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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 18 Ottobre - ore 22.39

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Come cambiano le città, da Spezia a Barcellona

di Giorgio Pagano

Come cambiano le città, da Spezia a Barcellona

- Addio ai vecchi partiti. La crisi del Pd e quella della destra
“I vecchi partiti, diventati macchine elettorali senza più una funzione sociale, non riescono a comprendere e a rappresentare le nuove contraddizioni della società”. Questo “de profundis” rivolto ai partiti non lo ha pronunciato qualche rappresentante di una lista civica e neppure un grillino, ma Romano Prodi, in una recente intervista a “ la Repubblica” (9 maggio).
L’esperienza ci dimostra tutti i giorni quanto queste parole fotografino la realtà. Carlo Galli è un illustre politologo che è stato eletto in Parlamento nelle file del Pd, come indipendente, nel 2013 e che oggi si avvia alla conclusione di quella che lui stesso definisce la sua “prima e ultima” esperienza “dentro” la politica. Questa è la politica dei partiti che Galli racconta: “La politica non solo non ha più un pensiero che la sorregga e la guidi. Ma ogni pensiero è deliberatamente escluso. La politica è navigare a vista, portare a casa qualcosa per sé e per il proprio gruppo… Quello che è completamente assente è l’attitudine a capire da dove vengono i problemi, che è l’unica via per affrontarli. Per questo vediamo un amalgama indistinto privo di progettualità. Non c’è in Italia un’idea politica, c’è solo l’accoglimento acritico delle pulsioni”. Galli, che nel 2010 fa scrisse il bel libro “Perché ancora destra e sinistra”, oggi stila una diagnosi netta: “Sinistra e destra non esistono e il Pd renziano si può considerare a tutti gli effetti di centrodestra, perfettamente omogeneo a Forza Italia” (“L’Espresso”, 9 aprile). Massimo Cacciari e Roberto Saviano sono arrivati a conclusioni analoghe, dopo aver letto le parole pronunciate dal Ministro dell’Interno Marco Minniti a “Repubblica” in materia di sicurezza (10 maggio). Cacciari ha replicato: “Non si mettono le armi in mano ai cittadini… Sbagliato inseguire i leghisti per raccattare voti” (“la Repubblica”, 11 maggio). Ancora più duro Saviano, secondo cui l’intervista di Minniti sancisce “l’esaurirsi di ogni barlume progressista nell’immagine di governo” (“la Repubblica”, 12 maggio). Qualche settimana fa Carlo Freccero aveva detto al “Manifesto”: “La parola sinistra negli ultimi anni è diventata ‘sinistra’, con le virgolette. Per chi è cresciuto in questi anni la sinistra è identificata con il potere” (8 aprile).
Né si può dire che la destra sia messa meglio. E’ ancora più debole. Si vogliono mescolare amici e nemici della moneta unica, aderenti al Ppe con Angela Merkel come riferimento e avversari della Germania, gente che ha fiducia nell’Europa e altri che la disprezzano. Può darsi che Silvio Berlusconi e Matteo Salvini riescano a mettersi d’accordo per fare un cartello elettorale: ma si tratterà di un cartello solcato da contraddizioni alla lunga fatali, che se dovesse vincere le elezioni non saprebbe poi governare. Forse è più probabile l’accordo di Berlusconi con il Pd renziano. E se dopo aver delegittimato tutti i suoi possibili “successori” Berlusconi riconoscesse proprio Matteo Renzi come il suo “erede”? Non è fantapolitica…

