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Ultimo aggiornamento: Giovedì 09 Luglio - ore 16.54

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Boom Bags. Le creazioni in pelle di Alessandra Botto

di Francesca Cattoi

Le migliori intenzioni
Boom Bags. Le creazioni in pelle di Alessandra Botto

- Ci sono idee che all’improvviso si trasformano in progetti realizzati e in impegno costante. La fortuna che ne deriva è difficilmente quantificabile e, nonostante ci siano battute d’arresto, è bello poter riprendere da dove si era lasciato. Quindi eccoci di nuovo qui con un altra intervista della rubrica “Le migliori intenzioni”. Alessandra Botto (Viareggio, 1981) mi è stata indicata da un’amica milanese, Camilla Finzi, fan delle sue borse in pelle. Camilla mi racconta che Alessandra è spezzina e che ha lasciato Milano, dove viveva e lavorare, per tornar alla Spezia, a Romito, per la precisione e continuare lì la sua attività di laboratorio creativo. Ho incontrato Alessandra quest’estate a De Terminal, un martedì pomeriggio in cui avevo in mente faccende gravi e irrisolte. La nostra conversazione si è concentrata principalmente sulla nostra visione, talvolta opposta, del vivere a Milano o alla Spezia, i pro e contro di entrambe le scelte, ma in realtà scoprendoci più propense a non voler scegliere in maniera definitiva e preferire lo spostarsi tra le due e tra i tanti luoghi che attraggono la nostra attenzione. Qui Alessandra ci racconta di sé e delle sue borse e di altro ancora. Quindi iniziamo, come al solito.

Ciao Alessandra, come per tutti, la prima domanda di rito: che studi hai fatto e dove?
“Dopo aver frequentato le scuole dell’obbligo a Sarzana, nel 2000 mi sono trasferita a Milano. Mi avevano preso al test di ingresso alla Facoltà di Design del Politecnico. Mannaggia! E io che speravo di non superarlo, così da poter ripiegare su biologia marina a Genova. Si, sono sempre stata attratta da cose molto diverse tra loro, quindi ho deciso che la strategia migliore per non farsi divorare dall’indecisione era lasciarmi avvolgere dalle pieghe del destino”.

Come sei arrivata alle borse? A lavorare con la pelle? A disegnare oggetti?
“Fin da piccola mi piaceva emulare i grandi fingendo di essere una pittrice (come la mamma), o una sarta (come la nonna), o un inventore (come il nonno).
Quando mia mamma mi lasciava dai nonni, mi ricordo che oltre a punzecchiarmi le mani con gli aghi, provavo a cucire delle piccole cose con grande slancio. Parliamo di quando non avevo ancora sei anni! Ricordo con affetto quei piccolissimi jeans che avevo cucito per il nonno, non si potevano indossare, soprattutto perché erano bidimensionali! Li avevo ritagliati da un pezzo di denim non più grande di un A3 e poi li avevo cuciti tutti intorno. La fantasia non mi è mai mancata. Ma facendo un grande salto in avanti e passando attraverso tutta l’esperienza maturata durante il percorso universitario al Politecnico, diciamo che la tendenza a creare e soprattutto cucire, l’ho sempre alimentata. Complice il gusto di trasformare gli oggetti, ho sempre prediletto materiali di recupero. Così, le prime borse sono nate grazie alla cessione da parte di Divani&Divani dei campionari in pelle Natuzzi e alle cinture di sicurezza che andavo a recuperare dallo sfascia carrozze. Ne ho prodotte a centinaia nel mio primo laboratorio interrato sul Naviglio Pavese, dove nel tempo libero, mi ritrovavo con amici, per di più designer, amici che oggi hanno studi o marchi affermati come le ragazze Sartoria Vico, Pijama e Studio Atto.
Il primo vero prototipo di zaino come si trova in produzione ancora oggi (modello Big), è arrivato subito dopo la laurea. Vivevo ancora a Milano, lavoravo in un piccolo studio di comunicazione e stavo iniziando, senza troppa importanza, a fare le cose seriamente.
Le prime grosse pelli le ho acquistate al mercatino delle pulci di Buccinasco, rotoli puzzolenti di una vecchia conceria che aveva fallito anni prima, le trovai per caso, tanti metri quadrati e ad un prezzo bassissimo, quasi regalati. Una volta esaurite le scorte però, dovetti iniziare a cercare presso vere pelletterie per trovare pelli più particolari o colori adatti alle richieste che iniziavano ad arrivare dagli amici. Nel 2015 prendo la decisione di sviluppare una linea appoggiandomi a un laboratorio di pelletteria presente a Milano. Questo perché io non avevo, e non ho, i macchinari adatti per cucire la pelle, e in media per fare uno zaino rompevo sette aghi della Bernina, una vecchia macchina da cucire comprata al mercatino delle pulci di piazzale Cuoco. In questi ultimi quattro anni la collaborazione con un laboratorio si è consolidata, la differenza è che non sono più a Milano. Sono rientrata alla base, in provincia della Spezia, e il laboratorio, con cui collaboro, è in toscana a Sesto Fiorentino. Posso affermare che il progetto sta crescendo, così come le mie incursioni nelle pelletterie, che ora avvengono a cadenza quasi regolare. Amo perdermi tra gli scaffali infiniti, alti quasi come palazzi di tre piani; bottata, liscia, al cromo, naturale, vacchetta, bufalo, chicco di riso, saffiano, per non parlare dei colori. Tutte pelli che i grandi marchi dismettono e i grossisti rivendono e io ci sguazzo, felice anche di fare la differenza, non dovendo far produrre niente di nuovo in conceria”.

