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A Lavezàa, la parola spartiacque fra la vecchia e la nuova Spezia

di Bert Bagarre

sprugoleria
A Lavezàa, la parola spartiacque fra la vecchia e la nuova Spezia

- Negli anni '30 del secolo che fu, A Lavezàa era il nome di un’associazione che si proponeva di rinvigorire un animus sprugolino così evaporato da essere ormai evanescente. In tempi più recenti prese questo nome anche l’iniziativa di un Istituto Tecnico che nutriva stessa finalità.
Ma che cos’era a lavezàa, parola di suono affascinante ma di significato così incomprensibile da scambiarla tranquillamente per termine terzomondista? È la versione sprugolotta di parola italianissima, pur questa però da tanto tempo così negletta che è di fatto incomprensibile per i più che la sentono.

Il laveggio è il paiolo con il manico. Fa venire in mente il verbo lavare, ma deriva dal latino lapideo, di pietra, ché quella pentola era fatta con il lavezzo, la pietra ollare, duttile con cui era fatto il vasellame.
A laveza, la forma con cui lo sprugolino imbastardisce la lingua di padre Dante, è dunque la pentola dove la massaia preparava il desinare per il suo uomo. Ma l’arcano non è ancora chiarito che noi parliamo de-a Lavezàa con due “a” finali ed una erre sparita nel mezzo.
Quando avere un orologio era lusso non di tutti, il passare del tempo lo scandiva il campanile di Santa Maria che con i suoi rintocchi diceva a tutti che ore erano. Quando ne battevano dodici, la brava massaia era avvertita di mettere il paiolo sul fuoco ché presto lo sposo sarebbe tornato dal lavoro dei campi per rifocillarsi.

A Lavezàa fu orologio che mantenne la sua utilità per secoli, per il tempo in cui il reame di Sprugolandia si mantenne piccolo, chiuso e delimitato da quattro mura e solo campi fuori. Non servì più quando il paesone divenne città in cui l’eco del din-don si confondeva perdendosi con il frastuono della città di macchine e sirene. Allora la parola, tanto cara ed utile nel piccolo mondo antico, fu buttata via, come abbiamo fatto noi con l’avvento del quarzo che ci ha fatto mettere l’orologio a molla nel cassetto.
Già, era un paesone Sprugolandia anche se qualche volta senti un’opinione differente. Ma io che non potevo essere presente per motivi anagrafici nel mondo de-a Lavezàa, come faccio allora a dire che quello era solo un paesone? Semplice, ho impiegato un po’ del tempo libero a leggere che cosa ne dicevano i contemporanei, cioè quelli che avevano visto il mondo prima e dopo la trasformazione operata dalla venuta dell’Arsenale. Ma ce ne fosse uno, dico uno, che traccia un disegno diverso dal bel borgo antico e poverello che invece senti anche dire che non fu tale. O perché questa mania di non leggere i documenti senza i quali si fanno le storie, ma mai la Storia?

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