Il Pd spezzino, Manfredini e Forcieri
E a Spezia? La crisi del Pd è evidente. Il partito è diviso in fazioni l’un contro l’altra armate. Per evitare le primarie i capi delle fazioni hanno scelto un candidato a Sindaco di un altro partito, il socialista Manfredini. Ha tutto il mio rispetto, ma non si vede come possa liberarsi dall’abbraccio del partito di gran lunga più forte della coalizione e impedire il gioco al massacro che in tutti questi anni ha diviso la Giunta al suo interno ma anche il Comune e le altre istituzioni tra loro. Colpisce poi che, a parte Manfredini, il solo assessore uscente candidato in Consiglio Comunale dal Pd sia Luca Erba, nominato pochi mesi fa. Tutti gli altri sono spariti. Quanto devastante sia la crisi del Pd lo dimostra poi la candidatura a Sindaco di Lorenzo Forcieri, uno dei dirigenti di primo piano del partito. Un’operazione che nasce tutta dalle divisioni di questi anni. E che è emersa solo all’ultimo dopo una lunga trattativa con Manfredini e il Pd, fallita per mancate intese non certo sui programmi. Uno dei capilista delle due liste che sostengono Forcieri è non a caso Franco Vaira, che si era candidato alle primarie del Pd: “Il primo turno sarà di fatto la celebrazione delle primarie postume”, ha dichiarato a “Città della Spezia” (3 maggio). Non si vede che cosa tutto ciò abbia a che fare con un conclamato “civismo” della candidatura di Forcieri.
C’è chi sostiene che la “scissione” di Forcieri possa ricompattare il Pd. Non escludo che ciò possa avvenire, in qualche caso: ma si tratta di un numero di elettori sempre più decrescente. Non c’è, infatti, come affermano i sostenitori di questa tesi, una grande continuità tra il Pci e il Pd renziano, fondata sul culto di una comunità che non si deve dividere. Può valere per qualche militante generoso e per qualche dirigente conformista, ma il quadro generale mi appare assai più modesto e refrattario allo spirito di comunità.

La destra spezzina, Toti e Peracchini
La destra spezzina, invece, soffre meno la sua crisi generale. Il Presidente della Regione Giovanni Toti è stato abile, come nelle regionali del 2015, a costruire una coalizione ampia, a differenza del Pd, che ha rotto con tutte le forze alla sua sinistra. L’alleanza va dagli alfaniani ai leghisti, e ha come candidato Pierluigi Peracchini, già segretario della Cisl e persona non configurabile, fino alla candidatura, come di destra. In questo senso la destra spezzina prosegue in una “tradizione”: quella di candidare a Sindaco persone provenienti in qualche modo dallo schieramento avverso (fu così con Quber, Scardigli e Burrafato). Finora la destra non ha mai avuto fortuna. In effetti Peracchini non entusiasma molti elettori di destra, che il sindacato non l’hanno mai sopportato. Insomma, anche nella destra ci sono i contrasti. Basti pensare alle posizioni diverse su un tema chiave come la riconversione delle aree dell’Enel. Va valutata anche la questione dell’appoggio, così ingombrante, di Toti e della Regione: porta consenso ma anche avversità. Agli spezzini non piace l’invasività genovese, si sa. Detto questo, bisogna dire che questa volta la destra ha un vantaggio vero, come già alle regionali e alle comunali di Savona del 2016: la crisi devastante del Pd.

