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Ultimo aggiornamento: Giovedì 27 Luglio - ore 23.55

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Due eroi normali

di Giorgio Pagano

Due eroi normali

- PIETRO GNECCHI, IL RAGAZZO DI BEDONIA

Nel novembre 1943 il giovane Pietro Gnecchi abitava con la famiglia nella frazione di Bossi di Bedonia, dove il padre prima di partire per il servizio militare -era prigioniero in Africa- esercitava la dura professione del carbonaio. Le condizioni di vita erano difficili, Pietro era l’unico grande aiuto alla famiglia. Anche lassù, in quella piccola frazione di montagna, arrivò la cartolina di chiamata alle armi da parte della Repubblica fascista di Salò. Pietro, giovane ribelle, decise subito di non presentarsi, e si rifugiò nei boschi sopra la casa. Il punto di riferimento degli antifascisti bedoniesi era Cosimo Caramatti. Anche Pietro si rivolse a lui: fu indirizzato alle Gabanne di Setterone sotto il monte Penna, dove trovò un gruppo di alpini che lì si erano nascosti. Pietro salì da solo, in mezzo alla neve molto alta. Era senza armi, così gli alpini che lo accolsero. Avevano una vecchia scimitarra, la diedero a Pietro dicendogli per scherzo: “Con questa potrai almeno tagliare qualche testa!”. Il comandante del gruppo era Fermo Ognibene “Alberto”, antifascista di origini modenesi, inviato in alta Val Ceno dal Partito comunista per organizzare la lotta armata. Dopo alcune settimane arrivò lassù Alceste Bertoli, un comunista di Parma che era stato in carcere durante il ventennio. Accompagnò nel gruppo un fuggiasco proveniente dalla città, Dante Castellucci “Facio”, che aveva operato nella bassa reggiana con i fratelli Cervi, era stato incarcerato ed era riuscito a fuggire. Senza cibo, quasi senza armi, il gruppo decise di compiere le prime azioni. I ribelli si spostarono verso Albareto, attraverso il passo del Bratello. Il 5 marzo 1944 fu annientato il presidio dei militi fascisti del passo del Bratello. Gli antifascisti locali li informarono che a Guinadi c’era un capostazione collaboratore dei tedeschi, nonché un presidio dei carabinieri ben fornito di munizioni. Era la sera del 12 marzo 1944: il capostazione era solo, fu immobilizzato e fucilato. Un altro gruppo assaltò la caserma. I militari si arresero tutti. Pietro, chiamato “Bedonia”, disarmò uno di loro prendendogli la rivoltella, che conservò fino alla fine del conflitto. Il bottino consistette in armi, munizioni, cibo e vestiario, che vennero portati nella base provvisoria di Valdena. La banda si diede una struttura e un nome: diventò il Distaccamento “Picelli” (dal nome del comunista parmense Guido Picelli, Ardito del Popolo nel 1922, caduto nella guerra di Spagna), con a capo “Alberto”, e “Facio” vicecomandante. La formazione dipendeva dalla Brigata Garibaldi “Parma”.
Nei giorni successivi il gruppo si divise in due parti. Quello guidato da “Alberto” fu sorpreso a Succisa di Pontremoli: mentre proteggeva lo sganciamento dei suoi uomini, “Alberto” fu falciato da una raffica di mitragliatrice. L’ordine era di riunirsi al Lago Santo parmense. Il gruppo guidato da “Facio”, di cui faceva parte “Bedonia”, era formato da nove uomini. Il 14 marzo attaccò il presidio fascista della centrale di Teglia. Uno dei militi, una spia, aveva detto ai partigiani che i militi di guardia si sarebbero arresi, alzando le mani. In realtà li accolsero a raffiche di mitra. Si salvarono solo grazie a “Facio”, che si mise a gridare “Buttatevi nella cunetta, buttatevi nella cunetta!”. “Ci siam buttati nella cunetta, altrimenti ci avrebbero ammazzato tutti”, mi raccontò Pietro.
All’imbrunire del 16 marzo, in mezzo alla neve altissima, il gruppo arrivò a Bosco di Corniglio, dove sostò per rifocillarsi. Qualche spia si accorse di loro e riferì a fascisti e tedeschi. Il 16 sera i partigiani si sistemarono nel rifugio del lago, aspettando “Alberto”. Il 17 e la mattina del 18 passarono tranquilli, ma nel primo pomeriggio del 18 Giorgio Giuffredi scorse nel bosco la divisa di un milite fascista. Tutto il rifugio era circondato da oltre 80 nemici. Con “Facio” e “Bedonia”, oltre a Giuffredi, c’erano Luigi Casulla, Luciano Gianello, Giuseppe Marini, Terenzio Mori, Lino Veroni, Pietro Zuccarelli. I nazifascisti intimarono più volte la resa, ma la risposta fu sempre negativa. “Che San Giuseppe ci protegga!”, disse Luciano Gianello. Dopo 23 ore di combattimento -era il 19 marzo, 73 anni fa- gli assalitori si ritirarono, con l’intenzione di tornare il mattino dopo. Avevano avuto 16 morti e 36 feriti. Avevano sparato 20.000 colpi di mitragliatrice, 15.000 di mitra e 15.000 di armi varie, 350 bombe a mano. I nove partigiani, feriti e sfiniti ma vivi, abbandonarono il rifugio e salirono vero il passo del Cirone, per raggiungere Pracchiola. Qui vennero a conoscenza dell’eroica morte di “Alberto” e si recarono oltre la strada della Cisa, dov’erano le sue spoglie, per rendergli omaggio.

