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Galleggia anche la terra, a camminare in mare

La musica d’autore di Matteo Fiorino. Di Francesca Cattoi.

Le migliori intenzioni
Galleggia anche la terra, a camminare in mare

- Mi piace, ogni tanto, utilizzare questo spazio per raccontare la nascita della rubrica. In questo caso, mi permette anche di dichiarare la mia personale conoscenza dell’intervistato, essendo per me importante far capire i parametri con i quali scelgo di presentare queste storie e non altre. Ho dedicato a Matteo Fiorino (La Spezia, 1980) un post nel blog “Las Pezia Calling” su Città della Spezia nel 2018. L’occasione era dovuta all’uscita del suo album Fosforo, Phonarchia Dischi. Me ne aveva parlato Alessio Gianardi e anche se Gengis Khan, il singolo di lancio, non mi aveva, lì per lì, colpito, mi ero ascoltata tutte le tracce. Anzi, non riuscivo a smettere di ascoltarle. Ogni canzone mi sembrava perfetta, una musica trascinante, le parole di una sensibile liricità. Poiché conoscevo Matteo solo di vista, l’ho contattato via email e, dopo avergli confessato la mia ammirazione per il suo lavoro, gli ho proposto di scrivere su di lui un breve articolo. Era contento dell’entusiasmo che dimostravo e negli scambi intercorsi nella preparazione del post, ho buttato lì l’idea di scrivere qualcosa di più continuativo sui talentuosi giovani spezzini. Sono quindi molto contenta che abbia accettato di rispondere alle mie domande. La sua voce non poteva mancare in questa rubrica, per cui ascoltiamolo, anche se, questa volta, senza chitarra.

Caro Matteo, eccoci, come per tutti la prima domanda e sempre quella: quali studi hai fatto e come è iniziata la tua passione per la musica? 
"Il mio percorso di studi non è lineare. Ho frequentato un istituto agrario. Poi, dopo due anni di psicologia, ho frequentato e completato il DAMS a Bologna con una tesi in arte medievale.
Credo di essermi appassionato all’ascolto della musica un pomeriggio d’estate di tanti anni fa, quando mio cugino mise una cassetta dei Beatles nell’autoradio della macchina di mio zio. Avrò avuto sette o otto anni, e rimasi talmente folgorato che i miei dovettero comprarmi subito il raccoltone dei Beatles e poi il calendario.
Qualche anno dopo, mentre scoprivo i Queen, mio padre, radendosi, mi fece ascoltare i Led Zeppelin dicendo: “senti questo assolo di chitarra, è Jimmy Page, la fa parlare la chitarra!”. Seguirono i Nirvana e i Pink Floyd, finché a quindici anni presi la prima chitarra capitatami sotto mano per provare a farne uscire dei suoni. Questo bastò a convincere mia nonna a mandarmi a lezione dal maestro Carlo Passalacqua, che seppe farmi innamorare del jazz mettendo sul piatto un vinile di Thelonious Monk. Così, a diciassette anni misi su il mio primo trio jazz e, a diciotto, entravo nel laboratorio di musica d’insieme diretto da Mauro Avanzini, dove suonavamo free-jazz".

Quando hai capito che riuscivi a scrivere canzoni?
"Quando ho finito di scrivere la prima canzone. Si intitola Amanda".

Come funziona, scrivere una canzone: prima la musica e poi i versi? Scrivi con altri o da solo?
"Per quanto riguarda il mio lavoro, alla base della scrittura non c’è un vero e proprio funzionamento, ci sono delle idee sonore e testuali che fluttuano nell’aria e che cerco di seguire per aiutarle a svilupparsi, a diventare autonome per poi liberarle e liberarmene, incidendole. Per il momento ho sempre scritto da solo, ma non è un dogma, semplicemente fino ad ora non si è presentata l’occasione, tantomeno la necessità di scrivere con altri o per altri". 

I testi delle tue canzoni sono molto poetici, si sente che hai un talento per la scrittura, non solo musicale. Ti interessa sviluppare questo aspetto?
"Beh, ti ringrazio molto. In effetti scrivere mi piace proprio tanto ed è molto probabile che in un futuro prossimo io riesca a trovare la concentrazione per sviluppare questo aspetto che, pensandoci bene, è l'unico in grado di canalizzare tutte le mie passioni, dalla storia dell'arte alla cucina, dalla musica ai viaggi".

In Fosforo il legame con la nostra città, sia per alcuni accenni a feste patronali e altri dettagli, sia per lo stretto legame con il mare, è evidente: casualità o cosa voluta?
"Direi né casuale, né voluta. Siamo ciò che mangiamo, e questo vale anche per l’ambiente che ci circonda, sia esso un paesaggio, come certe nostre vedute marine, sia esso un rito collettivo che richiama tutta la comunità, come la fiera di San Giuseppe".

