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Come Bartali sulla Cisa per comprare la farina

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Come Bartali sulla Cisa per comprare la farina

- Settantacinque anni fa ieri, fu reso pubblico che l’Italia aveva firmato l’armistizio. Allora tutta la situazione cambiò e cominciò il cammino verso il 25 aprile di venti mesi dopo quando lutti e distruzioni ebbero finalmente fine.
I libri e le testimonianze ci dicono che furono giorni bui e duri per tutti. Io, nato quasi due anni dopo la Liberazione, non ho vissuto quei periodi se non per quanto genitori e nonni ricordavano quando la televisione non accompagnava le nostre serate e la chiacchiera familiare era il passatempo preferito.
I bombardamenti avevano messo in ginocchio la città. Le fabbriche, più volte colpite dagli aerei alleati, avevano interrotto la produzione e aumentava il numero delle famiglie sfollate: molti preferirono trasferirsi in campagna che certo era più sicura non essendoci obiettivi militarmente importanti.
Per questo i miei, genitori e nonni, trovarono una sistemazione a Trebiano nella cui scuola elementare la mamma insegnava. Del resto, Meretta, la fabbrica in Vappa dove lavorava papà (sul suo certificato di matrimonio sta scritto “tubista”), aveva chiuso e anche l’Oto Melara aveva lasciato a casa il nonno.
Come tirassero avanti non lo so, ma certo fu davvero molto dura: soldi ce n’erano pochi, ma di roba ancora meno e poi c’era da tirar su mio fratello di pochi anni.
A novembre ’44 ne avrebbe compiuti sei, una data importante da festeggiarsi con una torta. In qualche modo racimolarono tre uova e raggranellarono un po’ di zucchero. Ma restava la grande incognita della farina: per averla bisognava andarsela a prendere oltre la Cisa, nel Parmigiano dove continuavano a coltivare il grano.
Papà decise di partire anche se gli altri dicevano che era pericoloso. Fasciò accuratamente le ruote della bici con uno spago di grosso calibro perché, se si fosse bucato il copertone, era impossibile trovarne un altro. Poi, riempite le tasche della giacchetta con castagne secche e pomini raccolti da terra, partì per la sua impresa. Giovane e non molto pesante visto il suo menù, anche la Cisa gli sembrò leggera, essendo oltretutto animato dall’idea di fare felice il suo bimbo.
Quando lo ricordava, diceva che il momento più duro era stato quando aveva costeggiato la campagna di Villafranca dove era accampata la Divisione mongola, un reparto nazi formato da ex prigionieri russi, tristemente famosi per le loro gesta.
Ma fortunatamente a papà non successe nulla e poté tornare con il prezioso sacchetto di farina.
Riporto oggi quanto ho sempre sentito in casa: non per una saga familiare, ma per ricordare come si viveva allora, in mezzo a fame e miseria.

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