PIETRO ZUCCARELLI, IL RAGAZZO DI CERVARA

Pietro Zuccarelli era di Cervara, nel pontremolese. Giovane ferroviere di famiglia antifascista, un fratello caduto in Russia, lavorava a Spezia. Anche lui entrò nelle formazioni partigiane perché renitente e ribelle, con Giuseppe Marini, suo compaesano. Entrambi entrarono nel gruppo di “Alberto” fin dall’inizio, prima che arrivasse “Facio”. “Pietro” -il suo nome di battesimo era anche quello di battaglia- è stato il penultimo degli eroi del Lago Santo a lasciarci, nel 2013. L’ultimo è stato “Bedonia” nel 2016. Ho raccolto la testimonianza di “Bedonia” sulla battaglia del Lago Santo in questa rubrica (“La leggenda del Lago Santo”, 23 marzo 2014). Oggi ecco quella di Pietro Zuccarelli, che ho raccolto dalla moglie Virginia, donna dalla memoria vivissima: “La prima pallottola sparata al Lago Santo fu sparata da Casulla, che colpì il tedesco venuto per dare la resa ai partigiani. Il tedesco era dietro un faggio, Casulla bucò il faggio e colpì il tedesco che cadde come una pera cotta… Cominciò la battaglia, dal piano di sopra i partigiani dovettero scendere a pianterreno… ‘Facio’ gli ha sempre dato coraggio, gli ha aiutati a non ammazzarsi… Se non ci fosse stato lui… ‘Facio’ era uno molto serio, e aveva capacità militari, era stato in Russia… La sera facevano le riunioni dentro le capanne, ‘Facio’ insegnava ad adoperare le armi, e poi cantavano, lui sapeva le canzoni russe e suonava la chitarra”.
Quando “Facio” e il “Picelli” si spostarono ad Adelano di Zeri, “Pietro” cambiò brigata, per restare più vicino ai genitori. Andò con la banda “Beretta”, una formazione più “militare” e “politicamente moderata”, ma molto attiva, con base ad Albareto. Virginia ricorda un episodio dell’ultimo dell’anno del 1944 a Cervara. Ci fu uno scontro, “Pietro” e i suoi compagni uccisero un tedesco. I nazisti portarono la popolazione in chiesa, volevano uccidere tutti, per rappresaglia. La sorella di Virginia, Elvira, prese la parola e raccontò che i partigiani erano saliti verso la sede del comando della “Beretta”, con i tedeschi prigionieri, vivi. Una bugia che salvò la vita alla gente di Cervara. Poi Virginia ricorda un assalto fallito al carcere di Villa Andreini, la liberazione di Pontremoli, la sfilata a Parma il 25 aprile.
Anche “Bedonia” lasciò il “Picelli” per stare più vicino a casa: entrò nella Brigata garibaldina “Monte Penna” e fu vicecomandante di un distaccamento. Il suo nome di battaglia divenne “Garibaldi”. Partecipò allo scontro della Pelosa presso il passo del Bocco, a quello della Bertorella presso Borgotaro e a quello della Sacca di Fornovo. Anche lui sfilò a Parma per la Liberazione. Chissà se in quella occasione rivide Zuccarelli, non gliel’ho mai chiesto.
Si rividero, dopo molti anni, il 6 ottobre 2002, al Lago Santo, grazie a un’iniziativa del Cai di Sarzana, alla quale partecipò anche Paolino Ranieri. E poi il 22 luglio 2007 ad Adelano, per l’inaugurazione del nuovo cippo dedicato a “Facio” nel luogo del suo assassinio. Furono “Bedonia” e “Pietro” a scoprire il monumento. Insieme a loro c’era Laura Seghettini, la compagna di “Facio”. A benedirlo fu don Michele Pizzanelli, il prete partigiano che della “Beretta” di “Pietro” era stato il cappellano. Li ricordo ancora insieme il 4 giugno 2011 in Provincia a Spezia, per ricevere un attestato e rilanciare l’iniziativa, ancora in atto oggi, per revocare a “Facio” la falsa medaglia e dare a lui e ai combattenti del Lago Santo la Medaglia d’Oro.