Tempo fa avevi come secondo lavoro, il ruolo di marinaio cuoco su yacht a motore. Lo fai ancora? Hai altra occupazione parallela oggi?
"L’ultimo imbarco risale all’estate 2017. Non so che succederà in futuro, diciamo che per ora ho dirottato le mie occupazioni estive nell’attività di ristorazione avviata lo scorso anno da mia madre. Parallelamente all’attività di musicista, che nell’ultimo periodo ho ridotto parecchio, svolgo supplenze nelle scuole superiori, dove insegno storia dell’arte, e do lezioni private di chitarra".

Quali sono state le esperienze professionali più formative riguardo alla musica?
"Ad essere sincero non vivo il “fare musica” come una professione, anche se lo faccio di professione, perché c’è in ballo molto di più: ci sono il mio vissuto, le mie emozioni, la mia attitudine. Tutto quello che ho fatto fino ad ora con la musica e per la musica va a contribuire al puzzle della mia formazione di uomo, ancor prima che di professionista. Quindi ok concerti, live in radio e tv, recensioni, concorsi, aperture, incisioni, featuring ecc. Ma anche i viaggi fatti da solo in treno, pullman, nave, aereo, blablacar, da Palermo a Salò, da Senigallia a Barcellona; i viaggi con la band nella Volvo del mio fedele tastierista (Lidio Chericoni, mezzo argentino mezzo marolino), la chimica delle varie città, l’odore che senti entrando per la prima volta in un locale, i soundcheck, gli incontri, gli accenti, gli sguardi, le sudate, gli applausi, le bevute, le stanze di albergo o di appartamento, le confidenze improbabili durante le chiacchiere post concerto con gestori e avventori improbabili a orari improbabili. Tutto questo senza contare i dischi ascoltati, i film visti, i libri letti, le mostre fruite, le case abitate, i mari solcati tra un tour e l’altro".  

Puoi fare un resoconto della scena musicale spezzina? Hai nominato Lidio Chericoni, tuo tastierista e so che in Fosforo hanno collaborato altri musicisti spezzini, li nominiamo, vuoi parlarcene?
"Se per "scena musicale" intendiamo un insieme di progetti noti anche al di fuori della provincia, allora non me ne viene in mente nessuno, almeno riguardo ai generi che frequento. Ci sono però singoli musicisti spezzini come l'organista Leonardo Corradi e il violista Ignazio Alayza che stanno facendo delle brillanti carriere anche in ambito internazionale. Tra l'altro Ignazio Alayza è uno dei musicisti spezzini che coinvolgo sempre in sala di incisione e mi ricordo che quando feci ascoltare Fosforo a Caterina Caselli, rimase talmente colpita dal suono della sua viola, che volle conoscere il nome del musicista. Anche Diego Piscitelli, bassista e contrabbassista, mi segue in tutte le imprese discografiche e mi ha accompagnato anche in diverse tappe del tour del primo album. Diego è un grande amico, oltre ad essere un ottimo musicista".

Hai qualche progetto per il futuro? Anche questa è una domanda che faccio a tutti…
"Sì, riprendere nuoto e non smetterlo più".

Quali sono i tuoi punti di riferimento?
"Quelli cardinali".

Le esperienze professionali di Matteo Fiorino si sono arricchite in questi ultimi anni di momenti significativi, tra cui la partecipazione alla trasmissione Nessun dorma, magazine musicale di Rai Cultura condotto da Massimo Bernardini, dove lui e la sua band sono stati invitati assieme ad Angelo Branduardi e al Quartetto di Cremona; la video intervista nella rubrica Anatomia di una canzone per Internazionale, in cui si parla di Madrigale, canzone inclusa in Fosforo e che vanta la prestigiosa collaborazione con Iosonouncane; o ancora l’apertura del concerto della Brunori SAS al Teatro Ariston di Sanremo ad aprile 2018.
Con il suo Tour Senza Cuore, Matteo ha fatto tappa in diverse città italiane l’anno scorso e sono riuscita a sentirlo cantare dal vivo due volte: all’Origami, in Via Manzoni 39, alla Spezia, e poi in seguito, all’Ohibò a Milano, vicino a dove lavoro. Ma da allora non ho smesso di ascoltare e riascoltare le sue canzoni: mi metto le cuffie, cerco il suo nome su iTunes (primo ed unico disco acquistato online!) e lo ascolto mentre cammino per strada o sono in ufficio o sul treno, scegliendolo spesso come colonna sonora del mio tempo. Per questo mi auguro che Matteo continui a scrivere e a farci ascoltare la sua musica, che saremmo tutti persone peggiori se non l’avesse condivisa in questi anni con noi.

FRANCESCA CATTOI

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Matteo Fiorino durante il tour Fosforo Elisa Parrino Rensovich


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