera è stata anche all’insegna di tutte le cose che ho imparato da lui”

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