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Come fischiavano i lapicidi di Via Firenze

di Bert Bagarre

sprugoleria
Come fischiavano i lapicidi di Via Firenze

- Di ‘sti giorni è spesso plumbeo sulla testa il cielo dell’Immacolata così che tarpa il sole sopra Sprugolandia e la rabbuia tutta. È il segno che le stagioni cambiano anche se ce ne siamo già accorti dagli aranci selvatici che adornano con il loro colore il corso e la via che lo incrocia al suo termine. Ogni stagione ha il suo fiorire e anché è il tempo delle arancie come scrivevano una volta. L’assenza di quella -i- sarebbe stata un ortografico peccato mortale così come lo è la sua presenza oggi.

Ma, così guarniti, come sono simpatici gli aranci di via Chiodo che i monelli de ‘na vorta suscitando i duri rimbrotti degli adulti, svellevano dalle piante per dare vita ad interminabili aranciole, nome che m’invento coniandolo su sassaiole, che lasciavano tracce dal colore sanguigno sui volti dei contendenti. Ma non era sangue, solo succo di frutta: le arance che adornavano, dono sugoso, ogni alberello di Natale quando quel frutto era più appetito di una playstation oggi. E sì, cambiano le stagioni ma cambiano pure i tempi anche se spesso non ci rendiamo conto di quanto è veloce il tempo quando scorre lento modificando pensieri, atteggiamenti, abitudini, usi.

Sessant’anni fa, a g’avevo unz’ani, a Sprugolandia sorse una nuova scuola, materna ed elementare, in via Firenze. Abitavo proprio lì di fronte, avendola avuta davanti da quando ero nato, un rudere relitto dei bombardamenti, mozzicone di casa che s’ergeva al cielo come albero mal potato. Ricordo i lapicidi seduti sul bordo della strada a incidere sulle lastre di arenaria del futuro marciapiede le zigrinature che avrebbero fermato il piede impedendogli di scivolare. Scalpellavano sudati e fischiavano allegri, a chi proprio non lo saprei dire. Forse alle rondini pensando alla morosa o ai passeri o chissà a che cosa altro.

Lì si eresse una scuola, e di che tinta! Dieci aule di trenta posti per le elementari, tre di quaranta per la materna che non si chiamava ancora scuola dell’infanzia. E poi refettorio, sale per divertirsi, stanze per docenti e dirigenti. Nel cortile c’erano giochi che ogni altro bimbo invidiava: scivoli, castello, altalene e lì ci si divertì poi la nostra bimba.
Oggi dicono che la struttura diventerà ostello. Roba da sacchi a pelo e non è che io li disprezzi da tanto che ho usato il mio ai bei tempi. Non ci sono più bimbi; un compenso ci sono tanti turisti del tipo mordi e fuggi. Sono i tempi a mutare; oggi sono proprio diversi da ieri. Cambiano persino l’ortografia! Ma quanto è antipatico ‘sto tempo quasi niveo dell’Immacolata che induce a questi pensieri! Ma non sarebbe meglio il sole?

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