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Ultimo aggiornamento: Martedì 22 Agosto - ore 08.00

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Il calcio è poesia - Algeri e la strada del calcio

Il calcio è poesia - Algeri e la strada del calcio

- Racconta Jorge Valdano in Futbolandia che la tecnologia di punta del calcio è da sempre la strada. In uno spiazzo qualsiasi i ragazzini affinano la loro capacità, l’istinto fa tutto per loro, e gli permette di lottare anche contro la fame o gli avversari. Miseria, vittoria, ribellione, amore nel football. Anche per le strade di Algeri. Due milioni di abitanti, i miti lontani, il sole alto, la sabbia poco distante. Poi, nel silenzio apparente, ti trovi davanti il minareto della piccola moschea che incastonata tra le case della casbah, e sovrasta il campetto. Il ragazzino si sporge da lì, si rinfresca alla fontana della moschea. Per arrivare alla fonte, dal campo di gioco, i bambini si arrampicano sui muri che contengono il dislivello tra la strada ed i campetti stessi. “È l'ora della preghiera di metà giornata –racconta Tiziano, un italiano che lì lavora ed osserva quei ragazzi giocare, come farebbe in uno stadio- e dal minareto la voce lamentosa del Muezzin si impone dagli altoparlanti che orlano proprio il minareto. Gli fanno eco in lontananza gli altri muezzin delle moschee della casbah ed oltre. Ma siccome non sono sincronizzati, i vari muezzin, il risultato è un suono frammentato ma senza pause, in cui le stesse parole, cantate con voci e con tonalità diverse, si inseguono, si sovrappongono creando un sottofondo che aleggia sulla città”. Uno stadio, solo più grande. Ma i giocatori non si fermano per la preghiera, qui l’Isis non uccide i bambini perché non si sottopongono all'obbligo dell’orazione, interrompendo il gioco come purtroppo è avvenuto da altre parti. Anzi le loro grida, i loro reclami, il picchiare dei loro poveri piedi sulla sfera, si uniscono al suono della preghiera ed insieme riempiono l'aria in un giorno di sole tiepido e piacevole. “Molti dei bambini giocano in ciabatte – continua Tiziano- molto usate anche dai più grandi per la loro comodità nell’ approcciarsi alla moschea dove vige l'obbligo di entrare scalzi, ma forse anche perché la calzatura meno costosa in un paese dove è più economico un pieno di gasolio che un pollo arrosto , e non di quelli ruspanti, ma di quelli che vengono allevati in batteria”. Le grida sono tutte loro, bambini che si chiamano Mohamed, Omar, Kaddour, Abdelaziz. Il calcio per quanto lo programmino nei minimi dettagli, resta arte, anche dell’imprevisto, con tanti artisti di strada. E mentre sei lì che li guardi incantato ecco che proprio l’ultimo trova la sponda perfetta dal più perfetto dei compagni, il muro, e saetta un tiro sul quale il portiere nulla può. Abdelaziz si ferma, guarda l’alto, volge le mani ed inizia: “Chiedo la protezione di Allah contro Satana… in nome di Allah il compassionevole, il misericordioso..la lode appartiene ad Allah”. Ripete le stesse parole che ha tradotto dalle televisioni internazionali, dal labiale del campione, nelle stesso gesto di Paul Pogba. I suoni lontani poco tolgono al gesto, e la partita subito dopo continua per decine di minuti, sotto il sole. Fino al fischio finale dell’oscurità, quando lo stadio chiude, lasciando quelle case bianche con i fili della corrente coperti di edera dormire. Fino al prossimo gol nel deserto.

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