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Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Novembre - ore 17.36

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Debra Libanos, una vergogna italiana

di Giorgio Pagano

Debra Libanos, una vergogna italiana

- TOGLIERE IL VELO SUL MASSACRO

Se chiedete a un italiano che cosa è avvenuto ottant’anni fa, nel maggio 1937, a Debra Libanos, quasi certamente non vi risponderà. Molti non saprebbero neppure dire dove si trova Debra Libanos. Il loro silenzio è il segno, scrive la rivista “Africa”, “di come nel nostro Paese si conosca poco la storia, soprattutto quella coloniale, e di come una parte di essa (quella meno presentabile) sia stata rimossa”. Debra Libanos è una delle pagine più vergognose della storia italiana. Dal 21 al 29 maggio, soldati dell’esercito fascista sterminarono centinaia di monaci, preti e pellegrini cristiani copti ortodossi (tutti disarmati) radunati nel monastero etiope di Debra Libanos. I reparti italiani, guidati dal generale Pietro Maletti, circondarono il monastero, fatto di due chiese e di tante casette tradizionali. Il viceré Rodolfo Graziani aveva telegrafato a Maletti: “passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente”. Il massacro durò vari giorni, crudele e metodico come quelli nazisti: tra i 1800 e i 2200 morti. Fu distrutto un polmone spirituale dell’Etiopia.
Per capire il massacro di Debra Libanos bisogna tornare al febbraio del 1937. In quei giorni, due giovani eritrei, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, lanciarono, nel cortile del palazzo del Governo ad Addis Abeba, alcune bombe contro Rodolfo Graziani. Nell’attentato morirono sette persone e lo stesso Graziani venne ferito alle gambe. I due attentatori fuggirono verso nord, in direzione del monastero di Debra Libanos. Questo, oltre a essere un importante centro religioso, era il punto di riferimento della resistenza etiope all’occupazione italiana. Graziani fece mettere a ferro e fuoco la capitale. Morirono centinaia di etiopi e migliaia furono percossi, violentati e torturati dagli italiani. Graziani non ritenne però che la vendetta fosse compiuta e, convinto della complicità dei monaci, ordinò a Maletti di muovere contro la cittadella santa.
Fu lo storico Angelo Del Boca a ricostruire dettagliatamente la vicenda, emblematica della crudeltà italiana in Etiopia: “mai, nella storia dell’Africa, una comunità religiosa aveva subito una sterminio di tali proporzioni” - è la sua pesante conclusione. Su questi fatti, nell’ottantesimo della conquista italiana dell’Etiopia, è stata fatta nuova luce grazie al docu-film “Debra Libanos”, girato da Antonello Carvigliani, messo in onda su Tv2000 il 21 e il 22 maggio 2016, ora integralmente visibile su You Tube.
Sul massacro è tornato di recente lo storico cattolico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, in un articolo sul “Corriere della Sera”. Queste le sue parole:
“Occorre, ottant’anni dopo, riconoscere con gesti concreti che fu una strage da ascrivere all’Italia, compiuta in tempi di massimo consenso al fascismo e di identificazione generale con esso. L’impresa fu benedetta dalla Chiesa italiana. Il cardinale Schuster di Milano lodò l’esercito che ‘apre le porte di Etiopia alla Fede cattolica e alla civiltà romana’. Il dotto cardinale dimenticava che, in Etiopia, il cristianesimo c’era dal IV secolo? La sacralizzazione della guerra, anche a opera dei cappellani militari, indusse al disprezzo dei cristiani etiopici. Il clero era -per un’autorevole rivista cattolica- ‘ignorante e corrotto’ e la Chiesa etiopica ‘una larva’, anzi ‘un mostruoso miscuglio’, perché divisa da Roma.
La repressione -una serie di ‘liquidazioni’, ‘ripulisti’ e ‘rappresaglie’ (per usare il linguaggio fascista) -in cui si inserisce la strage di Debra Libanos, rivelò una incredibile crudeltà non solo dei soldati, ma anche dei civili italiani. La fascistizzazione e il razzismo accecarono la ‘brava gente’. Debra Libanos fu una strage ‘italiana’. Ho visitato quel luogo, oggi ricostruito e pieno di vita: si sente come il massacro sia una ferita e una profanazione per gli etiopici. Eppure la risposta etiopica, dopo la sconfitta dell’Italia, fu ammirevolmente rispettosa degli italiani. Tuttavia mai un’autorità italiana si è andata a inchinare di fronte alle vittime a Debra Libanos. Mai i militari italiani. Ottant’anni dopo quella strage, non è invece il caso che ufficialmente l’Italia ritorni in quel luogo con un altro volto? Non si può ignorare questa ricorrenza con leggerezza. L’esistenza di strade dedicate al maresciallo Graziani o al generale Maletti fa pensare che l’Italia non si sia scollata di dosso l’indifferenza di fronte all’assassinio di tanti ‘indigeni’. Anche la Chiesa italiana deve fare i conti oggi con la mistificante sacralizzazione dell’aggressione all’Etiopia, fatta da tanti suoi esponenti. Lo deve ai cristiani etiopi, dolenti e taciturni, che non rivendicano niente. Va ricordato però che i caduti di Debra Libanos furono considerati ‘nuovi martiri’, con Giovanni Paolo II, durante il Giubileo del 2000, tanto che la loro immagine si trova nell’icona della basilica dei nuovi martiri a San Bartolomeo a Roma.
Inoltre si tratta di censire gli oggetti, le croci, i manoscritti razziati a Debra Libanos e in Etiopia. L’Italia del dopoguerra ha conosciuto la fatica della restituzione del patrimonio artistico trafugato. Non basta ridare agli etiopici il Leone di Giuda o l’obelisco di Axum; c’è un intero patrimonio da recuperare anche presso enti civili o religiosi. Soprattutto lo Stato, il Ministero della Difesa e le Forze Armate, hanno il dovere di ricordare la storia di quella ‘liquidazione completa’ -come diceva Graziani- fatta di disprezzo e violenza. Con gesti concreti e una documentata conoscenza storica della tragedia, si deve dire che questa non è l’Italia in cui ci riconosciamo” (“Corriere della Sera”, 6 marzo 2017).
Il 21 maggio, nel sito del Ministero della Difesa, è apparso un comunicato che si conclude così:
“A distanza di 80 anni da quella strage, per tenere viva la memoria di quei fatti e riaffermare i valori universali della civiltà umana, il Ministero della Difesa costituirà un gruppo di lavoro composto da studiosi, militari ed esperti finalizzato ad un approfondimento storico della vicenda. Per non dimenticare". Va tolto finalmente il velo su una delle vergogne dell’Italia coloniale.

