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Bruno Rolla, partigiano in Spagna, in Etiopia e in Italia

di Giorgio Pagano

Bruno Rolla, partigiano in Spagna, in Etiopia e in Italia

- Domenico Bruno Rolla, nato nel 1908 a Baccano di Arcola, una delle figure più nobili del Novecento spezzino, è il protagonista del bel libro di Giorgio Neri “Domenico Bruno Rolla. Partigiano in tre Nazioni”: una biografia più approfondita e documentata delle precedenti, grazie al prezioso lavoro di archivio dell’autore.
Bruno, giovane operaio di una famiglia di mezzadri di fede socialista, a 21 anni, imperante il fascismo, entrò nel Partito Comunista clandestino. Lui e il compaesano Ugo Muccini divennero i responsabili della Federazione Giovanile del partito. I loro nomi convenzionali erano rispettivamente “Cantù” e “Omero”. Nel novembre 1935 furono segnalati dalla milizia fascista alla Questura della Spezia, e fuggirono per puro caso alla cattura. Guadarono il fiume Magra e si rifugiarono a Sarzana, Ugo nella casa di Dario Montarese, Bruno presso Guglielmo Vesco. Fu un altro militante comunista sarzanese, Anelito Barontini, a organizzare il difficile espatrio dei due ricercati. Rolla e Muccini furono nascosti tra le merci di un furgone e trasportati fino alla stazione ferroviaria di Aulla. Saliti su un treno, trovarono Barontini con i biglietti. Iniziò così il lungo viaggio nella clandestinità fino a Fiume, città allora italiana. Dopo il fallimento del passaggio della frontiera a causa di una bufera di neve, i due riuscirono finalmente a raggiungere la Jugoslavia con una barca, aiutati dal finanziere arcolano Eugenio Vignale, guardia di confine a Fiume. Nel febbraio 1936 Rolla e Muccini giunsero a Parigi, al centro estero del Partito comunista.
Originariamente destinati all’Unione Sovietica per seguire un corso di studio, i due partirono invece, insieme ad altri volontari, verso la Spagna, a difendere la Repubblica democratica dall’attacco del fascismo internazionale. Era il 3 settembre 1936. 3.800 furono i volontari italiani, 36 gli spezzini, 9 gli arcolani, tra i quali, oltre a “Cantù” e “Omero”, anche Eugenio Vignale. Rolla e Muccini parteciparono alla fondazione della “Centuria Gastone Sozzi”, inquadrata prima nella “Colonna Libertad”, organizzata dal Partito socialista unificato catalano, poi, dall’ottobre 1936, nel “Battaglione Garibaldi”, al comando del repubblicano Randolfo Pacciardi e dei commissari politici Antonio Roasio, comunista, e Arnaldo Azzi, socialista. Rolla e Muccini combatterono eroicamente per molti mesi. “Omero” fu ferito gravemente nella battaglia a difesa di Madrid, il 22 novembre 1936. Dopo la convalescenza ritornò a combattere l’ultima battaglia, sul fiume Ebro nell’estate del 1938. Muccini cadde il 13 settembre 1936. “Cantù” fu al fianco di Muccini a Madrid e sull’Ebro, fu ferito, poi, dopo la sconfitta, internato nei campi di Saint Cyprien e Gurs fino al marzo 1939.
Mentre i volontari internazionali venivano ritirati dalla Spagna, il Partito comunista ideò la “Speciale Spedizione Etiope”, a fianco degli etiopi che resistevano all’invasione coloniale del Governo italiano. Sotto la guida di Giuseppe Di Vittorio e di Giuseppe Berti, i protagonisti furono quattro uomini: Ilio Barontini “Paul”, Bruno Rolla “Petrus” (dal marzo 1939), Anton Ukmar “Johannes” e il francese Robert Mounier “Andreas”. Appoggiarono e supportarono la Resistenza etiope, preparando piccole bande militari autosufficienti, in sostituzione dei grossi gruppi, troppo vulnerabili. Il libro di Neri documenta le straordinarie avventure africane del gruppo. I tre italiani furono soprannominati “Gli Apostoli”.
