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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Agosto - ore 19.00

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Il calcio è poesia - Dio, non farla finire mai. Quelli del Charlton Athletic

Il calcio è poesia - Dio, non farla finire mai. Quelli del Charlton Athletic

- Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni, anche in casa dei tifosi inglesi. Quelli del Charlton Athletic giocano di solito al Valley, uno stadio nei sobborghi di Londra, capace di 20.043 persone.Una squadra non ricca che nella sua storia ha venduto poco per vivere, se non Lee Bowyer al Leeds, facendo festa con 3 milioni di sterline. Nata nel 1905, è entrata nella lega nel 1921. La stagione 1998-99 è stata quella dell’immediata ricaduta dopo la promozione di soli 12 mesi prima.Quelli del Charlton non si sono dannati l’anima;sono risaliti cantando, sono discesi cantando in una stagione che era iniziata con un pesante 5-0 al Southampton (tre gol di Mendonca, Robinson e Readfearn).L’8 maggio, penultima giornata, quelli del Charlton Athletic sono andati al Villa Park di Birmingham per giocarsi le poche chance che la classifica concedeva ancora. Un match senza alternativa contro l’Aston Villa che aveva ancora possibilità di inserirsi nel lotto delle qualificate Uefa. Ne è nata una della partite che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe e vorrebbe vedere. Un’immagine di quando il calcio era una cosa, un valore certo, e gli stadi somigliavano a salottini. Una grandezza che il calcio si guadagna perché è perennemente moderno. È quello che sognano e vedono Tim Scott e Phil Dennison che sono partiti da casa un quarto alle due, del giorno precedente. Viaggio in treno, poi trasferta via pullman. Panini pochi, acqua e coca, quattro sciarpe, cappellino rosso porpora e maglia Brasil. Si vede da lontano un elegante cappotto scuro, il cappotto di un signore, agitarsi dimenarsi, protendersi verso il pullman in partenza. Lo prendono per un ultimo arrivato, vuole solo elemosina. Trenta minuti di attesa poi finalmente si parte. Saranno insieme ai 2500 nella curva dello stadio dei Villans. Tim non ce la fa più, molla per cercare un bagno, al fischio del direttore di gara mancano neanche venti minuti, tensione alle stelle. Si deve solo vincere, con un occhio teso al campo dei Rovers, che giocano con il già retrocesso Nottingham ed a quello del Wimbledon che riceve il disperato Southampton. Tim non arriva dalla pipì, Dennison lo cerca con lo sguardo, c’è anche il loro nervosismo in mezzo a quella calca. Pochi secondi al via, ci si gioca la vita. Quelli del Charlton Athletic ci sono, a far festa, come se niente fosse. O quasi, perché quando sono appena passati 3 minuti un tiraccio sporco del lento e stupendo brasiliano Mendonca, incoccia la schiena di Barry, centrocampista del Villa e si infila nella rete di Oakes. Dennison stramazza al suolo, Dio, e non solo lui, salvi la Regina madre, il gol arriva in curva con le campane in festa, 2498 in delirio. Dennison ed il suo amico sono in un unico abbraccio avvinghiato. Non è più solo festa, forse c’è anche la giornata del ringraziamento, quello del miracolo e del sangue liquefatto o delle visioni celestiali. Ma di minuti ne passano solo quattro quando il piccolo Joachim sembra avere le ali tanto che Merson lo cerca più che può. Il Villa non ha la sciarpa del Charlton al collo e lo si vede presto; Dennison tiene stretta la sua ma non fa a tempo a girarsi un solo attimo verso gli amici che Barry, proprio quello dell’autogol rocambolesco, ci mette la zampa giusta. 1-1 maledetti Villans, per Dennison una giornataccia, come per Scott che cerca ancora il bagno, questa volta con meno fretta. Da questo momento la gara prende la piega più simile alla battaglia, il Villans attacca ma è anche quello che deve fare il Charlton. Scott, prostrato da un inizio a prova di stomaco, è letteralmente piegato in due, Wiss lo guarda quel poco che può, Paul Merson, ex Arsenal ed alcool, ci prova violentemente da fuori. Il cielo si fa scuro, minaccia pioggia, proprio su quelli del Charlton che hanno la voglia addosso. Il tempo finisce quando Scott decide di non soffrire più; ma il secondo è di quelli da raccontare ai bambini, come la storia di Clive Mendonca, uno dei cannonieri di maggior razza che il Valley abbia mai avuto. Mendonca, che vecchio non è, sembra un Altafini oltre la quarantina. Lento ma micidiale, svelto ma restio a rientrare dopo ogni azione di attacco, più che un coniglio sembra una lepre furba ma piuttosto incerta, almeno all’apparenza, sul da farsi. Ci vuole lui, doppia finta e sinistro da nababbi al 56’ per rifare sognare tutti. Il Charlton però ha l’anima del guerriero e non ragiona, esponendosi oltre quelle che sono le sue esigenze. Scott potrebbe tirare il fiato, ma quel pendolino di Joachim poco dopo, sugli sviluppi di un corner, mette altra carne al fuoco, bruciando vivo Scott e con lui Dennison, che comunque a sentire l’aria di birra e mostarda monta una fame bestiale. 