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Ultimo aggiornamento: Venerdì 18 Agosto - ore 22.15

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Brexit, solo l'utopia e la poesia ci salveranno

di Giorgio Pagano

Brexit, solo l´utopia e la poesia ci salveranno

- “Gli inglesi hanno un complesso di superiorità verso gli altri?”. A questa domanda formulatagli, dopo Brexit, da un giornalista di “Repubblica”, lo storico inglese Donald Sassoon ha così risposto: “Un po’ sì, ma il referendum lo ha distrutto, dimostrando quanto possiamo essere stupidi. Ho mandato a un amico, storico americano, la copertina del “New Yorker” che ritrae il tipico inglese in bombetta che marcia verso un precipizio dicendogli: vedi, adesso siamo diventati più stupidi di voi. Mi ha risposto che è meglio aspettare novembre, dopo le elezioni presidenziali americane, per decidere chi è più stupido”.
Forse, però, il ragionamento è più complesso. Il risultato del referendum è certamente anche il frutto dell’ostilità ideologica verso l’Unione europea da sempre presente in Gran Bretagna, segno di stupidità, ovvero di ignoranza. Ma è anche la conseguenza di molti anni di cattive politiche europee: l’austerity neoliberista, che ha prodotto gravissime diseguaglianze sociali; l’incapacità di governare il fenomeno migratorio; il deficit di democrazia che delegittima le istituzioni europee (il Parlamento non ha ruolo e potere e quindi la sovranità del popolo europeo non è riconosciuta).
Esaminiamo il primo punto: gli effetti dell’austerity sono diventati disastrosi per le condizioni di vita di amplissime aree delle popolazioni europee. Ed è evidente che il cittadino comune non lo si può opprimere e spremere più di tanto. Perché alla fine si ribella e lo fa come può, anche in maniera scomposta.
Circa l’immigrazione, l’establishment europeo è riuscito a presentare come un problema insostenibile l’arrivo di un numero di profughi inferiore a quello dei migranti a cui fino a qualche anno prima aveva saputo, e avuto interesse, a trovare un posto e un lavoro sul suo territorio. Dopo essersi impegnato a togliere ai propri concittadini tutto quello che era possibile sottrarre loro (reddito, servizi sociali, lavoro) era nella logica delle cose indirizzare verso un capro espiatorio il malcontento e la rabbia delle vittime dell’austerity. Ma queste persone, alla fine, se la sono presa non solo con i migranti ma anche con l’establishment.
Infine la questione della democrazia. La crisi dell’Europa riflette nello stesso tempo una crisi della globalizzazione, le cui grandi promesse si sono rivelate illusorie, e hanno diffuso una sensazione di perdita di controllo e di emarginazione. Chi prende, e dove, le grandi decisioni che determinano la nostra vita? Nessuna risposta credibile in termini di partecipazione è stata data a questa domanda da parte delle istituzioni e dei partiti tradizionali.
Brexit è stata dunque una tappa decisiva verso la dissoluzione dell’Unione europea. Servirebbe un cambiamento radicale di linea, che non può però essere realizzato da chi è responsabile del disastro. Siamo ostaggi di classi dirigenti cieche. Di apprendisti stregoni ben più pericolosi di chi -per disperazione o per ignoranza- si affida a gente come Farage, Le Pen o Trump.
Ma quale cambiamento? Nel segno della giustizia sociale e ambientale, del reciproco arricchimento tra culture, della democrazia. Dentro un orizzonte che deve restare quello europeo. Ha ragione il sociologo ed economista Guido Viale: “In un mondo globalizzato non c’è alcuno spazio per l’autonomia politica delle piccole nazioni. La politica, che è lotta e conflitto sociale, o si sviluppa in un orizzonte per lo meno europeo, o è condannata comunque alla sconfitta. Chi, nel nostro come negli altri Paesi europei, sostiene che l’uscita dall’Unione o la dissoluzione dell’euro comporterebbero un guadagno per le classi lavoratrici tradisce in realtà una completa sudditanza al liberismo”.
Non c’è da essere ottimisti. Leggiamo quanto scrive il filosofo Etienne Balibar: “Siamo impotenti? Questo è il punto centrale. Nel breve termine sono molto pessimista, perché i discorsi di ‘rifondazione’ dell’Europa sono nelle mani di una classe politica e tecnocratica la quale non prevede alcuna trasformazione degli orientamenti che le assicurano la benevolenza dei poteri occulti (quelli dei mercati finanziari), e non vuole riformare in profondità il sistema di potere da cui trae il monopolio della rappresentanza. E di conseguenza, la funzione di contestazione è assunta da partiti e ideologi che tendono a distruggere i legami tra i popoli (o più genericamente tra i residenti) europei”. La marcia è molto lunga, dunque. Qual è il soggetto politico capace di un governo politico, che risolva il problema dei migranti e il problema dell’erosione del benessere dei cittadini europei, così legati tra loro? Sergio Cofferati, europarlamentare transitato dal Pd alla sinistra radicale, dice: “La sinistra europea su alcuni punti cardine dovrebbe trovare un’alleanza tra le forze riformiste e quelle radicali. Servono convergenze che oggi non ci sono, dunque servirebbe innanzitutto una discussione. Ma per come siamo messi non so nemmeno chi possa proporla”. Analisi sconsolata, che proviene da un dirigente di primo piano prima della sinistra riformista e oggi di quella radicale. Forse l’ultimo, fatale, errore della sinistra fu commesso un anno fa, quando non solo le socialdemocrazie ma anche le frange più radicali lasciarono solo Alexis Tsipras nella sua battaglia contro la Troika.
Il progetto della nuova Europa può forse incentrarsi oggi nelle autonomie locali e nelle associazioni di base impegnate nella conversione ecologica dell’economia e nell’accoglienza ai migranti, e nei migranti stessi. Nella costruzione di una coscienza civica europea. Nella storia e nella cultura. Se si riparte da qui può rinascere la sinistra, o i Cinquestelle possono diventare una forza capace di quel governo politico di cui parlavo, chissà… Utopia? Poesia? Certo. Ma proprio Brexit ci mostra che il mondo di domani non sarà più come quello che abbiamo conosciuto. Qualche sera fa ho assistito a un bellissimo, straordinario concerto di David Gilmour dei Pink Floyd. Gilmour è inglese, ma oggi si sente, ha detto, antirazzista ed europeo. La musica sembrava un magnete. Pezzi di storia, di cuore, canzoni che raccontano la grande utopia e poesia coltivata dal rock: empatia tra esseri umani e accettazione delle diversità, esattamente all’opposto di come va il mondo oggi. Quella sera ho pensato che la speranza del futuro molti di noi se la portano ancora dentro, in attesa di darle voce: un futuro interiore. Nei momenti di crisi sono sempre l’utopia e la poesia che ci salvano.

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Principe, Santo Antonio, il mercato del pesce (2015) Giorgio Pagano


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