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Ultimo aggiornamento: Domenica 21 Ottobre - ore 08.59

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Enel, i quattro errori da evitare

di Giorgio Pagano

Enel, i quattro errori da evitare

- La vicenda dell’Enel ha assunto un carattere surreale. Nel 2015 era stata l’Enel, non il Comune, ad annunciare che i due gruppi a metano sarebbero stati subito chiusi e dismessi -a causa del forte costo del gas- e che il gruppo a carbone sarebbe restato in esercizio fino al 2021, data di scadenza dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Circa il futuro, l’Enel definiva il sito dotato di “capacità attrattiva notevole per chi abbia idee e soldi da investire”, pensando quantomeno di suddividere il costo della bonifica con i privati interessati al riuso delle aree.
Successivamente sul punto del riuso delle aree c’è stato uno studio dell’Enea, ma nulla di rilevante: sostanzialmente aria fritta.
In questi giorni si sono sentite parole quanto meno sorprendenti. Il Sindaco ha annunciato con enfasi che la chiusura dell’impianto a carbone della centrale è stata fissata al 2021. Ma non era stato deciso tre anni fa?
Poi la maggioranza che governa la città -meno la “scheggia” di Guerri e Baldino Caratozzolo- ha sostenuto che bisogna aspettare la Strategia energetica nazionale del nuovo Governo, salvo poi, in Consiglio Comunale, votare un ordine del giorno in cui si afferma che sarebbe bene che l’Enel restasse, in particolare con un gruppo a gas. Ma non si doveva aspettare la Strategia del nuovo Governo?
Già la tesi dell’attesa è un errore. Un Comune, tanto più se sede di una centrale, deve avere una sua idea della Strategia energetica nazionale, e battersi per realizzarla. Se si pensa che il futuro è nelle energie rinnovabili e non nel carbone e nel gas, allora bisogna essere conseguenti. Un modo c’è: un Piano Urbanistico Operativo, integrato dalla Valutazione Ambientale Strategica e da validi processi partecipativi, che stabilisca quali attività potranno finire in quell’area anche se restasse industriale e che escluda le categorie più pericolose, come le industrie insalubri. Inoltre il Comune può esercitare la sua competenza in campo sanitario e dotarsi di studi sia sul danno sanitario oggi prodotto dall’impianto a carbone sia sull’impatto sanitario degli impianti futuri di cui si discute.
Del resto, se fosse vera questa tesi, non si spiegherebbe perché in altri siti dove Enel sta dismettendo le centrali sono già in fase avanzata, senza aspettare la Strategia energetica del nuovo Governo, progetti di riuso delle aree, anche nel settore delle energie rinnovabili.
Ma anche la tesi del gas è un errore. E’ un ritorno indietro di molti anni. Si può naturalmente discutere se fosse giusta o meno la scelta degli anni Novanta di usare il metano come combustibile di transizione alla dismissione della centrale. Anche perché, costruiti i gruppi a metano, l’Enel ha continuato in gran parte a usare l’impianto a carbone rimasto. Ma almeno quella scelta puntava, una volta ammortizzato l’investimento, alla dismissione. Ora, oltre vent’anni dopo, puntare nuovamente sul gas vorrebbe dire tenersi la centrale -tenuto conto dei 20/30 anni necessari ad ammortizzare gli investimenti- fino al 2040/2050!
Un terzo errore è quello di dimenticare che il carbone che viene usato inquina, e che bisogna cercare di anticipare il più possibile la chiusura dell’impianto a carbone. Sono stato molto critico, nel 2013, quando il Ministero dell’Ambiente, d’accordo con Regione e Comune, concesse l’AIA: l’autorizzazione avrebbe dovuto essere molto più vincolante dal punto di vista ambientale, per esempio prescrivendo la chiusura del gruppo a carbone entro i primi tre anni. Ora è tutto più difficile, ma non dimentichiamo un punto chiave: l’AIA avrebbe dovuto basarsi su una Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario, a sua volta basata anche su uno studio epidemiologico dell’area interessata. Tutto ciò a Spezia non c’è stato, o c’è stato in modo carente. Il Comune, quindi, potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo molto più incisivo, puntando sulla questione della salute dei cittadini. La competenza del Comune in campo sanitario va fatta valere per il futuro ma anche per l’oggi.
Il quarto errore, infine, è la rinuncia al metodo del confronto trasparente tra Governo, Regione, Comune ed Enel e del percorso partecipato che coinvolga tutti gli attori sociali del territorio.
Ma a un ordine del giorno si può rimediare. E’ utile un passo indietro per cercare di fare un passo avanti, cioè di unire la città attorno a un grande progetto che si fondi sul coinvolgimento e sull’ascolto, che sia basato sulle energie rinnovabili e che metta in campo le prerogative del Comune in campo urbanistico e sanitario.
La stessa questione delle prerogative del Comune si pone per la questione del waterfront. Ho letto su “Città della Spezia” del 2 ottobre che Carla Roncallo, Presidente dell’Autorità portuale, ha dichiarato:
“Nel corso di questa settimana o al massimo all’inizio della prossima pubblicheremo l’importante bando per il waterfront, bando che nasce dalla proposta di project financing avanzata da Royal Caribbean, Msc e Costa Crociere. Si tratta del primo progetto di finanza di ambito portuale in Italia. Ne uscirà qualcosa che darà uno slancio notevole al territorio”.
E Karina Santini, Direttore sviluppo commerciale di Royal Caribbean, ha aggiunto:
“Negli ultimi due anni c’è stato un dialogo intenso e costruttivo che ha permesso di verificare cosa serva agli operatori e cosa serva e di cosa necessiti il territorio”.
Ma chi ha deciso “di cosa necessiti il territorio”? Un establishment ristretto, che non ha coinvolto minimamente la città, e che il “dialogo intenso e costruttivo” l’ha praticato solo tra pochissimi “eletti”. Molto meglio, anche in questo caso, puntare su un Piano Urbanistico Operativo partecipato. Non si tratta di tornare a una visione pianificatoria rigidamente burocratica e dirigista, ma non possiamo nemmeno pensare di affidarci a una progettualità delegata ai privati, fondata sulla fiducia, oggi più che mai ingenua, nel mercato come portatore di soluzioni. Anche in questo caso, pur essendo purtroppo la vicenda molto più avanti, serve un ripensamento: è il minimo indispensabile, se non si vuole ammainare la bandiera della pubblica amministrazione e del coinvolgimento dei cittadini.

