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Ultimo aggiornamento: Domenica 25 Febbraio - ore 10.06

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Chi sconfisse l'Ottobre Rosso

di Giorgio Pagano

Chi sconfisse l'Ottobre Rosso

- La Rivoluzione d’Ottobre, intesa nel suo culmine insurrezionale con la “presa del Palazzo d’Inverno”, avvenne in realtà tra il 6 e il 7 novembre 1917, un secolo fa. Allora vigeva in Russia il calendario giuliano, subito abrogato dai bolscevichi: il 6 e 7 novembre equivalevano al 24 e 25 ottobre.
L’anniversario capita mentre assistiamo, in Italia, a quella che Emanuele Macaluso ha definito nei giorni scorsi sul “Corriere della sera” la “disfatta” di una sinistra “totalmente” priva di cultura politica. Una “disfatta” che ha origine innanzitutto nel modo in cui la sinistra reagì alla fine dell’Unione Sovietica, all’insegna dell’abiura e della subalternità al neoliberismo. Non fu un fenomeno solo italiano. Persone come me, che nel Partito Comunista Italiano si erano battute per la rottura del rapporto con l’URSS e per l’adesione al socialismo europeo, dovettero accorgersi che anche il socialismo europeo entrava in crisi. Perché, nel momento in cui “vinceva” sul comunismo, anch’esso abiurava. Si perse ogni ragione costitutiva sia del movimento comunista che di quello socialista: l’opposizione, certamente da aggiornare continuamente, al modello economico e sociale dominante e alle sue conseguenze sulla vita dei lavoratori e dei ceti più deboli. Tutta la sinistra, nel nome della “Terza via” propugnata dal leader laburista inglese Tony Blair, divenne neoliberista e si allontanò dai bisogni delle classi subalterne. Oggi la rinascita in tutta Europa di tendenze demagogiche e persino di pericoli fascisti e nazisti nasce anche dall’abbandono da parte di tutta la sinistra di questa sua funzione originaria di rappresentanza delle classi più deboli.
Naturalmente questo non significa che la sinistra avrebbe dovuto rimanere legata all’esperienza sovietica. Nel 1981, un decennio prima del crollo dell’Urss, il Segretario del Pci Enrico Berlinguer affermò la fine della “spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d’inizio nella Rivoluzione d’Ottobre”. Rompeva finalmente un colpevole ritardo, ma comunque lo affermò. Era chiara l’indicazione, ha scritto nei giorni scorsi Alberto Leiss sul “Manifesto”: “la necessità di una completa reinvenzione del modo di essere e di pensare della sinistra che in modi diversi aveva un punto di origine in quell’assalto al Palazzo del Potere”. Una reinvenzione che non c’è mai stata: prevalse, come detto, l’abiura.
Ma torniamo per un momento alla Rivoluzione di cui ricorre il centenario. E’ sufficiente dire che fu un “disastro”? E’ un’opinione largamente condivisa, anche a sinistra. Per me, che pure non ho mai avuto una fascinazione per l’Urss (a causa della mia età e di un giovanile spirito libertario refrattario all’onnipotenza dei Partiti), non è però convincente cavarsela mettendo solo il segno negativo. La Rivoluzione d’Ottobre non fu un “abbaglio”: ci fu un grande moto liberatorio di popolo, la rivendicazione della pace nel 1914, il rovesciamento della dittatura zarista. A cui però seguì la drammatica realtà delle purghe, dei gulag staliniani, degli assassinii di massa. Ciò perché la parola d’ordine “Tutto il potere ai Soviet” era stata subito rovesciata nell’altra: “Tutto il potere al Partito”. E le epurazioni nei Soviet non potevano che portare, inevitabilmente, alle epurazioni nel Partito.
Quindi non ce la si può cavare nemmeno mettendo il segno positivo. Cerco di comprendere la generazione precedente la mia: le prove della battaglia di Stalingrado e della resistenza a Leningrado, la bandiera rossa alfine issata sul Reichstag hitleriano, misero in ombra o cancellarono le atroci tragedie dell’esperienza sovietica. Ma quella generazione sbagliò. Perché non può esistere socialismo senza libertà.
