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Giustizia ambientale e giustizia sociale, le sfide del 2020

di Giorgio Pagano

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Giustizia ambientale e giustizia sociale, le sfide del 2020

- Il 2019 se ne sta andando ma non è ancora arrivato l’inverno. Scrivo da Marsiglia: Plage des Catalans, la spiaggia dei marsigliesi, è affollata di persone che non solo prendono il sole ma fanno anche il bagno. Un amico appena tornato da Mosca mi ha detto che la neve è scomparsa: è il dicembre più caldo degli ultimi 133 anni, con temperature superiori di 10 gradi alle medie stagionali. Nel frattempo il Sud d’Europa è funestato da periodiche tempeste di pioggia e di vento: lo abbiamo visto anche in Italia qualche giorno fa. Mentre in Australia le fiamme degli incendi lambiscono anche Sydney, mi spiegano due ragazzi australiani conosciuti nel tavolo comune della “pizzaria” (con la “a”) Etienne, storico locale siciliano a Marsiglia. Da settembre sono bruciati almeno tre milioni di ettari, l’equivalente del Belgio.
Che la situazione sia drammatica lo dimostra anche il recentissimo studio dell’Istituto Idrografico della Marina, con sede nazionale a Genova: il mare in Liguria è salito di 26 centimetri in 133 anni. Gli esperti scrivono che, se non verranno raggiunti gli obiettivi previsti dall’accordo di Parigi (2015) per limitare a 1,5 gradi l’aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale, il mare nel 2100 sarà tra i 43 e gli 84 centimetri più alto rispetto alla media 1986-2005. Il Mediterraneo si sta gonfiando sempre più rapidamente: ma a Spezia parliamo di sviluppo del porto, di waterfront, di “piscine naturali” e di “passerelle sul mare” come se tutto questo non ci fosse…
Non si tratta certamente di sottovalutazioni solo spezzine. Nei giorni scorsi si sono chiusi a Madrid i lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima Cop25, che ha visto riuniti quasi 200 Paesi per ragionare ancora una volta sull’attuazione dell’accordo di Parigi. Dal 2015 ad oggi la consapevolezza è cresciuta nella società civile, ma la politica continua a latitare: il vertice è fallito, ancora una volta ha vinto l’allucinante miopia dei governi.
L’accordo di Parigi fu merito dell’allora Presidente americano Barack Obama, che riuscì a portare all’accordo anche la Cina. Oggi l’America di Trump latita, e c’è il rischio che i cinesi si tirino fuori, nel timore di essere danneggiati nella competizione globale. Nella speranza che Trump sia battuto nelle elezioni presidenziali di novembre, non può che spettare all’Europa il compito di dare il buon esempio e di “tirar dentro” i cinesi. E’ quello che l’Unione europea si propone di fare con il suo annunciato Green Deal (nonostante l’opposizione dei Paesi dell’Est europeo).
Sappiamo che l’Europa non è “messa bene”, e che il suo impegno per la riduzione delle emissioni climalteranti è insufficiente: ma una parte delle sue classi dirigenti si sta rendendo conto che la svolta ecologica serve anche per aumentare il benessere, per più posti di lavoro, per assumere la leadership tecnologica in settori chiave e che hanno un futuro. Cominciano a mobilitarsi anche i capitali privati: investimenti che ora vanno nel fossile o anche nelle armi potrebbero spostarsi sulle rinnovabili e sull’efficienza.
Ci sono due grandi problemi. Il primo è che il mondo non ancora pienamente sviluppato deve rendersi conto che lo sviluppo sostenibile genera più occupazione e più reddito del “capitalismo carbonico”. Il secondo grande problema è quello del consenso popolare ai “Green Deal” nei Paesi sviluppati: perché grandi masse popolari sentono come prima preoccupazione quella della crisi economica e occupazionale.
Per affrontare questi due grandi problemi c’è bisogno di unire lotta al cambiamento climatico e lotta alle diseguaglianze. Innanzitutto tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: i primi hanno il dovere di capire che anche i secondi vogliono crescere. Se vogliamo che lo facciano “con la coscienza del limite”, dobbiamo essere noi “Paesi ricchi” a dare l’esempio. L’intreccio tra impegno ecologico e impegno contro le diseguaglianze vale anche dentro i Paesi industrializzati: ricordiamoci che il Presidente Macron fu costretto a rimangiarsi la tassa carbonica, una misura ecologica, da una mobilitazione popolare che gli urlava nei cortei “Tu ti preoccupi della fine del mondo, noi non sappiamo arrivare alla fine del mese”.
Se la politica latita, non abbiamo altra scelta che impegnarci ancora di più come società civile, cittadini, territori, istituzioni locali, movimenti, imprese. L’urlo di Greta non può rimanere inascoltato. Per fortuna abbiamo un grande punto di riferimento teorico e culturale: l’enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”, che si si rivela sempre più come l’analisi più organica e costruttiva per affrontare anziché esorcizzare le emergenze e per connettere giustizia ambientale e giustizia sociale.

Buon Anno a tutte e a tutti

Post scriptum:
le fotografie della rubrica di oggi sono state scattate nel Museo Internazionale della Natività di Betlemme.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Betlemme, Museo Internazionale della Natività 2018 Giorgio Pagano


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