Al rientro dall’Africa, nel marzo 1940, Rolla fu internato nel campo francese di Vernet d’Ariege, poi detenuto a Roma, a Regina Coeli, nel settembre 1943. Con uno stratagemma, ai primi del ’44, riuscì a evadere e a raggiungere Avezzano in Abruzzo, dove partecipò alla Resistenza come commissario politico, con il nome di “Carlo”. Nel dopoguerra la Direzione nazionale del Pci lo chiamò a incarichi di alta responsabilità nelle Federazioni provinciali della Spezia, di Palermo, di Catania, di Campobasso e di Roma. Morì a Roma nel 1954, a soli 46 anni.
La bellissima storia raccontata da Neri suggerisce molteplici riflessioni. Innanzitutto quella sul contributo straordinario degli arcolani all’antifascismo, nella clandestinità, nella guerra di Spagna e poi nella Resistenza. Rolla e Muccini ne furono protagonisti. Ma tanti altri furono gli arcolani combattenti per la libertà. Altri 7 in Spagna: oltre a Vignale, Onorato Biso, Sirio Biso, Aldo Fiamberti, Adelmo Godani, Renzo Balilla Picedi, Tenero Rasi. Nella Resistenza gli arcolani furono attivi fin da subito nella banda “Betti”, autrice dell’assalto al treno a Valmozzola, e negli altri gruppi in Lunigiana. Furono i primi nuclei di quella che sarà poi la Brigata “Muccini”. Il pensiero va poi ai martiri di Ressora, al sacrificio del nobile Giuseppe Picedi Benettini, a Elvira e Dora Fidolfi, protagoniste dello sciopero del ’44. Tutto un popolo: operai, contadini, donne, un nobile. Anche un carabiniere: Benedetto Bonanno, che combatté e morì nella Divisione “Lunense”.
La riflessione va fatta, più specificatamente, anche sul contributo peculiare dei comunisti arcolani: coesi, organizzati, politicizzati, un po’ come i sarzanesi, a cui furono molto legati, a differenza dei santostefanesi, più “anarchici” e intrisi di ribellismo. E’ la tesi dello storico Giulivo Ricci. E’ una tesi che emerge anche dal libro di Neri che pure è convinto, come me, del contributo eccezionale dei santostefanesi nella Resistenza. Il rapporto stretto con i sarzanesi passa soprattutto attraverso Anelito Barontini, figura chiave del libro: salva Rolla e Muccini e li fa arrivare in Francia; impegna Rolla nel Pci del dopoguerra; lo commemora ai funerali.
Ma quello che più colpisce nel libro sono le qualità umane e politiche di Domenico Bruno Rolla, combattente in tre Nazioni. Un uomo che almeno in parte salvò l’onore dell’Italia in Spagna, dove fummo al fianco di Francisco Franco e di Hitler, e in Etiopia, dove costruimmo un impero razzista e sterminatore. E che ridiede l’onore pieno all’Italia contribuendo, da partigiano, alla riconquista della democrazia dopo una dittatura ventennale. Soprattutto va evidenziato che Rolla “Petrus” fu tra i pochi italiani a sostenere la guerriglia antitaliana e antifascista in Etiopia. Una vicenda esemplare, che dovrebbe essere più conosciuta. Insieme a un’altra: in Spagna, con i repubblicani, ci furono anche dei volontari abissini.
Il libro è prezioso, infine, perché, attraverso i documenti del Ministero dell’Interno e di Questure varie, dimostra che Rolla, fino alla morte, fu sempre controllato, pedinato, vigilato, spiato. Lui, uno dei costruttori della nostra democrazia! Una vicenda molto amara, che è il frutto emblematico della divisione delle forze antifasciste nell’epoca della “Guerra fredda”.
Il pensiero va a cosa furono gli anni dopo la Liberazione. Nel 1946-1947 convissero e si intersecarono, secondo lo storico Santo Peli, “illusione/delusione” del sentire partigiano e una “perdurante richiesta di protagonismo e di intensa partecipazione”. La progressiva marginalizzazione dei CLN, il ritorno di Prefetti e Questori di carriera, il fallimento dell’epurazione, l’amnistia e il modo in cui fu applicata, il consumarsi dell’esperienza politica del Partito d’azione, la percezione che il “vento del nord” era meno impetuoso di quanto si pensasse: tutto ciò fu alla radice di momenti di grande amarezza e di risentimento morale e politico, spesso intrecciati a disperati e velleitari sogni di “ritorno in montagna”. Nel giro di un paio d’anni le assoluzioni sempre più numerose dei fascisti, la stagione dei processi ai partigiani e l’anticomunismo dilagante resero sempre più impraticabile quell’unità tra diversi che, sia pure con fatica, aveva caratterizzato i rapporti tra i partiti antifascisti durante la Resistenza. Una delle due facce degli anni postbellici fu dunque quella della smobilitazione non solo di tanti partigiani in armi, ma anche di tanta parte della “società partigiana”. Questo ritiro fu pressoché generalizzato per le donne, proprio mentre l’onda lunga resistenziale portava a esse il suffragio.