Oggi, per capire il presente e per progettare il futuro, ci serve anche uno studio attento e critico dello straordinario, variegato e spesso contraddittorio patrimonio di idee, di esperienze e di tragedie del movimento socialista e comunista. Se non si capisce bene si agisce male. E’ interessante vedere che due riviste molto diverse tra loro, “Critica marxista” e “Micromega”, in questi giorni cerchino entrambe di rintracciare posizioni e idee di una tradizione “eretica” e “libertaria”, capace di parlarci ancora oggi, e che le individuino principalmente in Rosa Luxemburg e in Antonio Gramsci. La Luxemburg intuì per prima dove avrebbe portato, in Urss, la soppressione della Costituente e della democrazia pluralista: al dominio burocratico, alla fine del Partito e dello Stato nuovo. Dal carcere aveva ammonito Lenin: anche la libertà proletaria è sempre libertà di pensarla diversamente. Gramsci, nelle drammatiche condizioni della galera e della malattia, continuò a cercare e andò ben oltre il leninismo e l’esperienza sovietica: è impossibile comprendere i “Quaderni dal carcere” senza tenere conto della coeva involuzione dell’Urss e del movimento comunista, una eclisse di cui Gramsci si propose di indagare le ragioni storiche e le origini teoriche, e a cui pensò di ovviare elaborando un nuovo pensiero e un nuovo programma: Assemblea Costituente, economia programmatica contro economia di comando, riforma intellettuale e morale.
Nella Luxemburg e in Gramsci è decisiva la dimensione morale della politica. E l’insegnamento morale suggellò la loro vita. Rosa Luxemburg era contro l’insurrezione spartachista di Berlino del ’19, ma quando la insurrezione fallì rifiutò di fuggire, come altri capi, per condividere la sorte dei compagni lavoratori: e così venne catturata e trucidata assieme a Karl Liebknecht. Antonio Gramsci ebbe una vita non risparmiata da difficoltà materiali, da sofferenze fisiche e psichiche, dall’isolamento e dalle umiliazioni della prigione, da bisogni inappagati di affetto, e dall’incomprensione del suo partito: ma visse la vita senza passività e cedimenti, con spirito libero, con fedeltà ai valori collettivi. Anche dalla lezione morale delle loro vite proviene la loro critica all’abbandono delle premesse morali che avevano ispirato la rivolta dei soldati, degli operai e dei contadini poveri e la costituzione dei Soviet, sotto la pressione dei bisogni immediati della pace, del pane, della divisione della terra. Premesse morali costituite dall’aspirazione all’eguaglianza e alla libertà.
Ha quindi ragione Aldo Tortorella, direttore di “Critica marxista”: “Forse il movimento socialista e comunista avanzarono nelle coscienze finché sono stati anche una scuola di superiore etica pubblica e sono decaduti quando hanno cessato di esserlo. Oggi si dice che il Papa cattolico è l’unica voce di sinistra perché predica dei principi etici che dovrebbero essere elementari tra cui quello che bisogna stare dalla parte dei poveri o che le guerre sono utili solo ai mercanti di armi. A forza di dire che non basta dire queste ovvietà, la sinistra si è dimenticata il motivo per cui tanto tempo fa è venuta al mondo. Poi ha fatto tanti errori, ma il principale è stato quello di barattare l’anima con il potere, perdendo entrambi”.
Non è quindi tempo perduto interrogarsi sulle origini. Oggi se si vuole far rinascere una sinistra degna è dal rifacimento dei fondamenti che bisogna partire.

Post scriptum:
Dedico questo articolo a un amico scomparso nei giorni scorsi: Renzo Calegari, un grande talento del fumetto italiano, western ma non solo. Si impegnò nel Psiup e poi nel Pci. Lo conobbi negli anni Ottanta a Chiavari, dove visse a lungo, prima di trasferirsi a Sori. Ci rivedemmo negli ultimi anni: io mi battei, con altri amici, perché gli giungesse il meritato assegno della legge Bacchelli, lui mi sostenne con calore quando, nel 2015, fui per pochi giorni candidato da un gruppo di persone della società civile genovese a Presidente della Regione Liguria. La sua visione del fumetto era morale: un mezzo attraverso il quale impegnarsi per migliorare la vita degli uomini.

Sui temi affrontati in questo articolo si vedano:
“Ricostruire la sinistra”, Saggio introduttivo a “Non come tutti” (QUI)
“L’importanza di Gramsci nel pensiero democratico e popolare italiano” (QUI)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

San Pietroburgo, piazza Mosca, statua di Lenin (2006) (foto Giorgio Pagano)


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