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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Agosto - ore 22.30

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I flirt pomeridiani al Bandiera Gialla

di Alberto Scaramuccia

I flirt pomeridiani al Bandiera Gialla

- La bandiera gialla su una nave è l’invito a starne lontani ché a bordo c’è un’infezione.
Nel 1966 Bandiera Gialla è il titolo di una canzone che impazza nel mondo giovanile: non per avvisare di un’epidemia, ma per indicare il luogo dove i giovani si riunivano per ballare. Il nome segnalava che i non appartenenti alla comunità di minorenni o poco più, dovevano obbligatoriamente mantenersi alla larga. Canzone famosa e plurigettonata al jukebox, divenne poi il nome di tanti ritrovi di musica per gli allora giovani, appetito nuovo target del mercato che s’era inventato una nuova categoria del consumo: i teen agers. Per loro si creano apposite linee: abbigliamento, scarpe, accessori e soprattutto musica che da melodica si fa urlatrice, marchio generazionale e soprattutto simbolo identitario primario.
Un Bandiera Gialla si fa anche qua alla Spezia, inventato da ragazzi che avevano fiutato il vento. Lo fanno in via Colombo dove ora c’è un cinema, nell’antica sede dell’Unione Fraterna, locale che ricordo sempre con piacere perché lì, quand’era ancora società di mutuo soccorso, mio nonno Giuseppe era stato per anni direttore di sala: lì si ballava anche prima, solo con altro ritmo.
In breve, il Bandiera Gialla è appuntamento fisso per la folla che ci si raduna nei pomeriggi di sabato e domenica. Suonano complessi locali in cerca di spazio, ma non manca il nome illustre. Dentro ci trovi i primi capelloni e fra le gonne che si accorciano, capita anche di vedere le prime mini. Addirittura, qualche ragazza (ne ho sposata una), per valutare la lunghezza della sottana, stende il braccio lungo il fianco, serra il pugno e guai se l’orlo dell’indumento sorpassa la mano chiusa.
Là dentro si andava per ballare, ma soprattutto si puntavano le fantele in cerca del mai facile flirt. Se, come quasi sempre, andava buca, pazienza. Almeno, per attimi preziosi avevamo dimenticato l’interrogazione dell’indomani, o l’esame che non riusciva a entrarci in testa.
Tempi distanti, mondo che mutava faccia. Intenti nei sogni, chissà se ce ne accorgevamo. Forse sì, ma certo chi ci avesse detto che stavamo vivendo una forma di globalizzazione, lo avremmo guardato perplessi. Manco ci accorgevamo che sparivano le lucciole, figurati quella parola nuova.
Di lì a poco, ormai tutti capelloni, avremmo appreso che l’uomo nuovo era a una dimensione. Che dal consumismo nasce il lavoro, abbiamo imparato a capirlo da quando il consumo interno è un indicatore da guardarsi con rispetto e trepidazione. Proprio un’altra dimensione: allora temevamo l’inflazione tanto quanto oggi la rimpiangiamo.

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