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I tregi, ammortizzatori sociali di una volta

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
I tregi, ammortizzatori sociali di una volta

- Ho già detto dei lavatoi pubblici, i tregi, che stavano soprattutto nei cortili delle case operaie. Il nome deriva dal latino trahere, tirare, perché il sapone veniva trascinato sui panni che si dovevano lavare. Era altra epoca: mancando la lavatrice, si doveva fare tutto a mano strascicando di buona lena sui panni appoggiati su un piano inclinato mentre l’acqua gorgogliava giù dal rubinetto. Una volta poi risciacquati, si sbattevano con forza per disperdere le tante goccioline e rendere più veloce l’asciugatura.
I tregi erano ricoperti da una tettoia per proteggere dalle intemperie le donne, ché mai maschio fu visto intento a tale opra. Quei luoghi erano anche centro di vita sociale: là si parlava e soprattutto si diceva degli altri. Così, ché nella chiacchiera mai potevano mancare il pettegolezzo, né a volte pure la maldicenza, ma spesso le confidenze si mischiavano alle preoccupazioni. Alle compagne di lavatoio non si celavano i problemi, la confessione essendo viatico per ottenere, se non la soluzione, almeno un suggerimento o anche solo una parola di conforto: non si sa di difficoltà risolte al tregio, ma quante tensioni furono colà allentate!
Neppure mancava la rissa: per un gomito che urtava, per uno schizzo malandrino, per le scaglie del sapone oppure, più semplicemente, perché chi leticava aveva i nervi di suo e in questo modo si sfogava.
Grandi ammortizzatori sociali fu il tregio, luogo d’incontro dove le femmine di ogni età compensavano la disillusione della loro esistenza condividendone al contempo le felicità.
Un mondo sparito, scomparso, condannato a morte dalla lavatrice che ha cancellato la socialità e relegato le problematiche del vivere alla risoluzione individuale. Anche per quel loro piano inclinato, i tregi svolgevano la funzione del lettino dello psicanalista oggi.
Leggo su un manifesto che l’Amministrazione Comunale vende all’asta dei pezzi del suo patrimonio, fra cui il “lavatoio pubblico di via Viano alla Chiappa” con base d’asta 8mila euro.
Non discuto il provvedimento. Ci sono momenti in cui è indispensabile privarsi, sia pure con dolore, dei gioielli di famiglia. Però, mi chiedo come verranno sostituiti quei monumenti di un passato non lontano che erano bandiera di una comunità coesa quale, ma posso sbagliare, non mi pare sia l’odierna: anche perché mancano centri di incontro e aggregazione come i vecchi tregi.
Che si può fare? Io penso che almeno si possa mantenere la testimonianza offerta da quei luoghi, sostituendoli con strumenti che facciano della conoscenza del proprio trascorso patrimonio condiviso e soprattutto partecipato.

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