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Ultimo aggiornamento: Lunedì 21 Agosto - ore 00.20

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Gli animalisti: "Donare le caprette? Una condanna alla prigionia"

Gli animalisti: `Donare le caprette? Una condanna alla prigionia`

- "Spett.le Redazione,
Scrivo in merito al seguente articolo pubblicato oggi sulla Vs. testata (QUI), a proposito della possibilità di dare in adozione le caprette della Palmaria al titolare di un’azienda agricola di Volastra (SP).

Ebbene, questa proposta non mi entusiasma affatto e non rappresenta una soluzione ideale.

“Donare” (già questo termine mi fa rabbrividire, in quanto racchiude in sé il concetto di reificazione di un essere vivente) infatti le caprette ad un allevatore significa condannarle inevitabilmente ad un’esistenza di prigionia e sofferenza.
Gli animali non esistono per soddisfare le esigenze della specie umana, in quanto fabbriche di carne, latte, uova, lana, pellicce, o per scopi scientifici (sperimentazione) o ludici (zoo, circhi, acquari e delfinari).
Occorre superare questa teoria specista profondamente radicata nella nostra cultura, basata sulla strumentalizzazione e sulla mercificazione di un individuo il cui diritto alla vita andrebbe invece rispettato e garantito proprio fine a sé stesso, in quanto tale.
Da ciò la mia condanna, e quella di chiunque abbia abbracciato la filosofia vegana, verso ogni tipo di allevamento in quanto forma di ingerenza e sopraffazione della specie umana, in virtù della sua supremazia fisica, su quella non umana.

L’obiezione che a questo punto molti solleveranno è fin troppo scontata: per la produzione di latte e formaggio gli animali non vengono uccisi, quindi perché non valutare la proposta?
Quello che invece non tutti conoscono è la drammatica realtà degli allevamenti caseari, intensivi e non.
Le mucche innanzitutto, come le pecore e qualsiasi mammifero, non producono continuamente latte, ma devono rimanere gravide e partorire; la realtà industriale ovviamente, ma anche le piccole aziende locali, non possono concedersi il lusso di rispettare quelli che sarebbero tempi e risorse dei cicli naturali ed ecco la mano dell’uomo che puntualmente interviene a forzare i meccanismi biologici: le femmine vengono così ingravidate artificialmente o fatte ingravidare da un maschio ed il latte, destinato ai cuccioli, verrà per la maggior parte sottratto loro per finire negli scaffali come sotto forma di latte appunto o formaggio.
Da tutti questi parti nasceranno dei cuccioli ma sappiamo bene che le aziende non hanno risorse economiche per mantenere a vita i capi che non entrino nel ciclo di produzione: i maschi in esubero verranno mandati al macello per diventare carne e le femmine diventeranno macchine da latte; non solo, dopo un’intera esistenza trascorsa a partorire, una volta indebolite e non più produttive, alle femmine toccherà la stessa triste sorte.

Davvero non possiamo offrire di meglio? Davvero non possiamo trovare una soluzione che non sia sinonimo di sfruttamento, che non preveda uno scopo strumentale di questi animali?
Smettiamola di pensare “a cosa possono servire le capre” e concentriamoci piuttosto su “a cosa hanno diritto”, come esseri senzienti.

Io ci spero.

Cordiali saluti"

Federica Furlan
Rappresentante di sede locale di La Spezia dell’ass.ne Animalisti Italiani
(ma penso di poter parlare a nome di tutte le associazioni animaliste presenti sul territorio)

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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