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Ultimo aggiornamento: Giovedì 19 Ottobre - ore 20.00

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Gli assurdi confini della fame in tempo di guerra

di Alberto Scaramuccia

Gli assurdi confini della fame in tempo di guerra

- Scorrendo la stampa spezzina di cento anni fa, la prima impressione che si ricava è che nel 1917 qua doveva esserci una gran fame. Questa parola negli articoli non la si trova mai, ma che le pance fossero vuote e che si doveva tirare assai la cinghia dei calzoni, si capisce perché non si fa altro che dire che mancano gli alimenti base: dallo zucchero alla farina, dalla carne alle patate. Neppure è poi che gli altri generi di prima necessità si trovassero in abbondanza, a cominciare dal carbone. Insomma, si stava digiuni e al freddo.
Per la penuria di tutta ‘sta roba, dunque, impera la fame, ma è una fame ben diversa da quella che si era manifestata in precedenza.
Dall’inizio del conflitto, infatti, i prezzi si erano subito alzati pregiudicando i consumi alimentari delle classi meno abbienti: fame di classe, cioè. Ora, al contrario, non ce n’è proprio per nessuno.
Non è cosa che riguardi solo l’Italia, si badi. Si tratta di situazione che caratterizza ed accomuna ogni Paese e non solo quelli belligeranti. Ed è facile capirne il perché: i disastri causati dalla Grande Guerra (gli uomini nelle trincee distratti dall’attività agricola, le culture e i campi devastati) pregiudicano la produzione alimentare in maniera drammatica e distruggente.
Inoltre, su entrambi i fronti ogni risorsa disponibile si va a concentrare verso l’unico obiettivo che conta e che è la vittoria schiacciante sul nemico. Proprio per questo leggiamo con impressionante frequenza che quello in corso non è scontro di eserciti, bensì lotta di popoli il cui solo ed unico scopo è quello di annientarsi a vicenda.
A complicare le cose ci si mettono anche le decisioni che vengono assunte dal Governo per cercare di trovare uno sbocco all’approvvigionamento di cibo.
Un primo provvedimento impone che quanto prodotto all’interno di ogni Provincia, non si possa esportare in nessun’altra. Ma è misura inefficace che non risolve il problema. Il criterio dell’autarchia alimentare si allarga a circuiti interregionali, ma l’accorgimento provoca rabbia. La Spezia che fa parte della provincia di Genova, collegata alla produzione del lontano Piemonte, non può attingere alla preziosa piazza della Lunigiana, mercato naturale oltre che storico.
Per questa via la necessità di riempire la pancia diventa anche il fomite attraverso cui si manifesta il desiderio, tanto accarezzato e mai sopito, di fare della Spezia il capoluogo di una nuova unità amministrativa che ricostituisca la perduta unità lunense.
Come già detto, è richiesta forte, ma quando nel ’23 verrà la Provincia, non ci fu tutto quanto si auspicava.

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