2-2, dannato 2-2 che non permette illusioni ed un’altra premier. Scott lancia il suo cappellino, Dio evidentemente di salvare la regina non ha la più pallida voglia, dalle parti alte della curva si ode l’urlo sordo degli sconfitti. Due volte in vantaggio, due volte ripresi, bastasse? No. Due soli minuti, due, e Robinson entra al momento giusto nel posto giusto per deviare la palla sotto la traversa più magica del calcio inglese. Palla in gol e Robinson si gira e li guarda tutti quelli della curva, quelli del Charlton Athletic, Scott, Dennison e gli altri. Che festa e che gioia, certo che retrocedere così sarebbe un peccato mortale, ma al minuto 79’ il baratro si ripresenta, bussando forte alla porta. Le notizie dagli altri campi non lasciano spazio. Il Southtampton vince a Londra, poco o nulla da sperare se non si vince qui. Dennison si è praticamente mangiato il suo cappellino, Villa Park in fiamme, tutti i villans in avanti almeno fino al minuto 79’, indovinate un po’ chi, ancora Joachim strozza il panino all’Hamburger nella gola di Dennison. 3-3, storico e maledetto. Il destino di un pomeriggio di guai, il volere del Dio calcio, e solo di questo. Scott comincia ad avere l’animo distrutto, gli altri cantano ancora, sotto le prime righe di pioggia, quasi benedetta. Non so quanti tifosi, virtualmente retrocessi, costretti al risibile ritorno di quelli che del Charlton non conoscono un nulla, avrebbero continuato a cantare ed a solleticare la voglia di calcio. Scott continua nella sua preghiera di maledizione, rivolta a tutti, anche a quelli che sono davanti a lui, che tendono a non alzare bandiera bianca. Il Valley è lontano, sembra un inferno con fuochi di alzo zero, rasi anche per i più piccolini. La nave inglese è sul precipizio più profondo, l’equipaggio canta, beati loro, strana la vita, anche quella del calcio, alla perenne ricerca del suo Dio laico. Ne deve mancare uno nel coro se ci si mette anche Andy Petterson, il portierone Aussie che si fa espellere. Che pomeriggio da ringhio canino, da giornata scolastica piena di interrogazioni quando non sai un tubo, da richiesta della fidanzata di guardare il serial televisivo sul canale opposto a quello che propone Argentina- Brasile. Insomma un pomeriggio da quelli del Charlton Athletic. E ora che si fa? In porta ci va Powell e fa quello che può, almeno fino all’87’ quando un missile di Merson si avvia all’incrocio dei legni. Il signor Powell decide che quel pomeriggio da cani si può volare, come lui non ha mai fatto e spinto da chissà quale Dio personalissimo e da Scott e Dennison ci arriva a toccare la palla, come ci sarebbe arrivato solo un Sepp Maier o uno come Zamora. Vola e resta a terra, lui difensore, proprio sulla linea di porta, con la rozza sfera di cuoio che ride dietro la rete. Scott si inabissa, dal cuore non esce segnale, ed il respiro rimane fermo fino al 90’ quando Jones va giù al limite dell’area dei villans. Danny Mills decide che, con dieci giorni di anticipo, oggi è il suo compleanno e che deve essere festa per tutti. Siluro di destro, palla che passa rasente l’area e con Scott, Dennison e l’allegra banda entra in rete, mentre Oakes impreca alla Madonna inglese. 3-4, tutto da rabbrividire, roba da stringere il cuore ad un pugno di mosche; roba da England e da Charlton Athletic.Scott, sul sediolo della curva forse non ha ancora capito o meglio stenta, con un ritardo di riflesso che ne tradisce la stanchezza fisica, anche quando l’arbitro, con un recupero impalpabile, fischia la fine per sempre di un partita da sogno. Già finita, dicono quelli del Charlton? Si continua a cantare, anche se nessuno pare avere mai smesso. Il Villa Park diventa troppo piccolo, troppo raccolto per forgiare gioia e musica. Scott e Dennison sulla via di casa ci arriveranno dopo molte ore, il quartiere di Charlton si unisce alla festa. È l’8 maggio ed il crocevia dei risultati di quel sabato vide il Charlton appeso ad un filo invisibile che legava ancora la sua permanenza alla premier league. Sette giorni dopo più che la tragica sconfitta al Valley con lo Sheffield (segnò Sonner al 79’ ma i giochi erano già fatti), risultano fatali le reti del Southampton all’Everton, realizzate da Pahars al 24’ e 68’. Dicono che dalle parti del Valley nessuno se ne sia mai accorto di quella retrocessione e che qualcuno a notte fonda abbia sentito ancora i cori del Villa Park per giorni, uniti al grido di un tifoso, sdraiato sul suo sediolo, senza aver digerito un hamburger ed una birra, con la perenne voglia di pisciare e con una sciarpa che portava incisa la scritta:«Dio,mi sento male, ma non farla finire mai!».


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