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Il calcio è poesia - Il Natale che nacquero le Loè

Il calcio è poesia - Il Natale che nacquero le Loè

- Chiamò a se, ai primi di ottobre, quattro giocatori dello Spezia. Si mise dentro lo spogliatoio, e sul lettino del massaggiatore fece un disegno. Voleva sapere da loro come poteva migliorare le loro scarpe, come correggere quegli errori artigianali che condizionavano i primi prototipi. I quattro spiegarono, affidandosi ad uno di loro, il più esperto, il più dotato, con una velocità di esecuzione che era un colpo di vento, uno che non lasciava mai i compagni da soli a soffrire. Il maturo attaccante corresse alcune cose su quel disegno, specie sulla pianta dove il morbido piede baciato dalla dea del pallone avrebbe posato, e poi tornò ad allenarsi. L’uomo andò a casa, pensò ancora e rifece quel disegno; poi, un pomeriggio, si assentò, andò a Monsummano, parlò con una ditta che costruiva scarpe. Volle capire cosa potevano fare loro, perchè la sua era solo un’idea: creare una scarpa da calcio, ma farla cambiando un po’ la storia. Gli artigiani toscani si riunirono e quando l’uomo tornò da loro, dopo una settimana, fecero vedere qualcosa, una sorta di prova ad impronta, una arnese nero, ma liscio, tutto in cuoio lavorato, con cuciture e poche parti in gomma. Il cuoio con la pioggia pesava e zavorrava, bisognava correggere quel particolare, snellire le borchie e le maschere d’acciaio che spesso venivano applicate, lavorare sul peso e sul taglio. Negli anni '50 le scarpe da calcio erano rigorosamente tutte in cuoio, tacchetti con i 4 chiodi, piantati nei 3 listelli sagomati, sotto la suola.
Tacchetti formati da dischi di cuoio sovrapposti. Tacchetti alti su terreni a scarsa presa della scarpa, più bassi nei casi normali. In caso di terreni fangosi e scivolosi per pioggia, si usava mettere sulla cima del tacchetto di forma conica, il famoso "dischetto", sempre di cuoio, inchiodato, con un solo chiodo, sulla sommità del tacchetto, di diametro più piccolo della sommità del tacchetto.
Chiodo unico in mezzo agli altri 4 chiodi che fissavano il tacchetto al listello.
Solo alla fine degli anni '60, salto in avanti tecnologico, nasceva il tacchetto avvitabile sulla suola, sempre costituita da cuoio, diventata poi di materiale sintetico.
Tacchetto in materiale plastico.
L'operaio corressero poco di quell’idea originaria e promisero, dopo altre due settimane, un paio di quelle scarpe, per farle provare a qualche piede educato. Così avvenne. Il ciabattino della fabbrica toscana aveva idee chiare, un volto scarno e non sbarbato, due tumidi occhi che erano tutto il suo presente ed il suo passato. La giacca che indossava spiegava ancora tutto del suo tempo. Dopo aver costruito scarpe con suole lamentose, voleva far star bene quegli eterni giovanotti. Ci riuscì. Portò ad inizio dicembre le scarpe alla Spezia; dopo, il signore dal quale era partita l’idea, decise che si doveva provare. Passarono ancora alcuni giorni finchè proprio la mattina di Natale , quei quattro ragazzotti dai quali era partito tutto, entrarono in campo con al piede arnesi neri. Iniziarono a scaldarsi dietro la porta del Picco, poi giocarono. Uno di loro segnò un gol bellissimo e spiegò alla fine che tutto funzionava al meglio. Il signore che li aveva disegnati portò avanti quel prodotto per anni, diventando amico di altri calciatori, calzandoli come meglio non poteva e fornendole anche ai più giovani. Era il Natale 1962. Quando gli chiesero però di dare un nome a quella scarpa, nata tra la salsedine, nella testa sempre piena di idee che si portava a spasso, rispose con il suo nomignolo: Loè. Quel signore si chiamava Orlando Lorenzelli, che resta uno dei pionieri di tutto lo sport della nostra città. L’uomo della scarpa che segnò un gol a Natale.

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