L’altra faccia fu quella dell’ampiezza e della passionalità della partecipazione alla vita collettiva, della rinascita della politica vissuta in prima persona, che coinvolse per la prima volta milioni di persone. Si pensi, per esempio, che a fine ’45 gli iscritti al Pci ammontavano a 1.700.000. Le due facce sono forse solo apparentemente contraddittorie. Come spiega Peli, “la delusione non comporta di necessità un silente rientro nei confini di una dimensione individuale e privata, e può invece convivere, o addirittura incrementare, una scelta di partecipazione alla vita politica e sindacale strenuamente combattiva, a partire dalla considerazione che ‘moltissimo resta ancora da fare’, e che le conquiste realizzate sono percepite come precarie”. La “guerra di classe” in parte continuò nelle lotte sociali, le lotte operaie da noi e le lotte dei contadini per la terra al Sud, a cui Rolla dedicò la parte finale della sua vita. Nulla a che fare, però, con confusi progetti rivoluzionari: Pci, Psi e sindacato unitario volevano collaborare alla ricostruzione economica e alla fondazione dell’Italia repubblicana, creando una democrazia di massa, che il Pci chiamava “progressiva”. C’erano, tra i lavoratori, spinte anche diverse, ma esse furono “disciplinate”. Comunque si voglia giudicare questa scelta, voluta essenzialmente da Togliatti, non c’è dubbio che il forte impegno politico delle classi subalterne non venne mai meno: esse “entrarono nello Stato”, e la società italiana entrò conseguentemente nel novero delle democrazie moderne.
Un esempio emblematico è rappresentato da come Anelito Barontini “disciplinò” la massa operaia dolorante e rabbiosa in piazza Verdi dopo l’attentato a Togliatti. Altro che la tesi dei comunisti “assassini programmatici”!
Peccato che Rolla se ne sia andato troppo presto. Anche perché non vide i cambiamenti frutto anche della sua lotta. Fece in tempo a vedere la sconfitta della Dc nel ’53 (la vicenda della “legge truffa”). Nel ’55, a Spezia, le manifestazioni del decennale della Liberazione furono indette, per la prima volta dal 1947, da un Comitato Unitario. I tempi erano maturi per una svolta. Il 22 aprile 1955 Giovanni Gronchi, Presidente della Camera, democristiano, celebrò solennemente l’anniversario della Liberazione, riproponendo in modo molto netto l’attualità dei valori della Resistenza. Fu molto applaudito anche a sinistra. Pochi giorni dopo Gronchi fu eletto Presidente della Repubblica, anche con i voti delle sinistre. La sua presidenza contribuì a mutare il clima del Paese, fin dal discorso di insediamento, incentrato sulla necessità di attuare la Costituzione.
Oggi siamo molto più smarriti. Non ci sono più i partiti “veri”. E la distanza tra governanti e governati non è mai stata così forte. Ma come in tutti i momenti di smarrimento, non si può che ripartire da lì dove tutto è rinato: dai valori dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione.

Post scriptum
Sulle vicende di questo articolo si veda, in questa rubrica, ”La Brigata dei sarzanesi”, 19 e 26 aprile 2015.
Su www.associazioneculturalemediterraneo.com si vedano:
“A ottant’anni dalla guerra di Spagna: il ruolo di Spezia”, 16 luglio 2016
“Ricordo di Anelito Barontini”, 7 dicembre 2016

lucidellacitta2011@gmail.com

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