GLI ARBEGNOC E “GLI APOSTOLI”

La presenza italiana in Etiopia durò solo cinque anni e fu poco più di un’occupazione militare, duramente contrastata da una guerriglia in cui combatterono insieme i dignitari dell’aristocrazia e i contadini. L’Italia reagì all’accanita resistenza dei patrioti con una repressione spietata, ma fuori delle città e delle grandi vie di comunicazione il controllo del territorio fu sempre precario.
Ancora oggi, due volte l’anno -per commemorare le terribile stragi del febbraio-maggio 1937 e l’epica vittoria del maggio 1941- gli anziani partigiani di Etiopia (arbegnoc), ormai pochi sopravvissuti, sfilano con le medaglie appuntate al petto per le vie di Addis Abeba. Nella sede della loro associazione due grandi dipinti rappresentano scene della guerra di liberazione: a sinistra, l’esercito etiope e quello italiano si fronteggiano a colpi di baionetta; a destra, invece, disseminato di teschi, il campo di battaglia è sotto l’infame bombardamento ai gas nervini dell’aviazione fascista.
Eppure la lotta contro la dittatura fascista ha anche accomunato il popolo etiope e quello italiano. La Resistenza italiana ha potuto contare tra le proprie fila “Carletto” Abbamagal. Arrivato a Napoli nel 1940 come figurante per la Triennale delle “Terre italiane d’oltremare”, venne trasferito a Macerata quando l’Italia entrò in guerra. Fuggito dal confino, si unì al battaglione “Mauro”, una brigata internazionale. Il partigiano etiope “Carletto”, così soprannominato dai suoi compagni italiani, fu ucciso dai nazisti nel novembre 1943 sull’Appennino Marchigiano. Sul fronte abissino, invece, ho già raccontato in questa rubrica (“Bruno Rolla, partigiano in Spagna, in Etiopia e in Italia”, 7 maggio 2017) le gesta del livornese Ilio Barontini, dell’arcolano Domenico Bruno Rolla e del triestino Anton Ukmar, che tra la guerra di Spagna e la Resistenza in Italia trovarono il modo di combattere a fianco degli arbegnoc sugli altopiani. Furono soprannominati “gli apostoli”. Il gruppo degli "apostoli" fondò il foglio “La voce degli abissini” e addestrò e organizzò i ribelli etiopici, con risultati talmente positivi da far ottenere a Barontini da parte del Negus Hailè Selassiè il titolo di "vice-imperatore". C’era la fame, in Etiopia, e, per non gravare sulle tribù, “gli apostoli” si cibavano di coccodrilli. I fascisti cercarono di catturarli, ma senza successo. Certamente gli italiani in Etiopia non furono tutti “brava gente”. Ma “gli apostoli” salvarono il nostro onore. C’era, comunque, “brava gente” tra gli italiani che erano emigrati in Etiopia per lavorare, e pure tra i soldati. Tanto è vero che “gli apostoli” non vollero mai che fosse torto un capello ai soldati italiani caduti prigionieri. E tanti italiani rimasero nelle tribù, di loro volontà, e si costruirono una vita accanto agli africani.

Post scriptum
Per considerazioni più generali sul colonialismo in Africa si veda “Sao Tomé e Principe. Le isole al centro del mondo. La storia e le sfide del futuro”, testo della conferenza al corso di storia contemporanea dell’associazione Aidea (leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com).
La fotografia in alto riproduce l’opera di Jean-Michel Basquiat “Procession” (1986). Basquiat fu un grande artista afroamericano: nelle sue opere è espressa l’essenza tribale dell’Africa nera.
La fotografia in basso è del monumento ad Anambò, a Sao Tomé, nel luogo in cui i portoghesi sbarcarono per la prima volta, scoprendo l’isola (12 dicembre 1471).

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Sao Tomé, Anambò, monumento nel luogo in cui sbarcarono i portoghesi il 21 dicembre 1271, scoprendo l'isola (2016) Giorgio Pagano


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