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Il calcio è poesia - Il signor Rodenkam e le pulci del calcio

165 centimetri di genio

Il calcio è poesia - Il signor Rodenkam e le pulci del calcio

- Lo diceva Galeano, lo ha raccontato il calcio nel suo scorrere. C’è sempre un nano che impartisce lezioni al gigante, un nero allampanato e sbilenco che fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia. Lo dice il football da sempre. Piccoli ed impossibili ma geniali, quasi misurati per il pallone. Il piede minuto di Johan Cruijff , le dimensioni non da molosso di Pelè, quelle di oggi di Leo Messi, da piccolo affetto da nanismo; due altri nani geniali come Romario e Diego Armando Maradona, poi i Ruben Sosa ed i Carlos Aguilera, quello che un tempo erano le ali alla Muccinelli o Carapellese, oppure uno come Kevin Keegan. Piccoli ed imprendibili, Pulci del calcio come Loastau, del River Plate bandiera perenne. Dico che il simbolo però di tutti sia nato in Danimarca a Vejle, e che la sua forma fosse vista come ossessione dai difensori di tutto il mondo. Uno che da piccolissimo faceva impazzire il suo allenatore, proprio ai tempi del Bk. Un mister che non riusciva a spiegare da bordo campo al ragazzino nulla, perchè questo quando passava vicino alle panchina era troppo veloce e non percepiva le parole dette per consiglio. Un fulmine. Chi narra di calcio ha sempre detto che gente così ha un dono nato: gli uomini di Lilluput possono cambiare ritmo ed accelerare bruscamente senza che crolli l’alto edificio del corpo. Quel signore minuto ma così distinto nel suo casco di riccioli biondi, per gli amanti del calcio si chiama ancora oggi Allan Rodenkam Simonsen, un genio sfrenato. L’unico al mondo sul quale non funzionasse l’antidopo per eccellenza che bloccava le ali di una volta come quelle di oggi: il raddoppio. Era necessario infatti, non solo mettere uno giocatore in pressione ed uno dietro, ma un terzo ancora un metro oltre, per prevenire quella palla lanciata in avanti capace di saltare la prima e la seconda barriera anche solo con la velocità ,senza toccare la sfera. Nel 1973 quando si trasferì in Germania, al Borussia Mönchengladbach, nelle sue due prime stagioni, fece fatica ad ambientarsi ed a capire, per come erano abituati quelli del ‘Bach, con il piedone e l’enorme saggezza lenta e possente di uno come Netzer. Collezionò solo 17 presenze e realizzò solo 2 reti, quasi casuali. In allenamento lo schieravo anche terzino, e lui un po’ non percepiva. Quella prima squadra vinse la Coppa di Germania ma nell’anno successivo 1974-1975 ci fu la svolta grazie e 34 presenze, segnando 18 reti, vincendo il campionato tedesco. Correndo e poi correndo, e poi creando nel correre. Fu il decollo che piano piano riempì quel piccolo stadio e costrinse la società tedesca anche su consiglio della Polizia locale, che non ce la faceva più a reggere urti di folle in un impianto incastonato in mezzo ai palazzi, a giocare altrove, anche Dussendolf. Sul più bello, sempre correndo, se ne andò al Barcellona da dove venne escluso solo per l’arrivo di Maradona, uno piccolo come lui in fondo. Il folletto di 165 centimetri smise presto, quasi rinunciando allo stress, con un pallone d’oro a casa. Da Mito di un’epoca, simbolo di una generazione. Da Re della Lilliput del calcio.


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