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I veglioni del Carlevà e le cansonete dell'Ubaldo

di Bert Bagarre

I veglioni del Carlevà e le cansonete dell'Ubaldo

- Ormai a semo a Carlevà, demose drento che fa presto a vegnie a Quaresima.
Il Carnevale mescola religione e tradizioni precedenti sì che è arduo distinguerne con esattezza i contorni. Inoltre, in quel periodo si rovesciano i valori tradizionali. Le maschere, simbolo della festa, celando l’identità e assumendone una fittizia, bene rappresentano il ribaltamento dei valori espresso dal Carnevale.
Il rito s’è sempre manifestato a Sprugolandia, né avrebbe potuto essere diversamente tanto esso è radicato in ogni cultura.

Nei tempi andati, la terra della Sprugola non si comportava diversamente dal resto di Lunigiana: dopo averne letto il testamento, alla fine si bruciava il Carnevale che da ‘ste parti aveva la raffigurazione di Batistòn, la nostra maschera, forse rappresentazione di una persona che il popolo della Sprugola conosceva bene perché i g’aveva sempre vogia de mugugna-e e mai vogia de fa-e quarcò, e che a un certo punto si ritrova promesso a tale Ma-ìa.
Se con la calata dei barbari richiamati dall’Arsenale sparisce con la compagna anche Batistòn che sopravvive solo nel rogo del solstizio estivo, non diminuisce la voglia di fare follie.

Anche nella terra ormai dominio dei nuovi venuti, quando i ariva er Carlevà si sprecano le feste da ballo e i veglioni, ognuno con il suo corredo di balli e cotillons. Spesso sono a tema e per essere ammessi alle danze occorre essere vestiti come l’argomento suggerisce, il che sta a dire che sul divertimento non si facevano economie.
Si fa musica e si cantano a squarciagola e cansonete che l’Ubaldo gran vate di Sprugolandia compone per queste occasioni, infarcendo i suoi versi di termini che probabilmente i nuovi arrivi non comprendono, ma gorgheggiano ugualmente, magari dopo essersene fatti spiegare il significato. Del resto, quanti onesti Sprugolotti oggi sanno, per esempio, che il tananò de-e cansonete vuol dire sciocco e muro da tegò sta per faccia da scemo. Già, muro che poi è la deformazione spagnoleggiante di muso.

Di qua a poco le strade sprugoline saranno affollate da tanti pezzettini di carta colorati, piombati a terra dopo essere stati lanciati contro gli amici. Vi resteranno fino a che a spassado-a non li raccoglierà la mattina seguente, mentre tante mascherine eleganti si esibiranno nei tanti cortei organizzati per il divertimento dei bambini.
Magari, a scuola la maestra dirà loro che il povero Arlecchino era vestito dei mille colori di tanti straccetti accomodatigli dalle mani della mamma, ma chi ricorderà che noi bruciavamo un tappo per disegnarci sul muro barba e baffi con il nero dell’affumicatura?

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