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Il calcio è poesia- Bolano e Bolano, parole di calcio

Il calcio è poesia- Bolano e Bolano, parole di calcio

- C’è un borgo di antiche origini romane dove ogni anno la gente si siede e parla di calcio. Lo fa come se fosse storia, e non aspetta che il vento muova le bandiere, le scuote prima. Ha ascoltato storie Mondiali, di provincia, di un calcio immenso e di uno alla perenne ricerca di un qualcosa. Si è fatta incantare da un uomo di Italia-Germania 4-3, il portiere fortunato non quello che perì sotto il colpo cult di Gianni Rivera (Sepp Maier), Enrico Albertosi, e poi da tanti altri. Bolano concede questa serata una volta all’anno. Forse anche perché per un puro gioco di lettere, si concede per sempre una cosa che esiste anche per qualche altro scrittore ( Soriano e Galeano), proprio in Italia: ha lo stesso nome di un grande scrittore cileno che proprio del calcio, ma bisogna dire anche del calcio, ha fatto sua storia. Per capire chi fosse stato Bolano bisognerebbe leggere “Roberto Bolaño: fútbol e letteratura», di Sergio Santiago Olguín, una sorta di conversazione. Bolano nella realtà quando parlava di calcio aveva una peculiarità; commentava e teneva in vita quelle che lui chiamava le squadre fantasma, ovvero quei club che avevano avuti lampi di storia, imprese epiche, erano finite del palmares di importanti eventi, ma poi si erano dissolte. In Europa squadre come il Dukla di Praga, la Dinamo Dresda, la Stella Rossa di Belgrado, il Ferencvaros, la stessa mitica Honved, o una Pro Vercelli. “Quelle società che sono state retrocesse in B e subito dopo in serie C e in serie D, fino a sparire. Le squadre fantasma".” L’unica squadra cilena che mi piaceva è scomparsa da secoli –racconta Bolano proprio in quel libro- Si chiamava Ferrobadminton, arrivò a giocare in prima divisione, e la sua maglia, senza dubbio, era la più bella che abbia mai visto nel calcio patrio”. Raccontò Olguin:” È stato lì che avevo scoperto che parlare di calcio lo divertiva tanto quanto parlare (male, e a volte bene) di scrittori latinoamericani. Il Barcellona lo appassionava. Ma erano i tempi «pre Messi», e Bolaño si mostrava speranzoso per l’arrivo del «Conejito» Javier Saviola. Io preferivo vantarmi del presente che viveva il Boca di Juan Román Riquelme e Carlos Bianchi. A causa di certe questioni burocratiche tra case editrici, Bolaño è stato sul punto di non darci più il suo racconto, però alla fine ce lo ha consegnato: «Ti invio il racconto, definitivo, è finito e l’ho fatto per te», mi ha scritto, e quel «l’ho fatto per te» è una delle adulazioni più meravigliose che mi abbiano mai fatto. Il suo racconto è uscito ne El libro de los nuevos pecados capitales; il suo protagonista si chiamava (non ho potuto fare a meno di considerarlo un regalo) Riquelme”. Dicono giocasse ala sinistra, mancino com’era. In un altro testo si svela ancor di più “Roberto Bolaño, L'ultima conversazione, traduzione di Ilide Carmignani, con un saggio di Nicola Lagioia. A futura memoria.

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