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È cominciata l'era verde del vecchio Joe

di Giorgio Pagano

luci della città
È cominciata l'era verde del vecchio Joe

- Joe Biden è il quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti. Mentre scrivo l’America democratica è in festa. Il nuovo Presidente sta parlando a una folla che lo acclama gioiosa. Ha detto: “Saremo tutti insieme: democratici, repubblicani, gay, transgender, latinoamericani, afroamericani. Combattiamo tutti insieme per una nuova America, un'America unita”.
Donald Trump, sconfitto e distanziato da quattro milioni di voti, è disperato e avvolto nel suo delirio. E’ ovviamente legittimo che chieda di ricontare i voti -anche se inutile perché la distanza con Biden è abissale- ma è gravissimo che parli di frode: farlo è contro la legge e contro la democrazia. Media e social network danno poco spazio alle menzogne di Trump, mentre il Great Old Party, il Partito Repubblicano di cui il magnate si è impossessato, ne sta prendendo le distanze. I leader di tutti i Paesi del mondo hanno già telefonato a Biden, tranne, naturalmente, l’israeliano Benjamin Netanyahu. E i servizi americani hanno già cominciato a proteggere il vecchio Joe, il Presidente. Che l’America sia in piazza a festeggiare e che non ci siano scontri è una buona notizia: Trump ha fatto e sta facendo di tutto per provocarli, ma non c’è riuscito. E prima o poi dalla Casa Bianca dovrà sloggiare.
L’identità americana è formata da infinite realtà diverse, e l’America non è solo New York, capitale della tolleranza. Ma l’auspicio è che le Americhe che non si piacciono cerchino, se non l’impegno comune auspicato da Biden, almeno una “coesistenza pacifica”.
Ma quali sono le origini di questo voto? La partecipazione ha superato il 65%. A memoria non era mai successo. Nei quattro anni di Trump, le mobilitazioni sociali si sono succedute, in gran parte direttamente contro di lui. Hanno votato in maggioranza per Biden -ha spiegato lo studioso Bruno Cartosio- gli afroamericani e gli immigrati, anche i “latinos”. I giovani, tutti, hanno votato più per Biden, anche se non c’è stata la straordinaria mobilitazione giovanile che ci fu per Barack Obama. Le donne, inoltre, sono state decisive: hanno votato più per Biden che non per Hillary Clinton quattro anni fa, a dimostrazione che non basta essere donna per essere votata dalle donne, se non sei una donna convincente e credibile. Lo è senz’altro Kamala Harris, la vice di Biden.
Anche il mondo del lavoro ha votato in maggioranza per Biden, ma con alcune differenze tra chi ha un posto a tempo pieno (50% per Trump, 48% per Biden) e chi no, vale a dire soprattutto i lavoratori delle minoranze e nei servizi poveri: 41% per Trump, 58% per Biden. Lo stesso dato è confermato dalla distribuzione del voto in rapporto al reddito: al di sotto dei 50 mila dollari il 57% ha votato per Biden, al di sopra dei 100 mila il 54% ha votato per Trump. La classe operaia degli Stati dell’antica industrializzazione -Pennsylvania, Michigan, Wisconsin- ha votato a maggioranza per Biden, recuperando l’”onore di classe” perduto nel 2016.
L’alternativa, alle elezioni, era chiara: tra pensiero reazionario e pensiero liberaldemocratico, non socialista. Ma Biden dovrà coinvolgere l’ala socialista del Partito Democratico -quella di Bernie Sanders e di Alexandra Ocasio-Cortez- per consolidare la vittoria e parlare di più alle classi povere e umili, prendendo nettamente le distanze da quel mondo di Wall Street che è stato fatale ai due Clinton.
Trump ha dimostrato, nella sconfitta, il suo radicamento. Rappresenta i sentimenti di un’America arrabbiata perché si sente dimenticata, prevalentemente rurale e non cittadina, individualista e anticomunitaria, con il debole per i fucili mitragliatori e l’odio verso le mascherine. Che preferisce un Paese aperto anche se malato, ed è pronta a sacrificare i malati pur di non cambiare il suo stile di vita. Un’America che ha per Trump un culto quasi religioso, molto emotivo e passionale.
Un rapporto del National Center for Disaster Preparedness della Columbia University ha stabilito che “tra i 130 mila e i 210 mila decessi di Covid-19 negli Stati Uniti avrebbero potuto essere evitati se l’amministrazione Trump avesse attuato rapidamente ed efficacemente una risposta basata su misure coerenti di salute pubblica al nuovo coronavirus”. In pratica, la stragrande maggioranza delle vittime dell’epidemia negli Stati Uniti, che fino ad ora ha fatto circa 235 mila morti, è stata causata dall’incompetenza e dalla criminale indifferenza del Presidente uscente. Ed è proprio l’America trumpiana, rurale, religiosa, che odia le città e tutto ciò che rappresentano, a pagare il prezzo più alto per la pandemia. Bisognerà pur trovare il modo di parlare con questa parte dell’America, senza elitismi, puzze al naso e sentimenti di “superiorità”. Ma nemmeno con sentimenti di “inferiorità”: a testa alta va ribadito che il razzismo va combattuto, che la crisi climatica esiste e va affrontata alla radice, che la mancanza di un sistema sanitario universale è un delitto, che lo Stato è in molti casi la soluzione e non il problema. E va spiegato che la pandemia purtroppo esiste e non è un complotto della Cina: il pregiudizio e l’ignoranza non possono essere pagati con la morte.
I problemi dell’America e del mondo sono enormi, e può darsi che il vecchio Joe non sia all’altezza, che quel legame con Wall Street non sia stato spezzato. Altre lotte attendono la società americana. Ma intanto il pericolo maggiore è stato evitato. Chissà, il vecchio Joe, che a settantotto anni non sarà comunque “improduttivo”, dopo aver sconfitto l’eversore potrebbe diventare -proprio lui, centrista e moderato- una figura “rivoluzionaria”.
Per qualche tempo almeno cerchiamo di essere contenti e ottimisti, e con qualche sogno, forse effimero. Vale anche per l’Italia e per l’Europa: senza il megafono di Trump, il trumpismo italiano ed europeo perderà molta forza. Lo spazio va riempito da un’autentica forza popolare, all’insegna della giustizia sociale ed ambientale. Almeno speriamolo, oggi è un giorno di festa.

Post scriptum: eccezionalmente oggi le foto non rappresentano l’alta Val di Vara, come accadrà fino a tutto dicembre, ma la Statua della Libertà, a New York. Sul piedistallo vi è inciso un sonetto intitolato “The New Colossus”, scritto dalla poetessa statunitense Emma Lazarus, che è l’esatta antitesi di tutto ciò che pensa Donald Trump:
“Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa -grida essa [la statua] con le silenti labbra- Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

New York, la Statua della Libertà (2007) (foto Giorgio Pagano)


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