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Ultimo aggiornamento: Domenica 20 Agosto - ore 11.29

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Fidel, Trump e la bancarotta della politica

di Giorgio Pagano

Fidel, Trump e la bancarotta della politica

- Ricordo, tra i dibattiti più belli ma anche più impegnativi a cui ho partecipato, quello con Gianni Minà nella Festa de l’Unità a Spezia nel 2005. Presentai il suo libro “Il continente desaparecido è ricomparso”, e ci confrontammo sulla Cuba di Fidel Castro. Lui metteva di più l’accento sulle conquiste sociali del regime, io, pur riconoscendole, criticavo il centralismo e l’assenza di pluralismo. Alla fine concordammo che, pur tra contraddizioni e periodi bui, Cuba è stata un non banale laboratorio sociale, politico e culturale. Sbaglia chi pensa che si sia trattato solo di “socialismo reale” in salsa tropicale. Non si resiste per oltre cinquant’anni a un embargo commerciale statunitense e poi per venticinque anni alla fine ingloriosa del “socialismo reale” in Urss e negli altri Paesi se non c’è un grumo forte di valori e di connessione sentimentale con parte consistente della propria popolazione. I funerali di Fidel l’hanno del resto confermato: milioni di persone hanno accompagnato il lungo viaggio delle ceneri per tutta l’isola al grido Yo soy Fidel (“Io sono Fidel”), segno di un affetto vero per il lider maximo. E tuttavia la questione della democrazia -non necessariamente quella conosciuta da noi in Occidente- resta irrisolta.

Dai gesuiti alla rivoluzione
Ma chi era Fidel Castro? Traccio di seguito una breve biografia, utilizzando il testo di Aldo Garzia, studioso della politica cubana. Figlio di proprietari terrieri, Fidel fu educato dai gesuiti. Nel 1947 aderì al Partito ortodosso, formazione politica di ispirazione democratica e nazionalista. Castro appare negli anni universitari più attratto da posizioni nazionaliste e dal pensiero indipendentista di José Martí che da riferimenti marxisti. Nel 1950, dopo la laurea in giurisprudenza a pieni voti, iniziò l’attività di avvocato. Alle elezioni parlamentari del 1952 si candidò tra le fila del Partito ortodosso. Il 10 marzo il golpe di Fulgencio Batista annullò la competizione elettorale e Castro si convinse della necessità di intraprendere la lotta armata. Il 26 luglio 1953 è la data che avvia la rivoluzione cubana. Fidel e 165 militanti del Movimento 26 luglio fondato da lui stesso decisero di dare l’assalto alla caserma Moncada. L’iniziativa fallì, in 29 furono assassinati. Castro fu arrestato assieme al fratello Raúl e ad altri militanti. Nel processo, il leader del Movimento 26 luglio pronunciò da solo l’arringa difensiva diventata famosa con il titolo “La storia mi assolverà”. Fidel e i militanti del suo movimento furono scarcerati il 15 maggio 1955. Castro si trasferì a Città del Messico dopo un viaggio negli Stati Uniti che servì a raccogliere fondi per il Movimento 26 luglio presso la comunità cubana. E’ in Messico che incontrò per la prima volta Ernesto Che Guevara. Il 25 novembre 1956, a bordo della piccola imbarcazione Granma, 82 uomini (tra cui l’italiano Gino Donè, che era stato partigiano in Veneto) partirono alla volta di Cuba. Solo in 15 sopravvissero ai primi scontri con l’esercito batistiano, ma saranno appena 12 coloro che si uniranno a Castro. Il braccio di ferro con l’esercito durò fino al 2 gennaio 1959, quando Guevara e Camilo Cienfuegos fecero il loro ingresso trionfale a L’Avana. La rivoluzione radicalizzò il suo programma già nei primi mesi del 1959. La scelta di una via “socialista” per la rivoluzione cubana fu però annunciata da Fidel solo nell’aprile del 1961, alla vigilia del fallito tentativo di invasione mercenaria di Cuba finanziata dagli Stati Uniti (quella che va sotto il nome di “Baia dei porci”). Nell’ottobre 1962 scoppiò la “crisi dei missili”. Il 14 ottobre un aereo spia di Washington fotografò una serie di basi missilistiche dotate di ordigni nucleari che i sovietici stavano costruendo a Cuba. Il presidente Kennedy intimò l’ultimatum a cubani e sovietici: quelle basi vanno smantellate. Krusciov, da Mosca, ordinò l’alt alle operazioni. Ero un bambino, ricordo che i grandi stavano attaccati alla radio, con la speranza che non scoppiasse la terza guerra mondiale, la prima con la bomba atomica. Guevara lasciò ufficialmente Cuba nel 1965. E’ probabile che fino alla decisione di organizzare la guerriglia in Bolivia guidata da Guevara ci fosse una divisione di compiti tra Castro e il Che: il primo faceva lo statista in patria con l’obiettivo di istituzionalizzare la rivoluzione, il secondo si assunse la responsabilità di far uscire Cuba dall’isolamento in America latina, condizione per liberarsi dall’abbraccio soffocante con l’Unione Sovietica di cui proprio il Che aveva intuito il destino. La morte di Guevara nel 1967 in Bolivia fece ripiegare Cuba, che si allineò all’Urss. In piena stagione della perestroijka Mikhail Gorbaciov arrivò con la moglie Raissa in visita ufficiale a L’Avana il 2 aprile 1989: il dissenso con Fidel fu palese. Abbondarono le previsioni su un “Fidel solitario e sconfitto”. Ma lo sconfitto sarà Gorbaciov, non lui.

