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Ultimo aggiornamento: Venerdì 18 Agosto - ore 13.55

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E. T.

di Marcello Albani - (settima leggenda arsenalizia)

E. T.

- Grandi amici, avevano in comune la passione della caccia e spesso si avventuravano verso Mommio, vicino alla riserva, alla ricerca di qualche volatile usato che stesse a farsi sparare senza fare troppe storie.
Di lepri o similari neanche a parlarne – roba da ricchi – anche se nel millenovecentocinquantuno sembrò loro di averne scorta una da lontano che però, a quello di Licciana, parve miagolasse.
Avevano due cani poverini: un vecchio bracco scornacchiato, frutto di mille incroci cui, si diceva, partecipò anche un caprone; ed una femminuccia triste con la dermatosi, che ad ogni sparo si rintanava nella maialaia più vicina, alla faccia del riporto.
In una di queste battute avvenne il fattaccio.
Il bracco, dopo una salva di fucileria come al solito dispersasi nel vento, inseguì la cagnetta prontamente imboscata e lì, in un ultimo rigurgito d’andropausa, la possedette senza il minimo riguardo. Quei tamburi dei padroni niente, non s’accorsero di nulla.
La cagnetta partorì, quindi, un unico esserino che in comune con i cani aveva solo le quattro zampe; ed il figlio del padrone, tra le lacrime del ridere, lo battezzò E.T.
I compari lo portarono in Arsenale per farlo vedere al facente funzione Capotecnico, loro guida spirituale, e aver lumi sulla sorte da riservargli.
“Me...” disse mestamente il loro mentore: “À lo leveèi da patìe.”
Alle cinque della sera, terminata la presenza, s’incamminarono furtivi, con il fagottino sottobraccio, lungo il molo Italia.
Giunti al piccolo faro lo affidarono alle onde misericordiose.
Allora – miracolo – E.T. si rizzò sul quelle appendici sottopancia e cominciò a camminare sulle acque.
I nostri, strabiliati, scorsero un vecchio ed autorevole arsenalotto che tentava di pescare due muggini al gasolio e che, della scenetta, non s’era persa una virgola.
Si avvicinarono e gli chiesero, con un fil di voce: “De... Giovà, cost’e-ne pensi?”
“Ma...” rispose il buon Giovanni grattandosi il mento e crollando, sconsolato, la testa arruffata; come già aveva fatto il f.f. Capotecnico: “... per me non impara più a nuotare.”

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