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Ultimo aggiornamento: Venerdì 28 Luglio - ore 18.45

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Centrosinistra, una stagione finita

di Giorgio Pagano

Centrosinistra, una stagione finita

- QUANDO IL MUNICIPIO E’ UNA CHIESA VUOTA DI FEDELI
Pierluigi Peracchini, nuovo Sindaco del centrodestra, ha senz’altro da festeggiare per la vittoria schiacciante al ballottaggio. Ma ha ragione anche Articolo 1 - Movimento democratico e progressista a parlare di “vittoria di Pirro”: se il municipio è una chiesa vuota di fedeli, c’è poco da festeggiare. Alla Spezia ha votato il 46,5%. Peracchini è stato eletto con il 25,2% degli aventi diritto al voto: la maggioranza della minoranza ha eletto un Sindaco di minoranza. Naturalmente la vittoria resta, così come la disfatta del candidato del centrosinistra, che in questo modo esce sconfitto due volte. Ma il problema di “chi rappresenta chi” resta anch’esso, grosso come una casa. E resta una sorta di delegittimazione. Perché perfino un’assemblea di condominio deve raggiungere il numero legale (la metà più uno delle quote) per eleggere l’amministratore. La sottovalutazione dell'astensionismo, teorizzato quale normale evoluzione delle democrazie occidentali, è il sintomo di una pericolosa incoscienza democratica: non riconosce il valore della partecipazione dei cittadini alle scelte degli orientamenti e delle persone che li governeranno, e fa sì che gli astenuti siano lasciati fuori dalla cittadella democratica. Nessuno parlerà più di loro, nessuno cercherà di ascoltarli e di recuperarli.
E’ bene sottolineare che non si tratta di fenomeni fisiologici o legati alla stagionalità dell’evento: quando la diserzione dalle urne (ormai acclarato che si tratta, in gran parte, di una precisa scelta politica) raggiunge questi livelli è l’intero sistema a entrare in difficoltà e va a repentaglio non tanto l’illusoria stabilità dei governi, locali o nazionali, ma la tenuta dell’intero impianto democratico.
Ma cosa c’è all’origine dell’astensionismo? Naturalmente tanti fattori. Ma in Italia e a Spezia, scrive lo studioso Franco Astengo, pesa sicuramente il fatto che “appare priva di rappresentanza una vasta area politica, quella che si era riconosciuta ed era appartenuta (secondo il concetto del voto di appartenenza prevalente su quello di opinione o su quello di scambio) alla sinistra storica di derivazione comunista e socialista”. E’ così. La spaccatura profonda a sinistra è innanzitutto quella tra chi è dentro la logica autoreferenziale della politica così come oggi è praticata, e chi in essa non si riconosce ed è fuori. Ed è una spaccatura che contribuisce in modo decisivo ad allargare una spaccatura ancora più profonda: quella tra chi vota e chi non vota più. Tomaso Montanari, nella relazione all’assemblea dell’”Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” tenutasi a Roma al teatro Brancaccio il 18 giugno, ha dato un giudizio sull’esperienza storica del centrosinistra: un processo ventennale in cui il centrosinistra ha governato più del centrodestra, che ha fatto dell’Italia il Paese europeo in cui la diseguaglianza è maggiormente cresciuta. Che è esattamente il processo per cui la sinistra si è ridotta al nulla, e metà del Paese, quella sommersa, non vota più. E’ la storia degli ultimi vent’anni -di cui Matteo Renzi è solo il fuoco di artificio finale- che ha portato alla dissoluzione progressiva di ogni fede nell’animo del popolo della sinistra e all’astensione: perché non c’è risentimento più profondo di quello che nasce dal sentirsi traditi dalla propria parte, da chi credevi che ti rappresentasse.

