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"Zingaretti tra speranza e disillusione"

"Zingaretti tra speranza e disillusione"

- Si sono concluse ieri notte le primarie del Partito Democratico che, secondo dati ancora da confermare, hanno coinvolto più di un milione e mezzo di cittadini e cittadine. Un risultato obiettivamente importante visti i tempi e ben oltre le aspettative degli stessi interessati. Non vi è dubbio che nonostante le difficoltà manifestate in questi anni, la capacità del PD di mobilitare ancora così tante persone costituisca un dato politico. Un dato che evidenzia, peraltro e con tutta nettezza, una differenza di fondo con chi si appella a fantomatiche piazze virtuali attraverso cui scegliere candidati o promuovere decisioni politiche col voto di qualche migliaia di elettori.

Coloro che si son recati alle primarie meritano sicuramente un grande rispetto e impongono sia a chi fa analisi sia a chi fa politica di interrogarsi sul ruolo dirimente della "speranza" così tanto evocata e che queste pratiche riescono ancora a veicolare. In particolare quella che ha provocato l'elezione di Nicola Zingaretti: la speranza - legittima - di rifare un centrosinistra, di unire ciò che altri, maldestramente, avrebbero messo in discussione. Un ritorno alle origini, all'Unione e al primo Ulivo nella convinzione che sia necessario porre un argine al cosiddetto "fascioleghismo" e al governo "gialloverde" che in parte lo incarna. Sono questi i sentimenti che hanno prevalso in quella comunità politica. Via Renzi, sconfitto e tracotante, sottotraccia i renziani, ora tocca a Zingaretti.

Rispetto a questo quadro e alla posizione espressa da così tante persone, non resta che provare ad essere benevolenti e lucidi, a riflettere sul ruolo effettivo del PD, nonostante - a opinione di chi scrive - le sue profonde contraddizioni interne, i suoi marchiani errori storici e politici, la distanza siderale dai problemi reali della maggior parte della popolazione insieme all'incapacità di proporre un'idea di paese e società all'altezza di tempi così difficili. Si tratta di uno sforzo non indifferente che però si impone se si riflette ancora sul fatto che, a livello globale, è in corso una polarizzazione politica - generata dalla crisi non risolta del 2008 - che al rafforzarsi di destre xenofobe e populiste fa coincidere nuove opportunità per i partiti socialisti/democratici/progressisti più lungimiranti (si vedano, ad esempio, i laburisti inglesi o i socialisti spagnoli o i democratici americani filo-Sanders). Questo lo spirito con cui penso ci si debba approcciare a ciò che hanno detto queste primarie: senza settarismo farsi attraversare da questo filo di speranza che ha mobilitato tanti e tante. D'altro canto a sinistra non si è riusciti nel frattempo a costruire nulla di convincente.

Poi però si aprono i giornali il giorno dopo, e si legge che il neoeletto Zingaretti vola in Piemonte per aiutare Chiamparino per dirimere la questione Tav. Perché è questa, a quanto pare, la priorità assoluta di chi ambisce a riunire la sinistra: fare la Tav. In tutto questo scompare come in un gioco di prestigio la bellissima piazza dei NO TAV che ha surclassato nei numeri - e non solo - quella del SI TAV. Come se in quella piazza ci fossero stati solo 5 stelle e non decine di migliaia di attivisti da tutta Italia: quella "sinistra", fatta di tante associazioni, movimenti sociali e ambientalisti che, a parole, si vorrebbe riunire.

Zingaretti sceglie di andare subito a Torino per la Tav, ma non per la crisi delle periferie di quella città. Preferisce la Tav piuttosto che recarsi a Rosarno o nei campi di pomodoro pugliesi dove muoiono in baraccopoli indegne lavoratori migranti sfruttati come schiavi. Andare per la Tav e non in una delle decine di aziende italiane in crisi, da chi è in cassa integrazione, o nel centro logistico di Amazon dove quei lavoratori manifestano da mesi. Andare a Torino e non in quella terra dimenticata della Sardegna, per la lotta giusta dei pastori o nel Sulcis deindustrializzato e impoverito. Decide di non andare in una delle tante scuole che ogni giorno crollano o si crepano con classi sovraffollate; non andare in uno dei tanti luoghi della precarietà galoppante (ad esempio un call center o perfino una sede universitaria). Non andare in uno dei tanti ospedali pubblici in condizioni vergognose, per igiene, servizi e tempi di attese. Poteva andare a Genova sotto il ponte Morandi il nuovo segretario del Pd, per denunciare la truffa storica delle privatizzazioni; parlare magari del referendum del 2011, dell'acqua pubblica che continua ad essere privatizzata come la maggior parte degli altri servizi, con aumenti vergognosi dei prezzi. Sarebbe stato un modo incoraggiante per cominciare, lasciandosi dietro le beghe del suo partito e rilanciare, proprio guardando a un referendum vincente e che aveva posto le basi per unire davvero (e non a slogan) un popolo.

Insomma, si prova strenuamente a non essere troppo duri e prevenuti, a prendere atto di quanto il PD costituisca ancora una speranza per un'ampia fetta di elettorato, a dare il giusto peso a tutto quello che le primarie mobilitano: uomini, donne, giovani e meno giovani, ma anche speranze, illusioni e prospettive politiche. Ma se questo è l'inizio, se questo è il primo gesto simbolico di un "nuovo" PD, allora è evidente che non vi è nulla di nuovo, nessuna nuova idea, nessuna visibile discontinuità all'orizzonte. Nulla che non si sia già visto.

Emanuele De Luca
Dottore di ricerca di storia e attivista politico

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