Luci e ombre
Minà ha scritto, dopo la morte di Fidel, che il lider maximo è l’unico, nel mondo moderno, che abbia fatto una rivoluzione e non l’abbia persa. E che è l’unico leader che abbia lasciato un Paese in condizioni migliori di quando ha rischiato la pelle per liberarlo dalle prepotenze del dittatore Batista, uno che governava sotto braccio alla mafia. Sul fatto che la rivoluzione non sia stata perduta bisogna discutere, sul miglioramento rispetto ai tempi di Batista non ci sono dubbi. L’ex ambasciatore Giuseppe Cassini ha aggiunto un altro elemento di “unicità”: “Nella sua lunga gestione di potere Fidel Castro non è mai ricorso alla menzogna, non ha mai detto una bugia. Il che fa una bella differenza rispetto alla genìa dei Nixon-Berlusconi-Trump”. Per Cassini per capire il castrismo occorre tornare agli anni di Batista: “Cuba non era un Paese latino-americano come gli altri: dal 1898 Cuba era stata di fatto una colonia degli Stati Uniti più o meno come lo è tuttora Portorico. Non era possibile liberarsi dall’umiliante tutela yankee con metodi democratici: chi ci aveva provato (Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Mossadeq in Iran) era stato spazzato via. Restavano altre due opzioni: il marxismo o il nazionalismo, Karl Marx o Josè Martì. Per proteggersi dalle aggressioni dal nord, Fidel non poteva far altro che ripararsi sotto l’usbergo sovietico: dichiarò dunque di scegliere Marx, ma in realtà optò per Martì. E divenne il caudillo sud-americano che tutti conosciamo. Ora a Miami chi balla bevendo rum e cantando ‘Cuba sì! Castro no!’ dimostra scarsa umanità e poco cervello. ‘Ai morti non si deve che la verità’ insegnava Voltaire. Perciò, sull’altro piatto della bilancia va messo anzitutto il peso schiacciante dell’embargo nord-americano, disumano e contrario al diritto internazionale. Sul piatto vanno messi i primati raggiunti in campo medico, scolastico, musicale e sportivo da un popolo economicamente isolato; e va aggiunta la produzione culturale che ritrovo sfogliando in casa la ricca biblioteca di letteratura cubana, pur se precocemente ingiallita. Sul piatto vanno messi i tentativi di Fidel di trovare un’intesa con Washington ogni volta che alla Casa Bianca entrava un Presidente meno ostile: se nel 1980 Carter avesse vinto un secondo mandato, i rapporti con Cuba si sarebbero normalizzati trent’anni fa”.

E ora?
E ora che accadrà? Molto dipenderà da come agirà la nuova Amministrazione americana di Donald Trump. Ma il destino di Cuba è innanzitutto nelle mani dei cubani di dentro e di fuori l’isola. Difficile che prevalga la guerra civile o l’istinto di vendetta, anche perché Barack Obama e Papa Francesco con i loro viaggi recenti sull’isola hanno spianato la via del dialogo e L’Avana ha saputo reagire a tale novità con orgoglio e intelligenza. Il tema di attualità è perciò come si svilupperà la transizione già in corso a Cuba verso un modello sociale a economia mista, non più interamente statale, e con aperture politiche verso il pluralismo democratico in grado di gestire inevitabili cambiamenti. A Raúl, che ha annunciato il suo ritiro nel prossimo biennio, spetta il compito di lasciare in consegna Cuba alla terza generazione nata dopo il 1959.

Trump e il Papa
Alcuni lettori mi hanno chiesto di commentare la vittoria di Trump. A mio parere la vera questione è la sconfitta di Hillary Clinton. Trump vince perché perde la sinistra perbene, sedicente riformista, benpensante e socialmente garantita. Solo Bernie Sanders, il candidato della sinistra popolare e antiliberista sconfitto alle primarie democratiche dalle élite di sistema, avrebbe potuto battere Trump. La lezione vale anche per noi: perde la sinistra, anche quella sedicente radicale, che ha concentrato la propria attenzione sulle classi medie colte a scapito degli operai e dei precari e sulla rivendicazione dei diritti civili a scapito dei diritti sociali. “Abbiamo varato le unioni civili”, mi ha scritto un’amica che non si capacitava della sconfitta di Renzi al referendum. Tutto giusto, ma non ci sono solo i bisogni “immateriali”. Se togli l’articolo 18 e rendi la sanità sempre più classista, costringendo i poveri a rinunciare a curarsi, non ci sono unioni civili che tengano: gli operai e i precari scelgono chi si batte per la Costituzione e per i diritti sociali.
Sono sintomi di quella che definirei una bancarotta della politica, e della sinistra. Il termine è stato usato da Papa Francesco nell’unico discorso politico che mi abbia suscitato emozioni e pensieri positivi in queste settimane. Il Papa mi ha invitato all’incontro mondiale dei movimenti popolari che si è tenuto un Vaticano (ne ho scritto in “Il messaggio del Papa in difesa degli ultimi”, “il Secolo XIX”, 12 novembre 2016, leggibile in www.associazioneculturalemediterraneo.com). Il suo discorso merita di essere letto integralmente sul sito vaticano: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/november/documents/papa-francesco_20161105_movimenti-popolari.html
Mi ritorna in mente Fidel. Il Papa è stato a Cuba, e prendendo la mano di Fidel lo ha esortato: Ehi, de vez en
cuando tirame un Padre Nuestro (“Qualche volta lanciami un Padre Nostro”) ricevendo come risposta dallo stesso Fidel un inatteso: Lo recordaré (“Me ne ricorderò”). Forse ha ragione Fausto Bertinotti: “Il Papa è vivo, la sinistra è morta”.

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Torino, manifesti in omaggio a Fidel Castro (2016) (foto Giorgio Pagano)


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