LE ILLUSIONI SONO FINITE
Nel risultato spezzino del 25 giugno c’è anche questa disillusione: la metà della città, la più povera, esclusa, sommersa si è allontanata dal voto. Un carissimo amico che la pensa come me su molte cose, e che alla fine, a fatica, ha votato al ballottaggio per il candidato del centrosinistra Manfredini, mi ha detto, quando ha saputo che avrei votato scheda bianca, che “il voto non deve essere mai astioso”. Io gli ho risposto che se con l’aggettivo “astioso” (o “rancoroso”) ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d’accordo con lui. Non faccio parte del ceto politico da oltre dieci anni e me ne sono tirato fuori proprio perché era già così: figuriamoci, quindi. Ma se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per aver visto il centrosinistra smontare pezzo dopo pezzo lo Stato progettato dalla Costituzione, sono d’accordo con chi è arrabbiato. E’ un’indignazione che condivido con milioni di persone: è la molla fondamentale per ridiscutere da capo a fondo una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi. Bisogna invertire la rotta, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi sta sotto, di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito.
Ma nel risultato spezzino c’è anche un’altra disillusione: quella verso il centrosinistra che ha governato la città negli ultimi anni. Altrimenti non si spiegherebbe un dato così catastrofico: da 60 a 40 per il centrosinistra (al primo turno) al contrario (sia pure al ballottaggio) nel giro di pochi anni. Il voto esprime anche una critica all’allontanamento delle oligarchie del Pd locale dal proprio elettorato. Oligarchie avvinghiate a un’idea della politica come puro esercizio del potere, senza più partecipazione e senza più progettualità. Ricordo che tanti anni fa il mitico Luigi Longo, capo dell’insurrezione partigiana al nord, segretario del Pci dopo Palmiro Togliatti e prima di Enrico Berlinguer, incontrò alle Frattocchie (la scuola di partito) i giovani della Federazione giovanile e fece loro questa domanda, rimasta famosa: “Compagni, vi piace Orietta Berti?”. La platea “rivoluzionaria” ammutolì di colpo. “Perché, sapete, a me piace”. E Longo cominciò a cantare: “Finché la barca va, lasciala andare…”. Era una lezione politica: “Se sai tutto di Ho Chi Minh e niente di cosa frulla nella testa del vicino di pianerottolo, che rivoluzione vuoi fare?”. Io, giovane dirigente, studiavo molto, ma passavo anche gran parte della giornata insieme agli operai: quella fu la mia scuola più importante. I dirigenti di oggi non sanno nulla di Ho Chi Minh e hanno smesso di studiare, ma anche di stare in mezzo alla gente, di prendere l’autobus, di andare davanti alle scuole e alle fabbriche. Ecco, gli spezzini hanno espresso il loro rifiuto per questo “sistema”: una classe dirigente apparsa come sfibrata, povera idealmente, asserragliata nella Fortezza Bastiani, incapace di disegnare, fuori dall’autocelebrazione provinciale o dal vittimismo recriminatorio, il futuro della città, litigiosa al suo interno e non priva di una certa arroganza. Una classe dirigente che non sa più chi è, non sa più che dire e non sa più cosa fare. Una classe dirigente senza memoria, che ha irriso chi l’ha preceduta: mi riferisco soprattutto a coloro che ricostruirono negli anni Settanta le Giunte di sinistra, dopo oltre un decennio di opposizione, rispetto ai quali tutti noi “siamo nani che camminano sulle spalle dei giganti”. Gli spezzini hanno condannato tutto questo astenendosi o scegliendo il centrodestra, considerato l’unica alternativa credibile per cambiare.
La stagione del centrosinistra è dunque definitivamente morta, a Roma come a Spezia. Le illusioni sono finite. Lo dice uno che pure si è a lungo illuso. A livello nazionale sostenni nel 2013 l’alleanza Bersani-Vendola, che finì, grazie all’appiattimento sul Governo Monti, con una drammatica sconfitta. A livello locale, appena avvicinatomi a Sel, fui decisivo, nel 2012, nella scelta, assai contrastata, dell’alleanza con il Pd: un grave errore, visti gli esiti. Fino al ballottaggio ho sperato che Manfredini facesse “un’inversione di rotta” nel nome dell’”arte di saper tramontare” (si veda, in questa rubrica, “Ricominciare, dopo la catastrofe”, 18 giugno 2017): ma la “Giunta civica” è diventata una “Giunta a maggioranza civica”, con deleghe farlocche ai 5 assessori annunciati. Tutte le altre deleghe, quelle chiave, sarebbero spettate ai 4 assessori di partito, ovviamente non annunciati.