Quali sono, se ci sono, i momenti formativi più significativi del tuo percorso?
“Credo che il concetto di formazione, inteso più come crescita e maturazione, avvenga ogni volta che usciamo dalla nostra zona di comfort per confrontarci con qualcosa di nuovo. Certo studiare e ripercorrere le orme dei grandi maestri è importantissimo. Per questo il periodo universitario è stato uno dei più formativi. Senza generalizzare troppo però, nello specifico credo che i momenti siano stati due e abbastanza lunghi:
- gli otto anni trascorsi a Trivioquadrivio fino al 2014 a fianco di Stefano Cardini e tutto il team. Sono sicuramente gli anni in cui ho fatto le esperienze che a livello professionale mi hanno strutturato di più, dai viaggi di lavoro in Cina per seguire progetti di consulenza e comunicazione molto complessi, agli eventi milanesi come “Jewish and the City” o “Bookcity Milano”.
- i tre mesi a Cape Town, subito dopo il licenziamento, quando, nel 2014, la città diventa World Design Capital. Mi sono trasferita con la volontà di separarmi da Milano e rigenerarmi. Corsi di disegno, workshop al Cape Peninsula University of Technology, collaborazione con Slow Design. E’ qui che è nato il marchio Boom Bag così com’è tutt’oggi. Il nome esisteva già ma non il logo. “Boom Bag Slimpack Your Bags” è nato ufficialmente nel 2015 con la prima edizione di zaini borsa con pelli di recupero di Zagliani, che aveva il laboratorio in via Meda a Milano. Si fa sul serio con etichette, sacchetti in stoffa serigrafati, certificato di nascita per i pezzi unici, packaging per le spedizioni, sito web (http://www.alessandrabotto.com)”.

Il sito di Boom Bag, anche se tu hai storto il naso quando te l’ho detto, è molto ben fatto. Come hai lavorato? Con chi collabori per queste cose? Cosa vorresti di più?
“Sono un’autodidatta così anche il mio primo e-commerce nasce da un plug-in di Wordpress. Boom Bag è nato con la vendita online Etsy, le campagne social su Instagram o Facebook o con i design market: Sansalvario Emporio a Torino, East Market a Milano per nominarne alcuni. Poi nel 2016 è arrivato il premio Source – Self Made Design (https://www.sourcefirenze.it/designer/alessandra-botto-e-davide-filippi) e ho avuto l’onore di esporre una limited edition in sughero durante quest’importante evento dedicato al design nella meravigliosa cornice toscana di Firenze. Ho creato anche degli eventi “esplosivi” ad hoc, per esempio quando ho rischiato la galera girando con una”boom mobile” per le strade di Milano durante il Fuorisalone del 2017. La mia strategia di marketing era distribuire micce esplosive. Chi raccoglieva l’invito a far esplodere un petardo, doveva riprendere l’esplosione e condividere il video sui social. Colui il quale avrebbe totalizzato più like durante la design week avrebbe vinto una Boom Bag (video https://www.facebook.com/boombagslimpack/videos/1094708747339764/).
Ma la cosa più importante è aver ricevuto il consenso del pubblico che mi segue, mi cerca e fa gli ordini sul sito o con il passa parola. Sono riuscita a ricavarmi anche una piccola distribuzione che vorrei ampliare: a Mestre, Venezia, collaboro con il bookshop del Museo del ‘900, a Genova c’è Paccottiglia: un emporio magico; alla Spezia ho fatto breccia nel cuore di Luigi Vezzoni per cui sto producendo una linea di portafogli da uomo”.

Raccontami come mai sei tornata alla Spezia…
“Delusioni e voglia di mare”.

Cosa hai apprezzato del rientro o cosa no?
“In una città piena come Milano, casa in affitto, francobolli di spazi verdi e molto rumore, tutti che corrono, quello che mi mancava di più erano gli orizzonti, i tramonti sul mare, guardare in silenzio la luna dal lucernario e nuotare.
Certo, vivere in provincia non offre tutte le attrazioni di una “Città della Cultura” come Milano. All’inizio non ne sentivo la mancanza, adesso un po’ sì, qui gli stimoli bisogna crearseli da soli, anche se credo di avere un animo più adatto ai tempi rilassati che mi vengono offerti in provincia. Quando c’è una mostra o un festival che mi interessano mi sposto, ma come prima mi spostavo da Milano per andare a Berlino o da qualche altra parte nel mondo. Credo che ognuno di noi abbia bisogno di trovare il proprio angolino in cui stare bene, e il mio è qui. Per ora. “Se Milano avess lu mer, sarebb 'na piccola Ber”. Chissà magari la prossima meta sarà proprio Bari. E non ditelo al mio ragazzo, è barese ma vive a Lerici”.