Post scriptum:
Su questi temi ho scritto molto in questi anni. Rimando solamente all’ultimo intervento, “Waterfront e aree Enel, serve un Puc all’altezza” (4 febbraio 2018), leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com.
Riguardo alla riflessione più generale sulle città oggi rimando all’articolo “La città come ultima difesa e ultima speranza” (10 maggio 2018), pubblicato su www.micromega.net.
Dedico l’articolo di oggi a due persone che ci hanno lasciato nelle scorse settimane, diversissime tra loro, ma unite nella battaglia per l’ambiente e la salute. Il primo è Ovidio Iozzelli, lericino, punto di riferimento per tanti anni degli operai della Fonderia Pertusola in lotta per migliorare le devastanti condizioni ambientali della fabbrica. Il secondo è Rodolfo Attinà, magistrato alla Spezia, sempre in prima linea contro i reati ambientali. Con Iozzelli ho combattuto, da dirigente del Pci, tante battaglie. Con Attinà, da Sindaco, ho sempre collaborato. A volte ho anche discusso, ma sempre in un clima che ci conduceva all’intesa. Nella “guerra” ai “signori delle discariche” e in altre vicende ho trovato in lui un punto di riferimento preziosissimo. L’ultima battaglia comune è stata, quando lui era in pensione, tutta politica: la campagna per il No alla riforma della Costituzione.


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La Spezia, la centrale Enel da Pitelli (2017) Giorgio Pagano


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