NON BISOGNA CAMBIARE LE DECISIONI DEL PARTITO, BISOGNA CAMBIARE IL POPOLO
Spiegare le sconfitte politiche come effetto di congiure e complotti è sempre segno di grave debolezza. Un modo per rifiutare la realtà quando questa è spiacevole. In tutti questi anni Renzi e i suoi seguaci spezzini si sono specializzati in questa tecnica: se una realtà non piace, meglio rimuoverla. E attribuire ogni colpa alle congiure degli avversari interni o degli alleati venuti meno. Sono gli altri a sabotare, in discussione non ci si mette mai. Se c’è qualche ammenda, è ovviamente di comunicazione: il popolo non ha capito. Come disse Bertolt Brecht nel 1953: “Il Comitato Centrale ha deciso, il popolo non è d’accordo. Il Comitato Centrale ha deciso di nominare un nuovo popolo”. Così si fece dopo le elezioni regionali liguri del 2015, dopo la sconfitta delle comunali del 2016 a Roma e a Torino, dopo la disfatta del referendum costituzionale del 2016 e così si fa oggi dopo la catastrofe delle comunali del 2017. La capacità di auto-ingannarsi di Renzi and company è straordinaria. Non hanno più senso della realtà. Un comportamento non certo da leader politici, ma da uomini e donne animati solamente da un disegno di potere in stile “House of cards”. Insieme al centrosinistra, anche le carriere di questi uomini e donne, Renzi in primis, sono giunte ormai al termine.

AUGURI A PERACCHINI. E ALLA SINISTRA CHE DEVE RINASCERE.
Nell’interesse della città auguro a Peracchini di far bene. Lo conosco bene: collaborò con me al secondo Piano strategico della città, e in ultimo nel Comitato per il No al referendum costituzionale. Non so come farà, con certi suoi compagni di viaggio, a restare coerente con i valori del suo passato. Ma ha l’autonomia del Sindaco eletto dai cittadini: se vorrà, potrà farlo. Il centrodestra, molto pragmaticamente, ha raggiunto l’unità: ma le sue anime sono molte, e non facilmente conciliabili. Si pensi all’atteggiamento verso l’Europa, che poi è alla base di tutto. Peracchini, dunque, dovrà scegliere. Spero che scelga sempre l’interesse generale della città, che coincide con quello, in primo luogo, dei suoi cittadini più deboli.
E la sinistra? Non va solo “ricostruita”, come pensavo qualche anno fa. Deve proprio “rinascere”. Non si tratta di aggregare un ceto politico, ma un popolo smarrito e stanco, che in gran parte non vota più. Una maggioranza sociale “invisibile” perché frammentata, ma che esiste. A cui bisogna dare innanzitutto un sogno, delle passioni. Attorno a un grande soggetto, civico prima ancora che di sinistra, che abbia al centro l’eguaglianza. Il programma, in fondo, è già scritto: è la Costituzione. E a livello locale serve una rivoluzione culturale e morale che affronti il tema della crisi della democrazia rappresentativa con modelli nuovi di partecipazione e di costruzione di un’idea condivisa di futuro della città. Bisogna creare, a Roma come a Spezia, qualcosa di nuovo e di grande. Lo dico con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria “la più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi né, tantomeno, da risentimenti personali, come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”.

Post scriptum
Dedico questo articolo alla memoria di Stefano Rodotà. E’ stato un grande studioso e politico che mi ha insegnato -sono parole sue- “l’irriducibilità del mondo al mercato”. Per me era il “Presidente morale della Repubblica”. L’indifferenza con cui il Pd accolse la proposta di eleggerlo, nel 2013, al Quirinale spiega bene perché ho appena scritto che questo partito “non sa più chi è, non sa più che dire e non sa più cosa fare”.


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Firenze, Palazzo Strozzi, mostra “Libero” di Ai Weiwei, “Reframe” (Nuova cornice) (2016) (foto Giorgio Pagano)


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