La discontinuità rispetto alla giunta in carica
Amerigo Lualdi, commentando sul Secolo XIX il forum con i candidati organizzato dalla Cisl, ha osservato che “tutti i candidati si sono schierati a favore di una linea di discontinuità rispetto all’attuale amministrazione” (12 maggio). In effetti il dato colpisce. La stessa Giunta si è disgregata: non solo non c’è nessuno del Pd, a parte Erba, in lista, ma ci sono anche due assessori uscenti in corsa contro il Pd, Cristiano Ruggia per i comunisti e Patrizia Saccone addirittura nella lista di Peracchini. Non è un belvedere.
Ma quali sono gli elementi di criticità dell’Amministrazione uscente? Ho partecipato per ora a una sola iniziativa della campagna elettorale, quella della presentazione della candidatura di Guido Melley in Sala Dante, piena di persone che in gran parte partecipavano per la prima volta a un’assemblea del genere, o che non vi partecipavano da molti anni. Ero con l’amico medico Lorenzo Di Alesio e ci hanno colpito gli applausi più forti: al passaggio su “mai più amici degli amici” e a quello sullo “sviluppo sostenibile”. Quindi: la critica a un sistema concepito come clientelare e di potere e la voglia di unirsi per ricostruire una società in cui le persone sentano di contare; e la critica allo “sviluppismo” e la proposta di un’altra economia, rispettosa dell’ambiente e della salute. Viene in mente l’ammonimento della filosofa Simone Weil: “Nella natura delle cose non è possibile alcuno sviluppo illimitato. Il mondo riposa del tutto sulla misura e l’equilibrio. La stessa cosa accade nelle città”. Naturalmente la Giunta uscente ha fatto, in questo campo, anche cose buone: mi documenterò sul nuovo Puc, ho solo letto qualcosa sui giornali, ma sono convinto che sia un buon Piano. Però è passato un altro messaggio, hanno pesato i fatti: nessuna misura di rilievo contro l’inquinamento da traffico, la ritrosia nella battaglia contro l’Enel, il ritorno delle demolizioni navali in Arsenale, i tanti alberi tagliati…
C’è poi una questione che attiene al metodo di governo: le città si possono governare solo con le coalizioni, i patti, le alleanze. Tra enti pubblici e tra pubblico e privato. Io sono stato il Sindaco dei contrasti anche forti con gli altri poteri, in modo sempre pubblico e trasparente: con l’Autorità Portuale, con la Fondazione della Cassa di Risparmio, con la Camera di Commercio… Ma poi, sempre in modo pubblico e trasparente, sono stato il Sindaco dei due Piani strategici, cioè dei patti per la città, degli accordi siglati da tutti per rafforzare la coesione interna alla città. In questi anni è mancata invece la capacità di condivisione: basti pensare alla paralisi sul porto e sul waterfront, o alle azioni spesso parallele e non convergenti tra Comune e Fondazione… Ovviamente anche per responsabilità di altri, ci mancherebbe. Però il primo dovere di unità lo ha il Comune: la parola Sindaco viene dal greco, significa “colui che tiene insieme con giustizia”. E’ la grande questione della partecipazione. Io imparai molto dall’allora Sindaco di Barcellona Pasqual Maragall, il primo Sindaco europeo a dar vita alla pianificazione strategica partecipata, che incontrai più volte. Oggi il punto di riferimento per il nuovo Sindaco non potrà non essere Ada Colau, Sindaca di Barcellona: il nuovo Programa de Actuacion Municipal (PAM) è stato elaborato grazie a 430 assemblee nei quartieri e alla piattaforma web decidim.Barcelona (“decidiamo.Barcellona”), tramite cui si sono raccolte oltre 10.000 proposte fatte da associazioni attive nella città o da singoli cittadini, che sono state votate da più di 130.000 persone. L’assessora all’innovazione tecnologica, che coordina la strategia digitale, è un’economista italiana, Francesca Bria. Leggiamo le sue parole: “Non si tratta di mettere un click o un like perché si possa parlare di democrazia partecipata (viene in mente la scelta del progetto per piazza Europa, ndr.)… occorre che la conoscenza del problema sia diffusa, che i cittadini siano informati, che i problemi da risolvere siano argomentati, visualizzati con tutti i dati a disposizione… la web democracy da sola non avrebbe efficacia: serve la continua interazione tra la partecipazione alla piattaforma digitale e le assemblee nei quartieri” (“Left”, 28 aprile).


I grillini e la questione che prima o poi si porrà
L’esperienza di Barcellona parla anche al M5S: il web non basta, la democrazia della rete ha bisogno di integrarsi con la democrazia del territorio, quella in cui la persona è innanzitutto relazione reale e vissuta con l’altro.
Ma veniamo ai grillini spezzini. Spero di avere presto l’occasione di conoscerli meglio, partecipando a qualche loro iniziativa. Sono un po’ un rebus, nel senso che sono ubiqui: stanno un po’ a sinistra e un po’ a destra (sull’immigrazione), e hanno una notevole indeterminatezza su alcune questioni cruciali. Anch’io, per esempio, sono affascinato dall’idea del reddito di cittadinanza, ma mi porrei con più rigore il tema di come finanziarlo. Sono d’accordo, nella sostanza, con quanto ha scritto Goffredo Bettini, dirigente del Pd, sul “Manifesto”: “Occorre rifuggire da un giudizio facile e comodo sul M5S, che ha colto una verità ben prima degli altri: la crisi del sistema politico e della rappresentanza, con la conseguente distanza tra le masse e il potere e la sensazione di abbandono e di solitudine dei cittadini. In questo senso Grillo ha incanalato una rabbia, tenendola sostanzialmente sul terreno democratico e non violento, che sarebbe potuta esplodere a destra con ben altre conseguenze. Ci ha dato tempo per riorganizzare il campo della sinistra. Tempo che non abbiamo saputo, finora, utilizzare in modo produttivo. Proprio per questo, è giusto affrontare una sfida in positivo con i 5stelle” (11 aprile). La sfida è sui contenuti. Ma anche sul modo di fare politica. Prima o poi la questione delle alleanze e dei compromessi si porrà anche per loro. Perché, come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, “la purezza in politica non è una qualità” (“Il Fatto Quotidiano”, 21 aprile).