Che rapporti hai con il territorio? Mi hai raccontato che aprirai uno spazio a settembre a Sarzana…
“Questo territorio lo amo soprattutto dal punto di vista geografico. La prima campagna fotografica Boom Bag è stata fatta l’anno scorso, non a caso in una cava di marmo abbandonata, grazie alla collaborazione con il fotografo Nicolò Puppo (http://www.nicolopuppo.com/) con cui ci siamo introdotti per una giornata intera di scatti in un luogo magico e surreale (back stage http://www.alessandrabotto.com/product/sneak-preview-boom-backstage/). C’è anche un video molto divertente del backstage girato dalla giovanissima e brillante videomaker Rita Benacci https://www.youtube.com/watch?v=70jjTUaoAQw)
Professionalmente parlando è dura, ma ho la fortuna di aver incontrato un gruppetto niente male Francesca Gianfranchi (Giokit https://www.giokit.com/), Giorgio Scaletti (Popmecca http://popmecca.blogspot.com/) con cui fin da subito ho iniziato a sviluppare progetti interessanti. Con loro e Marco Orlandi, il lato nerd del gruppo, nel 2017 ho inaugurato il Brick Maker Space a Sarzana, in concomitanza con l’apertura del Talent Garden, e proprio lì avevamo la sede. All’inizio facevamo progetti didattici, laboratori per le scuole, corsi di formazione, che però svolgevamo oltre la nostra attività lavorativa principale. Ben presto ci siamo resi conto che un’associazione culturale senza scopo di lucro era molto difficile da mandare avanti. Qualche delusione, qualche progetto mancato e a oggi il Brick è fermo. La collaborazione continua su diversi fronti. Con Giorgio abbiamo appena concluso la quarta edizione insieme (di sei in totale) di “Creativamente Kids”, una mostra di design per bambini collegata al Festival della Mente di Sarzana. Con Francesca abbiamo un progetto più ambizioso. Dal 1 settembre 2019 abbiamo aperto uno spazio nuovo a Sarzana. Un progetto in cui confluiscono tutte le nostre energie e passioni. Siamo in pieno centro storico, in via Cattani 22 per la precisione. Uno studio, un laboratorio e un negozio. Siamo in tre con Ilaria Biggi. Un progetto a sei mani tutto al femminile che dopo lunghe indecisioni abbiamo deciso di chiamare Meraki. Non potevamo trovare un nome che ci rappresentasse meglio. Meraki è una parola greca che significa “essenza di noi stessi”. In realtà la traduzione vera e propria rappresenta un concetto non traducibile in italiano con una parola, ma fa riferimento a quando qualcosa viene fatto con la propria anima, con creatività, impegno e molto amore. Questo posto è proprio l’essenza di noi tre, dagli arredi fino alla vita e alle idee che scorrono tra le sue mura quotidianamente. Non abbiamo ancora inaugurato, ma quando lo faremo sarete tutti invitati e sarà una grande festa”.

Come pensi o vorresti gestire il rapporto tra La Spezia e il resto del mondo e quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Faccio molta fatica a fermarmi in un posto e i viaggi sono la mia linfa vitale. Il mio motto è sempre stato “ zaino in spalla, pc portatile e via”. Quest’anno il mio viaggio sarà Meraki, sarò un po’ più stabile in provincia, cercando di sviluppare meglio la parte e-commerce legata al progetto Boom Bag e organizzando piccoli eventi pop up in diversi negozi. A tal proposito vorrei segnalarne due: sabato 19 ottobre a Genova da Paccottiglia, un luogo straordinario tra i vicoli (https://www.facebook.com/paccottiglia/) e venerdì 22 novembre da Luigi Vezzoni in via del Prione a La Spezia”.

Confesso, le borse della Botto sono davvero molto belle e quindi spero di poter partecipare ai due eventi che qui ci annuncia e mi fa piacere poterle fare, se possibile da questa rubrica, un po’ di pubblicità. Alessandra è una ragazza vivace e piena di energia, e sono sicura che riuscirà a portare avanti buona parte di quello che le viene in mente. La perseveranza, anche quando si hanno dei dubbi, è senz’altro la prima qualità necessaria per poter considerare le nostre attività positivamente e farle crescere. La sua creatività si unisce alla determinazione e al lavoro per produrre oggetti funzionali e preziosi, che certo si faranno conoscere sempre di più, partendo dalla nostra provincia. Lo scambio continuo tra realtà locale e visione globale può giocare a favore del progetto creativo di Alessandra, e nel farle un grosso in bocca al lupo, spero di portarle fortuna, sfoggiando a breve una delle sue belle borse.

FRANCESCA CATTOI

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Boom Bag Nicolò Puppo


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