IL DOPOGUERRA

Pietro Gnecchi ritrovò Bossi di Bedonia povero, a pezzi, senza possibilità di lavorare. Il dopoguerra per lui sono stati 29 anni di miniera in Belgio, 1700 metri sotto il livello dei prati, nelle viscere del carbone. “Ho patito di più in miniera che ai monti”, mi diceva sempre. Fu l’ultimo al mondo nato a Bossi, paese svenato già negli anni Venti da decenni di migrazioni verso l’Europa e l’America. “Li ho visti morire tutti”, diceva. Guadagnò lavorando duramente, per tornare nella sua Bedonia nel 1996, sempre con la sua amata Lidia, che aveva sposato nell’immediato dopoguerra. Ecco le sue ultime parole in pubblico: “Ho combattuto per la mia patria. Ho portato la bandiera finché ho potuto nelle commemorazioni della lotta di Liberazione. Ora non riesco più ad andarci ma voglio ringraziare la popolazione che allora ci diede da mangiare e ci ospitò. Anche dopo tanto tempo bisogna ricordare il bene ricevuto”.
Anche Pietro Zuccarelli si sposò, con Virginia. Tornò a fare il deviatore in ferrovia a Spezia, a Valdellora. Abitarono a Cervara, poi a Migliarina, a Valdellora e infine alla Madonnetta di Ponzano, in una bella casa in campagna con un po’ di terra da coltivare, frutto della fatica di una vita. Con Virginia, la figlia Maria, il genero Bruno e la nipote Valerie, nata in Francia, ho ripercorso la vita di Pietro in una bella giornata primaverile, al termine della quale non sono mancati, per me e i miei amici, il vino, le uova, i limoni. La stessa gentilezza di Guenda e Vanda, le figlie di Pietro Gnecchi, di Gabriele, marito di Guenda, e delle loro figlie Barbara e Silvia. Hanno voluto che ricordassi “Bedonia” in chiesa: perché, mi ha detto Guenda, eravamo due amici di “battaglia”, nonostante fossimo di generazioni così diverse. E poi mi hanno invitato a pranzo, come si fa ancora nei funerali dei paesi.
Pietro Gnecchi e Pietro Zuccarelli non furono solo due eroi della Resistenza. Furono due persone semplici, schiette, schive come i lupi del loro Appennino. Due lavoratori infaticabili che diedero tanto senza mai chiedere nulla. Non ebbero mai incarichi politici. Il nuovo Pantheon di cui oggi sentiamo il bisogno non è quello dei grandi leader, ma quello degli uomini semplici come Pietro Gnecchi e Pietro Zuccarelli, di tutti quegli italiani che, spesso indipendentemente dalla loro appartenenza politica, hanno costruito ogni giorno la nostra democrazia. E’ da loro, dalle loro virtù civiche e morali, che dobbiamo ripartire per costruire l’Italia e l’Europa. Non dimentichiamoli, nel nome delle ultime parole di “Bedonia”: “Anche dopo tanto tempo bisogna ricordare il bene ricevuto”.

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Pietro e Virginia Zuccarelli al Lago Santo (2008) (foto Giorgio Pagano)


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