Il nuovo civismo municipale. Da Spezia a Barcellona
Molti mesi fa proposi pubblicamente una lista civica, sociale e popolare, su cui convergessero anche le forze di sinistra. Non sono la “longa manus” di Guido Melley, che ha deciso autonomamente di dar vita a questo progetto. L’ho avuto come assessore, e lo stimo profondamente perché è una persona capace, per bene e libera da ogni potere. Non poteva quindi che avere il mio appoggio, come lo avrebbe avuto -lo dissi pubblicamente- un altro mio assessore, Marco Grondacci.
Mi dispiace che non si sia trovata una convergenza con la lista civica di Giulio Guerri: l’ammiraglio Dino Nascetti, di cui ho grande stima, sarebbe stato il trade union ideale. Mi fa piacere che alcune forze di sinistra abbiano aderito a questo progetto, a differenza di quanto accadde nelle regionali del 2015: l’esperienza è sempre una lezione. Mi dispiace, invece, che altre forze di sinistra abbiano deciso di correre separate: eppure nel 2015 fecero un’altra scelta, unendosi attorno a un candidato che certamente non era più “di sinistra” rispetto a Melley.
Ma verrà, credo e spero, il tempo dell’unità: di tutte le liste civiche e di tutte le forze di sinistra. Non so come e quando. So però che le tradizionali culture politiche e che gli stessi contenitori politici sono ormai improponibili: tutta la recente storia del Pd, come anche i vari tentativi di creare un’alternativa di sinistra, parlano dell’esaurimento di quel modello. Come ha scritto il filosofo Umberto Curi le liste civiche “sono il primo e più coerente tentativo di uscire dalla crisi di sistema e dal fallimento dei tentativi fatti per reagire ad essa” (“la Repubblica”, 12 aprile). La crisi di sistema è quella dei vecchi partiti. La novità è che a muoversi non sono gli apparati delusi, ma gruppi trasversali, esordienti della politica, uniti dalla voglia di partecipare alla pari e in modo trasparente alle decisioni. E’ la prima volta che accade: Spezia e le altre realtà interessate al fenomeno possono essere un laboratorio nazionale. Esperienze “spiazzanti”, da outsiders, che possono però ambire a governare.
Il pensiero va ancora una volta alla Spagna. Il 24 maggio 2015 le liste civiche nate dal basso vinsero le elezioni comunali a Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruna, Badalona… Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo Pp - Psoe, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Sono passati due anni e la scommessa municipalista, che ha ottenuto importanti risultati nelle città in cui governa, guarda già oltre il municipalismo, in una dimensione regionale, nazionale ed europea. Ada Colau ha organizzato a Barcellona, il 9-11 giugno, un incontro internazionale a cui parteciperanno centinaia di progetti municipalisti di tutto il mondo. Ecco le sue parole pubblicate su “Micromega”: “Considero che il municipalismo è essenziale per migliorare la nostra democrazia. Questo è il secolo delle donne e il secolo delle città. E il luogo migliore per vivere questo momento politico così appassionante è il municipalismo, che non è altro che l’amministrazione più vicina alla cittadinanza” (24 aprile). Riportare la politica tra le persone e rifondare la democrazia a partire dalla dimensione urbana: questa è la sfida, in Spagna, in Italia e in tutto il mondo.

Post scriptum
Su questi temi ho scritto spesso nella rubrica.
Ecco alcuni titoli:
“Una storia è finita, ora una grande lista civica”, 20 marzo 2016
“Spezia, classe dirigente cercasi”, 24 luglio 2016
“Un Sindaco civico per Spezia?”, 7 agosto 2016
“”’A nuttata della politica spezzina”, 18 e 25 settembre 2016
“Spezia futura”, 30 ottobre 2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La Spezia, veduta del Castello San Giorgio da Palazzo Biassa (2015) (foto Giorgio Pagano)


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